- L'Artefatto -

Racconto di Skull Kid

Tutto era silente nel Viale Ovest di Seldom, la grande capitale di Gatapo, terra lontana nello spazio e nel tempo dalle valli di Hyrule. Le proporzioni degli edifici che attorniavano la Piazza Maestra lungo i Nove Viali erano strabilianti, un vanto per l'altrettanto vasta città in tutta la regione. I palazzi, scevri di qualsivoglia decorazione, svettavano nella loro incredibile altezza sulla via lastricata di pietre bianche, che appariva quale un modesto sentiero schiacciato fra antiche e severe montagne. La roccia delle colline orientali costituiva infatti il materiale col quale fu eretta la città, che ne presentava le venature e i segni della vecchiaia, pur essendo solida come le fondamenta della terra sulla quale poggiava. Nella sua interezza il borgo non era dissimile da una catena montuosa dall'aspetto torvo, le cui pareti rocciose fossero levigate in modo innaturale e crivellate al contempo da una moltitudine di minuscoli fori neri, giacché in quel momento dalle centinaia di finestrelle non emergeva segno d'alcun lume, neppure quello delle lanterne elettriche ad illuminare le strade. Apparentemente contorto se visto da lungi, partorito dal grembo dei monti eppure ormai estraneo ad essi ed innestato a forza nel paesaggio circostante, si palesava come dominato da un ordine surreale nel caso lo si fosse visitato. Dai muri di ogni casa fuoriuscivano innesti metallici lavorati da fabbri sapienti, lastre di ferro saldate in modo da assumere forme perlopiù tubolari, che culminavano sopra i tetti come caminetti (in effetti normalmente vi sgorgavano intensi fumi scuri) e guglie acuminate, o tornavano ad immergersi a forza nella viva roccia degli edifici, di cui pareva si potesse percepire il dolore. Alcuni di questi erano squarciati, probabilmente a causa dell'usura, e lasciavano intravedere cavi o ingranaggi interni.
Il silenzio della via fu riempito mano a mano da passi lontani, di qualcuno che si muoveva per le viuzze secondarie della periferia sfocianti nel viale, finché non vi giunse. Il vuoto del luogo fu empito dal rumore, che si moltiplicò, inerpicandosi sulle pareti, e penetrando dagli usci nelle abitazioni abbandonate, per uscire dalle strette finestre rettangolari accompagnato da una serie di echi che si sparpagliavano in ogni dove attorno al nuovo venuto. Colui che si fece avanti era un uomo imponente, un soldato dalla scura armatura leggera, le orecchie appuntite, un caschetto di capelli neri sul capo, l'aspetto fiero nonostante le cattive condizioni, eppure la fronte corrucciata e gli occhi pieni di paura. Non essendo abituato a vedere la città in quello stato e conoscendone le vie principali come sovente affollate, e comunque in nessun caso del tutto buie e silenziose, fu colto da un improvviso scatto di terrore all'udirsi circondato da tutto quel riecheggiare. Per qualche istante non fece che volgere lo sguardo in ogni direzione spasmodicamente, per accertarsi che il rumore non provenisse da presenze fino ad allora celate, senza smettere di muoversi. Camminava lentamente, arrancando sotto il peso delle ferite che gravavano sul suo corpo, eppure quei pochi passi rantolanti erano sufficienti ad ingigantirsi in un'eco che pareva non voler cessare. Era teso, pareva temere che qualcuno l'avrebbe sentito. Si fermò ansimando, per tastarsi dolorante la coscia ferita, quando si rese conto che, in lontananza, i passi continuavano ad udirsi. Riprese a camminare tentando inutilmente di accelerare il passo, mentre l'eco dei suoi passi riprese a sommarsi al suono sordo di quelli lontani. Si voltava indietro di tanto in tanto, aguzzando la vista nel tentativo di scorgere qualcuno, ma così non fu. Per quanto il rumore di quei passi continuasse a susseguirsi, apparentemente sempre più vicino, nessuno compariva. Gli parve quindi di sentire l'eco di alcuni urletti, questa volta lateralmente rispetto alla sua posizione. Si fermò ad uno degli strettissimi vicoli laterali che si aprivano sul viale principale, e poté finalmente intravedere qualcuno. Coloro per i quali quella sera era sceso a combattere con la sua compagnia e non era riuscito a distruggere gli erano alle calcagna. Con la scarsa illuminazione riusciva solamente ad intravedere le sagome di alcune figure, mezza dozzina o poco meno, che si avviavano per la stradina parallelamente alla direzione da lui intrapresa attraverso il viale, con un'andatura a dir poco bislacca, quasi avanzassero danzando, senza dare segno di avvedersi di essere osservate. Quello che guidava la fila portava un qualche bagaglio irriconoscibile sopra la testa, tenendolo in equilibrio nonostante le considerevoli dimensioni ed il gravoso peso che sicuramente comportava. Il soldato riprese a camminare anch'egli, tenendo d'occhio lo sbocco di tutte le viuzze, per vederli ogni volta sbucare da dietro gli edifici e proseguire. Erano persone esili e molto alte, dei giganti se paragonati alla media degli abitanti di quelle zone, e nonostante la scarsa temperatura si muovevano seminudi senza esitazione, probabilmente riscaldati anche dai movimenti scomposti che sembravano caratterizzarli perennemente. La fila si fermò d'un tratto, e l'uomo, che li spiava da lungi, credette di essere stato avvistato. Colto dal panico si diresse il più frettolosamente possibile verso la porta di una di quelle case, simili ad antri bui scavati nella roccia, che spalancò con violenza. In procinto di entrarvi, si fermò sull'uscio. Non si fosse mai detto che Tulke, il Maresciallo di Seldom, fosse andato a rintanarsi innanzi al pericolo in un angolino sicuro. Aveva lottato valorosamente con i suoi uomini nei campi irrigati fuori dalla cittadella, ripiegato nella periferia ed ivi si erano battuti nuovamente per respingere gli ingannevoli invasori, o perlomeno tentarci. Non era perito assieme al resto dei suoi compagni, ma ora non sarebbe fuggito rincorrendo disperatamente la vita. Tremendamente affaticato, ormai non riusciva a proseguire, e ricadde sulle ginocchia, appoggiando le palme delle mani all'interno del rettangolo nero della porta aperta. Assorto nei suoi pensieri pareva non riuscire a prendere una decisione, ma presto emerse e fu centuplicato grazie agli strani echi del viale deserto un nuovo suono, del tutto estraneo a quelli precedenti ma proveniente più o meno dalla medesima direzione, distogliendolo dall'indecisione e dandogli la forza di alzarsi, come colto da un'incredula speranza. Fu un nitrito. Presto lo seguì un secondo, questa volta molto più avanti rispetto alla sua posizione, come se anche l'animale che l'aveva prodotto si dirigesse presso i confini dell'enorme via. Pensò che le figure che intravide poco prima potessero essere all'inseguimento di quell'animale. Riportando la mente sul problema iniziale fece caso al fatto che le strane urla che gli sembrava di aver udito in precedenza erano aumentate. Si soffermò, prima di rincorrere il nitrito, affacciandosi sulla via dove li aveva visti, per accorgersi che non si erano mossi di un passo. Ora il soggetto in testa aveva posto sul terreno il bagaglio che trasportava, accanto alla parete di un'abitazione. Teneva quelle che parevano delle pietre sulle mani, e le batteva violentemente contro l'oggetto, provocando scintille sempre più dirompenti ad ogni urto. Tulke capì che si trattava di un barile di esplosivo, uno di quelli che avevano rubato nelle dispense alle segrete del forte del Governatore ed usato anche contro di loro in battaglia. Gli altri stavano tutti attorno al capo del gruppo e ne accompagnavano le movenze saltellando contemporaneamente e sempre alla stessa altezza. Tenevano il corpo del tutto rigido nel compiere tali balzi, fatta eccezione per le braccia, che facevano oscillare continuamente tenendole rivolte in alto, ed emettevano un grido stridulo ogni qual volta si staccavano da terra. Un rumore di zoccoli che sbattevano contro il terreno proruppe nel viale, di per se sommesso ma soggetto all'insolito eco come tutti gli altri. Tulke si volse nella sua direzione per vedere un cavallo dal manto marrone uscire dalla terzultima stradina laterale e continuare ad avanzare a fatica, azzoppato quanto lui.
"Miga!" gridò all'animale con voce rauca, riconoscendolo. Si mise a rincorrerla come meglio poteva, mettendosi a sussurrare fra sé e sé, consapevole del fatto che non pareva dargli ascolto. "Compagna... sei sopravvissuta anche tu, eh?... Eri caduta e ti ho abbandonata, credevo non ce l'avessi fatta." Dapprima ritenne che se avesse raggiunto la sua cavalla avrebbe potuto sfruttarla per fuggire più in fretta: in fin dei conti c'era qualche speranza di raggiungere i fuggiaschi della città e avvertirli del loro fallimento. Osservandola con maggior calma s'accorse del suo stato e non si illuse ulteriormente, salirle in groppa sarebbe stato impossibile. Miga era ormai giunta in piazza e Tulke vi distava almeno mezzo miglio, le urla del bizzarro corteo si facevano più insistenti.

Completamente differente era il corteo che in quel momento scendeva una scalinata esterna del forte ove risiedeva la famiglia del Governatore, posto a sud, nel punto più alto della città. Su di essa si affacciava il vasto giardino pensile che stavano raggiungendo, dandone una completa panoramica. Si trattava del Governatore della città, seguito dalla sua scorta di guerrieri scelti, tornato sui suoi passi dopo aver guidato il resto del popolo nell'evacuazione. Ricurvo per la vecchiaia, era tarchiato, ma la corporatura piuttosto massiccia ne dimostrava il passato in armi, come anche il lunghissimo stocco dall'elsa dorata che pendeva al suo fianco sinistro strascicandosi al suolo emettendo una fonte perpetua di scintille, e la corazza che, al pari delle sue guardie, ne proteggeva il busto. Con la mano destra, invece, reggeva uno scettro argenteo finemente intarsiato, alla cui estremità superiore pendeva uno zaffiro legato ad una catenella. Era affiancato da un secondo uomo, più alto ma di costituzione debole ed evidentemente più anziano, la cui faccia era simile ad una maschera di rughe. Costui portava una tunica nera con decorazioni leggermente più chiare visibili in controluce, da cui fuoriusciva un minuto cappuccio scarlatto che andava a ricoprirne la nuca. Un velo semitrasparente color porpora si dipartiva da esso coprendone occhi e fronte. Si trascinava a terra un'ampia toga grigio bluastra che ne ricopriva solamente le spalle e non usava per proteggere le braccia avvizzite, con le quali gesticolava freneticamente nel discutere col Governatore.
"Non saremmo dovuti tornare, mio signore!"
Continuava a dirgli, estremamente preoccupato, aggrappandosi al corto mantello rosso che scendeva per metà della sua schiena, che scuoteva in continuazione nel tentativo di fermarne la rapida camminata. Il Governatore appariva altrettanto teso, ma era stato risoluto nell'intento di tornare in città, e le lamentele del compagno cominciavano ad irritarlo, per quanto fino a quel momento si fosse limitato a non badargli. Si scostò bruscamente perché mollasse la presa, e gli si rivolse dunque con parole più dure che mai.
"Non avrei dovuto seguire il tuo consiglio, stolto mago! Far sì che tutti i miei sudditi lasciassero Seldom è stato un provvedimento eccessivo, l'idea di uno sprovveduto... e incaricare una guarnigione di soli cinquanta soldati di liberare mio figlio e contenere l'assalto di tutti i barbari che si sono radunati è se possibile ancora più assurdo..." Il tono con cui parlava si fece sempre più sprezzante, e dopo una breve pausa in cui riflettè sulle giuste soluzioni che si sarebbero dovute prendere, riprese a parlare, quasi urlando.
"Avremmo dovuto barricare tutti i cittadini all'interno del borgo preparando una difesa con l'esercito al gran completo... invece lo abbiamo usato per scortare i soli abitanti della città nel meridione, e a quest'ora tutti i contadini che vivono al di fuori saranno stati sterminati... tutte le mie terre... in rovina!"
Un'ombra di autentica disperazione ne offuscò allora la voce.
"Quindi sarei partito alla testa del reggimento migliore, e avrei recuperato mio figlio, il giovane Sheela... ti rendi conto di cosa succederà ora, Dorko? Probabilmente è già stato ucciso..."
Così dicendo colpì il mago, che continuava a seguirlo ed ascoltarlo servilmente, in pieno volto, quasi stendendolo. Prima che riuscisse a dare una risposta Dorko abbisognò di qualche momento.
"Ma... signore... non vi sono bastioni a cingere la cittadella... il rischio che qualcuno di loro riuscisse a penetrare uccidendo degli innocenti era troppo elevato. E ricordatevi che concordammo insieme il piano, dopo un lungo concilio. Alla fine ogni consigliere fu d'accordo... Voi sottovalutavate gli Usanga, per questo ritenemmo che cinquanta uomini fossero più che sufficienti a fermarli... e sicuramente sarà così! Vedrete, riavremo vostro figlio, io mi fido del Maresciallo Tul..."
"Se Tulke avesse trionfato il suo corno risuonerebbe vittorioso fra le vie della città da un pezzo, e la sua compagnia sarebbe già rientrata a palazzo!... Non dovevo farmi dissuadere dalle parole di uno smidollato..." Lo interruppe l'altro. "L'unica speranza che abbiamo è di essere ancora in tempo per trarre in salvo il mio erede."
"Ma signore..." riprese la parola il mago, reclinando la testa, piegando leggermente le gambe e proteggendosi il viso con le mani tremanti. "Se le cose stanno come dite voi... se la forza di quella tribù è divenuta tale da sconfiggere una simile guarnigione, neppure lontanamente possiamo pensare di riuscire nell'impresa che descrivete... non saremmo dovuti tornare. Andremo incontro alla fine... Andiamocene fintanto che possiamo... cercate di capire! Anche senza Sheela il governo potrà perpetuarsi..."
Lo sguardo del Governatore si fece rabbioso, con la mano destra afferrò il mento di Dorko sollevandone la testa per poter puntare gli occhi dritti sui suoi.
"Nella consapevolezza di lasciare Seldom in mano a quei farabutti?"
Disse lasciando andare la presa, per mettersi a guardare l'orizzonte e la città che si estendeva sotto di loro, poiché erano già ai bordi del maestoso terrazzo adornato di siepi intricate e decorazioni floreali. Nonostante fosse notte e non vi fossero luci accese la visibilità non era particolarmente rarefatta: il cielo punteggiato di stelle illuminava la terra di un'anomala luce viola, quasi il sole fosse rimasto intrappolato fra le nubi provocando un eterno crepuscolo. Il Governatore continuò a parlare, vagamente sconsolato, ma sempre aggressivo.
"Incredibile che siano arrivati a tanto... un assalto diretto non è mai sembrato alla loro portata. Solo quando li abbiamo visti da lungi, marciare nel disordine delle loro danze furibonde, ci siamo resi conto che fossero capaci di una cosa simile. Ma si trattava solo di un gruppo ristretto... come potevano essere tanto forti... eppure, guarda! I disordini di cui andiamo discutendo sembrerebbero insospettabili in questo momento. La pace pare regnare in patria... non v'è segno di scorrerie, né tantomeno si ode in lontananza il fioco frastuono della lotta."
La guardia del corpo si sparpagliò per il terrazzo per osservare attentamente ogni angolo del centro cittadino, mentre il Governatore si passava una mano fra i capelli del colore dell'erba essiccata, per poi voltarsi nuovamente in direzione del suo interlocutore, squadrandolo severamente.
"Tu, Dorko!... Tu, rinomato nella tua saggezza, avresti dovuto capire che l'abilità di quei luridi primitivi andava aumentando... allora avremmo sferrato un attacco su vasta scala e li avremmo distrutti con le loro foreste una volta per tutte. Negli ultimi tempi si sono fatti più potenti. Hanno rapito un numero sempre maggiore di persone da offrire quali sacrifici nei loro riti, assieme al nostro bestiame... una volta non sarebbero mai arrivati a tanto. Mio figlio è scomparso sotto i nostri occhi solo qualche giorno fa, ed in seguito è stato avvistato mentre se lo portavano appresso in direzione di Seldom. Com'è potuto succedere? Come... come vi sono riusciti?... Ma tu, nella tua corruzione saresti in grado di accettarne la perdita..."
"È... è così, dite il giusto. Un tempo i loro incomprensibili riti non coinvolgevano altre popolazioni, la loro aggressività non era tanta. Prima che voi regnaste non erano neppure ostili, e anche quando cominciarono ad esserlo non potevano nulla contro la superiorità delle nostre armi. Ma... il loro potere dev'essere aumentato. Probabilmente si sono radunati in gran numero da tutti i territori in cui sopravvivono, e la marcia che abbiamo avvistato era solo una minima parte dei loro movimenti finalizzati a penetrare nelle lande che ci appartengono." Bisbigliò Dorko spaventato. "Non saprei come spiegarmi tutto ciò... è come se qualcuno guidasse le loro azioni, facesse loro apprendere nuovi mezzi di offesa, forse più efficaci dei nostri."
"Più dei nostri, di noi che rappresentiamo la più elevata fra le civiltà, i signori di Gatapo!" Ribattè il governatore in preda all'isterismo, ma le sue parole furono coperte da un boato che per un istante scosse il forte e fu accompagnato da un bagliore arancione.

Il barile attorno al quale erano radunati i cinque Usanga nella stradina esplose rilasciando una valanga di fuoco e schegge che li fece sparire nella conflagrazione, che portò con sé anche l'edificio adiacente, assecondando il loro scopo. Tulke cadde a terra in seguito ai tremori provocati dalla distruzione, guardò stupefatto in direzione del rumore, e capì che gli inseguitori erano riusciti ad accendere la miccia ed innescare l'esplosivo. Presto le fiamme si ersero talmente alte che il guerriero poteva vederle da quella distanza. L'incendio si propagava ad incredibile velocità avvolgendo casa dopo casa, seguendo una pista di polvere esplosiva che gli Usanga avevano predisposto in precedenza, fino a raggiungere gli edifici sul limitare del Viale Ovest. All'interno del primo palazzo affacciato sulla piazza erano state posizionate ulteriori cariche, che al primo contatto col fuoco detonarono facendolo crollare sulla strada, sbarrando la via a Tulke, che era quasi riuscito a raggiungere lo spiazzo e venne sbalzato lontano dall'onda d'urto. Il soldato non perse conoscenza, ma rimase decisamente stordito. Barcollando cominciò a sollevarsi e a guardarsi attorno, nel tentativo di uscire dallo stato confusionario. La luce rossa delle fiamme che ormai aggredivano la gran parte delle strutture vicine, facendone collassare in ogni momento delle porzioni di dimensioni variabili, illuminava quasi a giorno il viale, che prese a risuonare di un rinnovato rumore passi. Ma questa volta era abbastanza forte da poter essere definito un frastuono, e da lungi gli parve di vedere proiettarsi sulle pareti illuminate di rosso molte lunghe ombre che si muovevano scompostamente, mentre prese a risuonare un vero e proprio coro di strilli dissonanti, che aveva ormai imparato a conoscere. Quando riuscì ad alzarsi del tutto poteva sentire un rumore di tamburi, e notò che quello dei passi lo seguiva abbastanza ritmicamente. In fondo al viale già comparivano svariati Usanga le cui ombre andavano delineandosi sempre più lunghe e minacciose, staglianti non più sulla sola tinta arancio che le fiamme davano alla pietra, ma anche a nuove fonti di illuminazione di colori differenti. Alcuni di loro trascinavano infatti una sorta di carretti bassissimi e di piccole dimensioni, fatti di canne di legno leggere e quella che sembrava pelle, sui quali si reggevano delle torce dalle fiamme di diverse colorazioni: viola, verde, azzurro. Gli Usanga che percorrevano la via principale si affollavano in numero sempre maggiore, ed erano molti, ma quando presero a far capolino anche dalle stradine secondarie affluendo da ogni lato sembrò a Tulke che durante la lotta fossero in meno, e di non averne mai visti tanti. Ampia la loro falcata, tutti procedevano decisamente spediti. Pur nel cammino, le loro membra erano in preda ad un delirio di movimenti frenetici, apparentemente incontrollabili. L'intera folla pareva impegnata in una danza folle e disarticolata, le cui regole cambiassero in continuazione, sottolineate da una variazione ritmica degli alti tamburi che certi si portavano appresso e facevano tuonare di rimbombi sordi con le grandi mani. La stranezza di questi movimenti era amplificata dai giochi di ombre grotteschi che venivano a crearsi grazie alla fiaccolata, e dalle urla tribali che emettevano senza posa. Urla maschili e femminili che si univano in un grande canto fatto degli strilli e i versacci più disparati, dando vita a quella che pareva un'unica, assurda voce, in parte roca ma principalmente stridula, vagamente bassa ma soprattutto femminea. Fra loro ve n'erano almeno una trentina in groppa a dei cavalli. Le bestie erano immerse nel panico, ma nonostante fossero imbizzarrite gli Usanga che le cavalcavano dimostravano un'incredibile maestria nel riuscire a non essere sbalzati a terra, e nel sottoporne i movimenti inconsulti al loro comando, andando ad unirli al disordine generale del delirio collettivo. Per quanto accadesse alle volte che qualcuno venisse travolto nella furia di queste bestie, non v'era alcuna reazione, si alzava in breve, senza dar segni di aver subito ingenti danni, per unirsi nuovamente alla processione. I cavalli erano stati rubati alla legione sconfitta alla periferia della città, cosa che i cavalieri di Seldom non si sarebbero mai aspettati, sapendo che un tempo gli Usanga provavano un reverenziale timore per quegli animali e i loro padroni. Ma d'altronde non si credeva neppure potessero pensare di usare degli esplosivi a loro vantaggio. Come si è già detto, era una popolazione di gente molto alta e magra, dagli arti lunghi e stretti, eppure incredibilmente forti, dalla muscolatura secca e resistente come quella dei primati, delle foreste tropicali che li originarono. Braccia e gambe abbastanza possenti da conferire loro un'agilità, una forza fisica e una rapidità nettamente superiori a quelle degli uomini più civilizzati, inconsci di cosa significasse la lotta quotidiana per la sopravvivenza. La pelle era scurissima, come la corteccia degli alberi che prosperavano nelle terre di loro provenienza, ma in quel momento come in tutte le occasioni in cui si radunavano per effettuare uno degli spaventosi rituali periodici, era coperta per intero da una polvere bianca di cui si cospargevano il corpo, dandosi un'aria quasi spettrale. Sopra di essa giustapponevano ulteriori decorazioni pittoriche dei colori più vivaci, con una spiccata preponderanza per il viola, delle linee che tracciavano i segni delle fibre muscolari, che parevano conoscere alla perfezione. Del fogliame assicurato con degli stetti legacci ricopriva il sesso, mentre ulteriori elementi adornavano in queste occasioni altre parti del corpo, tra cui spiccavano quelli che sembravano gusci e corazze di molluschi giganteschi posti in certi casi sulla schiena come gli ampi scudi rotondi dei guerrieri, oppure usati come spalline o parastinchi. I visi erano coperti da maschere dai colori accesi, sulle quali erano dipinte facce del tutto inespressive, ma generalmente accomunate da grandi occhi tondi, delineate con tratti decisi e marcati, che davano loro un sembiante vicino al disumano. I capelli erano l'unica parte del cranio perfettamente visibile, scendevano all'indietro in trecce più o meno lunghe coperte di una tinta rossa che tuttavia si disperdeva in una tonalità ben più scura per via del colore naturale. Ormai Tulke poteva assistere a tutti i particolari della marcia, tanto erano vicini, e subito ne fu sconvolto. Poteva riconoscere alcuni dei suoi compagni fra le teste spiccate che parecchi dei nemici portavano infilate su lunghi pali, ma soprattutto lo spaventarono i comportamenti che assumevano. Gli furono vicinissimi, quando desiderò di non aver perso la lancia nella battaglia. Gli rimaneva ancora lo stocco, che estrasse quando i primi danzatori furono su di lui, ma nel compiere il movimento quasi cadde a terra per l'aver lasciato che la gamba ferita sostenesse gran parte del suo peso. Nel ricomporsi si accorse che gli Usanga stavano procedendo tutto attorno a lui senza nemmeno darsi conto della sua presenza, per quanto gli si avvicinassero moltissimo e spesso lo sfiorassero nei loro bizzarri gesti. Incredulo, rimase immobile per qualche momento, mentre tutto pareva scorrere attorno a lui, in un caleidoscopio di colori allucinanti che ne amalgamavano i sensi assorbendolo progressivamente in uno stato confusionario che in seguito non sarebbe mai stato in grado di definire. Nello stare fermo per qualche momento, sperava di riprendere l'equilibrio perduto per sferrare un fendente a qualcuno di loro. Quando vi provò non fece che gesticolare inutilmente come un folle, che pareva aver preso parte alla frenesia generale. Gli Usanga continuarono a passare e fluirgli tutto attorno senza dargli retta, finché uno dei suoi colpi vibrati nel vuoto non colpì di striscio il braccio di una donna molto alta. Costei emise un urlo più forte di quelli che faceva durante la marcia, e parve rendersi conto di colpo di Tulke, giacché abbassò lo sguardo in sua direzione e si fermò con le braccia aperte, come vagamente stupefatta. Il soldato la guardò con aria di sfida e tentò una rotazione della spada, ma non ottenne i risultati sperati: subito la donna riprese a muoversi come faceva prima, lasciandolo lì, come non l'avesse mai visto. In pochi passi fu distante, ma Tulke insistette e, seguendola a fatica, fece per sferrarle un secondo colpo diretto alla schiena. Prima che la spada potesse avvicinarlesi la donna si voltò e lo colpì con un gesto velocissimo in pieno petto, facendolo cadere a terra. Per qualche momento la donna si mise a gesticolare freneticamente con la mano, leggermente dolorante, con cui aveva colpito l'armatura del soldato, gemendo strane lamentele. Poi la stridula voce proruppe in una breve risatina prima di riprendere ad avanzare. A terra, il maresciallo s'avvide di non impugnare più la sua arma, e cercando con lo sguardo in mezzo al caos, riuscì a discernere la figura femminile che l'aveva atterrato mentre se la portava via e la infilava nel fuoco verde di una delle torce, per poi cominciare a saltellare, battere le mani e gridare trionfante, come al pieno della gioia. Alcuni Usanga vicini, che avevano assistito alla scena, si interruppero e cominciarono a raggrupparsi incuriositi attorno a Tulke, che se ne stava a terra e non poteva che guardarli chiedendosi quali intenzioni avessero. Lo squadrarono emettendo vaghe risate, come divertiti, e poi cominciarono a danzargli attorno, arrivando a correre. Quando raggiunsero la massima velocità, due di loro lo afferrarono per un braccio, e allora tutti si tennero per mano facendo un girotondo, al quale Tulke non poté che partecipare impotente. Non riusciva a reggersi in piedi, le gambe erano trascinate a terra e gli facevano sempre più male, tentò di divincolarsi inutilmente, ma non fu liberato dalla stretta finché non lo vollero gli altri, che parevano giocherellare col suo corpo. Si stufarono in fretta, facendolo ricadere in avanti, e di gran carriera si sparpagliarono disordinatamente in una pluralità di direzioni all'interno della folla, strillando e ridendo come bambini che avessero appena fatto una marachella.
Sporco ed esausto, Tulke stava per rassegnarsi a lasciarsi andare e farsi travolgere dalla folla, quando vide procedere in sua direzione quello che pareva essere il nucleo della marcia rituale. Nonostante ne avesse sentito parlare, e l'avesse addirittura visto in precedenza (in quanto fu usato come esca nel corso del primo scontro fuori dal centro abitato) non poté fare a meno di restarne colpito. Era l'erede del governatore, Sheela, un ragazzino dai capelli biondi chiarissimi, e altrettanto pallido l'incarnato. Giaceva seminudo e privo di sensi, appeso con delle corde per le braccia ad un pezzo di legno grezzo orizzontale assicurato all'estremità di una lunga asta sorretta da due uomini, che la tenevano in perfetto equilibrio grazie all'ausilio di una serie di corde tese, che, dipartitesi dal bastone orizzontale, erano tenute da almeno altre sei persone a terra. Anche costoro erano intenti a gridare e balzare, per quanto tenessero stretta la presa, e attorno a Sheela vi era la maggior densità di Usanga dell'intera processione, nonchè la maggiore intensità degli schiamazzi. Questa vista rinnovò l'impulso battagliero di Tulke, che si accorse fra l'altro che la fiaccola in cui fu infilata la sua spada gli stava passando accanto in quel momento. Ancora a terra vide che ne sporgeva l'impugnatura, che afferrò con uno slancio, estraendola e mettendosi al contempo in piedi. Sollevò con decisione l'arma innanzi al volto, stringendola con ambo le mani, gli occhi rivolti a Sheela, che si avvicinava, colui che avrebbe dovuto salvare assieme ai suoi sottoposti. Lo sguardo confuso spaziò nei dintorni del palo che lo sorreggeva, inquadrando un soggetto che ne stava alla testa e portava un corredo rituale più vistoso dei compagni, ma di statura inferiore alla loro, motivo per cui pensò potesse essere alla sua portata. Facendo ricorso alle sue ultime forze si scagliò su di lui con un grido tremendo che sovrastò tutti gli altri, e menò l'affondo più preciso che potesse riuscirgli dritto alla gola.
La lama non raggiunse la destinazione prefissata. Fu bloccata da un gesto disinvolto del bersaglio, che la fermò schiacciandola con le mani. Dunque disarmò l'aggressore, che, sfinito, ricadde definitivamente al suolo. Quello che gli si ergeva di fronte era un uomo diverso dagli altri Usanga. La pelle era chiara, ma non per la polvere di cui si cospargevano il corpo: pareva piuttosto un suo concittadino. Le membra erano quelle di un vecchio, gracili e grinzose, eppure stranamente forti e scattanti come quelle del resto della tribù, anch'esse decorate con le stesse pitture dai toni vivaci. Il bacino e le cosce erano coperte da un panno grigiastro, logoro e stracciato, un tempo probabilmente bianco, recante decorazioni simili a quelle di Dorko, il mago al servizio del Governatore di Seldom. Sotto ai piedi aveva una pesante suola di ferro assicurata con due cinghie di cuoio. Teneva legate ai polsi due lunghe corde ricavate con una resistente fibra vegetale, alle cui estremità erano due grossi pesi che si trascinava sul terreno. Teneva la testa reclinata all'indietro, con lo sguardo rivolto verso il cielo, così anche il busto era sempre leggermente piegato. Un complesso mascherone nascondeva gran parte della testa: si componeva di due parti, una che copriva la faccia ed era quindi sempre rivolta al cielo e poco visibile, dalla quale ne pendeva una seconda davanti al collo, quale un volto posticcio, l'unico al quale ci si potesse rivolgere. La nuca era rasata, e dalla parte superiore del cuoio capelluto scendevano lungo la schiena i folti capelli intrecciati in spessi cordoni fulvi. Questi non erano tinti come quelli degli altri: tale era il loro colore naturale. Si fermò per qualche momento osservando perplesso il soldato che aveva tentato di attaccarlo, poi fece un movimento con le braccia lanciando le corde in sua direzione. Gli bastava muovere gli avambracci per farle schioccare a gran velocità come fruste, e furono sufficienti poche rotazioni dei polsi per avvinghiare la gambe di Tulke e trarlo a sé in un batter d'occhio. Il soldato venne trascinato col resto del corteo, che ormai aveva finito di percorrere il viale e si apprestava a valicare le macerie del palazzo crollato.
In breve irruppero disordinatamente in piazza, dove ebbero più spazio per dedicarsi alle loro danze, ma anche per organizzare quella che doveva essere la parte culminante del rito. Tutti facevano largo al passaggio dell'Usanga che aveva catturato Tulke, che pareva coordinare la cerimonia. Si recò al centro della piazza, ove era un patibolo per le esecuzioni, che venne presto modificato per essere adibito ad altare sacrificale: fu abbattuta la struttura da cui pendeva il cappio per essere sostituita dal palo che sorreggeva l'esile Sheela. Quando la procedura fu terminata l'Usanga si pose al di sopra del patibolo con una risata stridente, alla quale fecero eco tutti gli altri. I tamburi presero a battere un ritmo più veloce che mai, ed egli cominciò a scuotere il capo forsennatamente. In ceppi, Tulke venne portato da lui. La testa fu poggiata sulla base del patibolo, ed il capo tribù la calpestò fino a spaccarla. Col corpo venne acceso un fuoco che divampò di un bagliore verde, attorno al quale vennero disposte le altre fiaccole. L'agitazione degli Usanga, che erano tutti disposti in file circolari attorno al patibolo, aumentava sempre più. Il capo cominciò a sfregiare il corpo di Sheela colpendolo con le corde. Nessuno dei suoi seguaci ormai si tratteneva dal gridare furiosamente, in preda ad un'euforia smisurata. In vari gruppi compivano movimenti e balletti differenti, vi era chi stava piegato e marciava portando in alto le gambe con le braccia conserte e chi, del tutto eretto, camminava all'indietro, chi ancora si dava alle corse più sfrenate, chi si rincorreva esibendosi in cantilene infantili. Quando il fervore della cerimonia ebbe raggiunto i massimi livelli, il capo, dalla sua posizione elevata, sollevò una mazza dal lungo manico.
Allora gridò con tutto il fiato. Per tre volte la sua voce tuonò da sotto la maschera sovrastando tutto il resto, e pronunciò tre sillabe diverse. Ogni volta il resto della tribù le ripeté.
"Ma!"
"Jo!"
"Ra!"
Allora tutti urlarono all'unisono, e presero a ripetere senza interrompersi lo stesso strano nome: "Majora! Majora!"
"Fuoco!" Gridò fra tutte una voce estranea. Seguirono una serie di scoppi, e fra la folla caddero alcuni Usanga. Il governatore accorreva dal Viale Sud in groppa a un possente cavallo bianco insieme a Dorko. Dietro di lui erano le sue guardie a piedi, che si avvicinavano tuttavia più furtivamente al luogo, ed erano riluttanti ad attaccare, spiazzati dall'incredibile spettacolo e dalla netta superiorità numerica.
"Fuoco!"
Ripeté più energicamente, ed i più coraggiosi si fecero ancora avanti e ripresero a sparare con gli archibugi, senza riuscire a fermare la cerimonia in atto.
"Fate fuoco, codardi! Abbattete quanti più di quei barbari potete! Non reagiscono, vedete? Uccideteli!"

Continuava ad incitarli. Effettivamente gli Usanga, immersi com'erano in uno stato di trance, non si rendevano neppure conto dei compagni che cadevano, e ad ogni modo avrebbero dato la priorità assoluta al compimento del rito. Il cavallo del governatore puntò gli zoccoli per fermarsi, impaurito, il padrone cominciò a spronarlo speronandolo violentemente. La bestia si impennò, per decidersi infine a seguire il volere del Governatore tuffandosi in mezzo al tumulto.
"Sheela!" Gridò disperato il Governatore, il volto già rigato dalle lacrime copiose, quando ebbe modo di vedere la posizione del figlio. Improvvisamente sfoderò il grande stocco e prese a menar fendenti a destra e a manca, abbattendo un Usanga dopo l'altro. Alla vista di come riusciva a farsi largo senza troppe difficoltà, la maggior parte delle guardie si lanciò ad appoggiare il proprio signore, ingaggiando da presso i nemici brandendo le spade.
Dorko se ne stava appollaiato dietro al suo padrone, nascondendo la testa, tenendo le gambe lateralmente, sopra il dorso del cavallo, nella speranza di dare poco nell'occhio. Presto fu però chiamato in causa dal Governatore, che gli urlò contro, colpendolo con un gomito.
"Dorko, occupati di quello che sta sul patibolo! Usa le tue arti per colpirlo da questa distanza, io ti coprirò."
"È... è troppo pericoloso... non posso..." Balbettò il mago cercando di rannicchiarsi di più. "Svelto!" Gli disse furioso il Governatore, ma fu del tutto inutile. Allora si rivolse alla guardia più vicina, che accorse immediatamente.
"Tu, portami il tuo archibugio!"
Non appena ebbe l'arma fra le mani, mirò al capo degli Usanga e sparò.
Nonostante la mira del Governatore fosse ancora eccellente, altrettanto non si poteva dire della precisione di quei grezzi armamenti: il proiettile raggiunse solamente la mazza, spezzandola e facendola cadere dalla mano che la teneva alta. L'Usanga cessò di scuotere il capo, e si voltò lentamente, esterrefatto dall'inaspettata interruzione. Vedendo l'uomo a cavallo strillò indicandolo, e tutti i seguaci seguirono il suo esempio. I più vicini gli si scaraventarono contro, ma il cavallo non capitolò, piuttosto si difese strenuamente riuscendo a tenerli a distanza per qualche istante. Altrettanto fece il Governatore, liberandosi fra l'altro del peso di Dorko, gettandolo con un calcio sul terreno lastricato, in mezzo alla demenza della tribù. Il capo intanto non perse tempo, agitò le corde legate ai polsi per tartassare il corpo della vittima da immolare, per poi infierire con le suole di ferro, nel tentativo di ammazzarlo a quel modo. A quello spettacolo la maggioranza degli altri tornò a concentrarsi sull'accompagnamento, esagitati come in precedenza.
Il Governatore ne approfittò lanciandosi al galoppo col suo destriero in direzione del patibolo, travolgendo chiunque sulla sua strada, e quando fu abbastanza vicino vi si lanciò. Atterrò malamente, aggrappato sul bordo, con la vampata verdognola a lambirgli i tozzi piedi, e dovette faticare parecchio per salire. Quando fu sopra tentò di aggredire l'Usanga che stava torturando suo figlio, il quale si era accorto di lui, e volgendo il braccio destro all'indietro gli avvolse la vita con una delle sue corde. Non ancora immobilizzato, riuscì a liberarsi tranciandola con lo stocco, costringendo l'avversario ad interrompersi definitivamente per battersi. La serie di attacchi di spada del Governatore si rivelarono inefficaci, l'Usanga li schivò senza alcuna difficoltà. Ma, nello scostarsi, non pensò che lasciava la via aperta al suo prezioso sacrificio. Dal canto suo, il Governatore non si avvide che si scagliava contro il suo amato figlio, e così, nel culmine della sua collera, lo trafisse profondamente con lo stocco, uccidendolo sul colpo. La spada rimase infissa sul corpo di Sheela, mentre il Governatore ricadde a terra, afflitto dalla più profonda delle sofferenze. Un silenzio di tomba ricadde su tutta la piazza. L'ebrezza degli Usanga era terminata, e ora tutti osservavano la loro guida, consapevoli del fatto che era tutto finito. Egli, invece, si prese la testa fra le mani e gridò come un invasato, mentre tutto il corpo era percorso da un fremito di angoscia. Le sue fruste si avvolsero in un movimento spasmodico sul Governatore, che fu avvinghiato prima che potesse emettere un gemito di dolore, e venne scagliato fra gli Usanga, che in massa lo assalirono brutalmente.
Un momento dopo, una mano scarna si aggrappò al panno che faceva da gonnellino al capo Usanga, inginocchiato mentre osservava la cruenta scena.
"Sciamano..." Gli si rivolse una voce fievole. "Tu sei... tu sei Sarka."
Era Dorko, che, strisciato fin sopra il patibolo, aveva riconosciuto il tessuto che indossava l'Usanga, ed ora giaceva meravigliato ai suoi piedi. Questi, per la prima volta, abbassò il capo, distogliendo lo sguardo dal cielo per rivolgerlo sul mago. Rivelò così la seconda maschera, adornata di tondi occhi gialli come quella dei suoi seguaci, che ne celava solo parte del volto. Era infatti visibile la bocca, ed in particolare i denti che aveva raschiato fino a rendere delle piccole punte giallastre, che incorniciavano una lingua blu altrettanto puntuta.
"Ci rincontriamo dopo tanto tempo..." gli disse.
"Cosa... cosa ti è successo... cosa sei diventato?" Chiese Dorko, indietreggiando incredulo e spaventato dal viso dell'altro, fermandosi sul bordo della piattaforma di legno.
"Nessuno stupore nel vedere come ti sei ridotto tu..." Fece l'altro, con voce pacata. "Per tutti questi anni hai abusato della magia e ti sei adagiato sul lusso, dico bene? Sapevo che sarebbe successo da quando decisi di andarmene..."
"Per unirti a questi scellerati, quale stregone e signore d'arti oscure?" Fece Dorko con un inedito impeto. Pareva carico di una rabbia profonda, personale, nel rivolgere la parola all'antico confratello.
"Non dovresti sottovalutarmi a questo modo!" Gli gridò contro.
La rabbia era tale da conferirgli il coraggio attaccarlo. Sollevò le braccia al cielo con un gesto imperioso, e dalle dita proruppero delle folgori bianche, che si abbatterono su Sarka, che a fatica riuscì a bloccarle, tendendo le mani in avanti. Per un attimo sollevò di nuovo il volto che gli mascherava il collo per lanciare un grido stridulo, poi si abbatté sull'altro prendendogli la faccia con le mani ancora incandescenti per la magia che aveva bloccato.
"Una magia d'offesa... tu sei l'unico stregone! Quale viltà, quale uso corrotto delle arti arcane. Tu sei l'unico scellerato, vecchio vigliacco."
Cominciò a parlare, camminandogli attorno col passo di un felino.
"Le nostre facoltà erano asservite al bene comune, rimembri? Non al potere personale, questo lo ricorderai. Non ne facevamo uso se non per migliorare gli atti degli uomini, dar loro saggi consigli, accompagnarli nel giusto e mitigarne i mali dell'animo, che inevitabilmente prima o poi si manifestano... Per generazioni abbiamo mantenuto l'equilibrio in queste terre, e la pace fra i popoli. Finché non cominciaste ad assecondare il volere dei corrotti... quante volte tentai di dissuaderti dall'appoggiare i malsani progetti del Governatore? Quante volte ti chiesi di aiutarmi nell'opposizione?"
Gli chiese, indicandolo con un lungo indice.
"Ma... stai farneticando... assieme al..."
Tentò di difendersi un ansimante Dorko, ma l'altro lo interruppe subito, con tono ancora più acceso. "Quante volte tentò di dissuaderti la tua allieva, l'unica lungimirante nella famiglia di quel tiranno?"
"Reina... lei non capiva, esattamente come te! Per questo l'ho ripudiata, e ora non fa più parte dell'ordine... né tantomeno vive a palazzo. È divenuta una miserabile vagabonda, probabilmente ha perso il senno. Passa il suo tempo nelle terre selvagge, con le bestie." Disse con disprezzo Dorko. "E si addolora delle ferite della terra, e di quanti dei miei fratelli ne subiscono le conseguenze, morendo ogni giorno. Sovente l'abbiamo vista vagare per le lande, quale un occhio vigile. È sempre occupata nel tentativo di contenere la furia cieca del fantasma che andate inseguendo, che definite progresso. È giusta, ma finora le sue azioni non hanno portato a nulla... i suoi sono stati sforzi insignificanti. Ancora si affida alla ragione... purtroppo non ha compreso che proprio essa è all'origine di ogni male. L'istinto ha da porsi quale guida comune."
"Noi abbiamo percorso una strada di gloria e di pace, non te ne avvedi?" Ribatté Dorko. "La prosperità del Governo di Seldom non fu mai tanto grande, e questo grazie alla nostra confraternita, grazie a me!..."
"La tua vicinanza col potere è stata eccessiva, mio vecchio amico. Non può esistere confraternita a queste condizioni. Io mi rifugiai in esilio sulle foreste, allorché vidi deceduta la coscienza degli uomini."
"La tua vicinanza con quella gente ti ha fatto marcire il cervello, piuttosto... Se è la pace che proclami, per quale motivo ci muovi contro? Per quale motivo incendiate le nostre città, rapite e uccidete innocenti nei vostri rituali scabrosi? Abbandona quella tribù, Sarka, e torna fra noi... solo così potremo costruire un futuro migliore."
Disse Dorko, provocando una lunga e tonante risposta da parte dell'altro:
"Per quale motivo la vostra città è in irrefrenabile espansione e le vostre coltivazioni e i vostri allevamenti, che ritenete segno di questa grande prosperità, assorbono di giorno in giorno i nostri territori? Per quale motivo ci uccidete senza neppure rendervene conto? Per quale motivo bruciate le foreste ove viviamo?
Non c'è futuro! Non è la pace che cerco... gli Usanga conoscono la soluzione e la stanno perseguendo da molto tempo ormai, da prima che mi unissi a loro. Mi hanno aperto gli occhi, che ora sono sempre volti al cielo, in attesa che cada sulla terra, quando l'Ira sarà giunta. Quando colui che discende dai cieli sarà fra noi.
Mi hanno iniziato al culto di Majora. La loro vista supera la nostra, i loro sguardi arrivano più in là, poiché dall'inizio dei tempi osservano questo mondo. Di persona hanno vissuto la genesi di Gatapo e, consci che non esiste via d'uscita a questa catastrofe, ne invocano una maggiore. La distruzione assoluta è l'unica soluzione possibile. Agognano al caos primigenio che generò il mondo, ed i riti che hai avuto modo di osservare vogliono provocarlo facendo ricorso alle energie primordiali che fanno parte del cosmo e di noi tutti, la forza che genera e distrugge ogni essere vivente in un ciclo perpetuo. Tali energie sono convogliate dal gioco, la risata e la danza sfrenata, a cui ci si abbandona dimentichi di ogni limite, fino al raggiungimento dell'Ira dell'Uno.
Tutto questo conobbi fra loro, e lo arricchii con le mie arti e conoscenze, rendendoli inoltre più forti innanzi al vostro fuoco... lentamente i rituali si sono raffinati, le invocazioni hanno dato segno di essere realmente efficaci, e tutti sapemmo che ci stavamo avvicinando come non mai al grande, fatidico Majora!"
Alzò ancora una volta lo sguardo al cielo, esplodendo in una risata demente. Fu imitato da tutti gli Usanga nella piazza, che avevano ormai sopraffatto le guardie e ammucchiato i corpi su quello del Governatore.
"Ma... jora? Non capisco... questa... non ha senso... come si può pensare di rendere concreto un concetto astratto..."
Disse Dorko nella rinnovata confusione, quando Sarka riprese la parola.
"Creammo l'Artefatto, la trasfigurazione del grande Majora...", disse indicando un pezzo di corteccia logoro ma molto spesso, posto per terra, vicino al palo dove pendeva l'esanime Sheela. Al suo gesto tutta la folla gridò all'unisono. Pur malridotto a causa dei frequenti trattamenti cui era sottoposto durante i cerimoniali, l'Artefatto risultava comunque appariscente. Era inciso di profondi tratti scuri e curvilinei, ma piuttosto imprecisi, mentre la superficie in rilievo era decorata di colori sfavillanti, fra i quali spiccavano due tondi gialli, gli stessi occhi delle maschere che portavano i membri della tribù. Ai bordi della corteccia erano infisse le fauci di qualche animale, che apparivano quali i corni posticci di una mostruosa faccia inespressiva.
"Capimmo che abbisognava di carni per la sua nascita, che sarebbe avvenuta quando le energie da noi generate confluiranno in esse e dunque nell'Artefatto, portando la fine di tutto... così cominciammo ad offrirgliele periodicamente, attingendo a voi." Stava concludendo, in piedi innanzi agli Usanga in fermento. Dorko, lentamente, sgattaiolava via.
"Era necessario il figlio del Governatore, prodotto della corruzione ancora immacolato, a risvegliare l'Ira. Abili nel passare inosservati e forti della mia conoscenza della residenza del Governatore, fu facile catturarlo. Dunque marciammo su Seldom, poiché il rito finale non può che avvenire nel nucleo della catastrofe. Quivi sorgerà la nuova catastrofe!"
D'un tratto la sua esaltazione parve spegnersi, quando si ricordò com'erano andate realmente le cose. "Così sarebbe stato, se voi non ci aveste interrotto e privato della vittima..." bisbigliò scuotendo sconsolato la testa.
Poco dopo una nuova agitazione si propagò nella folla, unita ad uno strepito distante: almeno una sessantina dei fanti stanziati a sud in protezione del popolo erano tornati a Seldom, e stavano giungendo dal Viale Sud armati fino ai denti e protetti da corazze pesanti. Sotto la maschera il volto di Sarka si contrasse in una smorfia di sgomento. Guardò in direzione di Dorko per accorgersi che non c'era più, ma non era andato lontano: lo avvistò a scarsa distanza dal patibolo, mentre fuggiva furtivamente. Digrignando i denti per il disappunto di averlo perso di vista, sollevò la testa, tenendola nell'assurda posizione che aveva mantenuto fino a prima di parlare con Dorko. Non avrebbe più parlato il linguaggio degli uomini.
Indicò il mago strillando e facendo schioccare le corde in sua direzione, e un paio di Usanga si affrettarono a stordirlo e catturarlo. Scese dal patibolo con un balzo, ordinando la ritirata generale, unendosi al suo popolo una volta appropriatosi e domato il grande cavallo del Governatore, e fattosi consegnare l'anziano confratello. Due botti di esplosivo furono fatte rotolare con la miccia accesa fino all'imbocco del viale, ove esplosero lasciando una cortina di fuoco innanzi ai nemici in avvicinamento. Gli Usanga fuggirono percorrendo perlopiù il Viale Ovest, per disperdere le loro tracce fra le macerie e le fiamme che ancora avvampavano, molti a piedi, altri a coppie in groppa a un cavallo. Quando Sarka e buona parte del suo seguito non furono più circondati dagli edifici, vennero accolti dallo squillo di trombe: una ventina di soldati a piedi ed almeno una decina a cavallo avevano fatto il giro della città esternamente. Scoppiò una breve battaglia nella quale la tribù si trovava in una posizione svantaggiosa, ed era priva di esplosivi da sfruttare, ma riuscì comunque ad avere la meglio, nonostante le ingenti perdite causate anche dal fatto che fosse più impegnata nella fuga che nel conflitto. Inoltre, gli Usanga non furono in grado di eliminare alcuni dei cavalieri di Seldom, che si dettero all'inseguimento di Sarka, riconoscendo il prigioniero che portava con lui. Lo sciamano continuò a galoppare a più non posso, ed in breve distanziò gli inseguitori. Ma solo pochi Usanga a cavallo gli stavano dietro, e riuscirono a seguirlo quando si immerse nei fitti meandri dell'ormai ridotta foresta tropicale occidentale, in cui la maggior parte di loro aveva avuto i natali.

Nessuno di quella compagnia sapeva che qualcun altro era sulle loro tracce. Si trattava di una bestia enorme, lunga almeno quanto cinque cavalli, ma molto più bassa, e molto più veloce. Era un invertebrato, aveva molteplici occhi, che gli permettevano di vedere in svariate direzioni contemporaneamente, e otto zampe dotate di un esoscheletro rilucente di verde, poste vicine a coppie, quasi sulle estremità del corpo. La frequenza dei passi era tale da avvicinarsi all'impercettibile. Il pelo marrone scuro del dorso era piuttosto folto, e vi stava immersa una minuta donzella, che lì appariva ancora più piccola. Aveva tuttavia un aspetto indomito, si ergeva impassibile sull'animale senza barcollare nonostante l'elevata velocità. I capelli castano chiaro risplendevano della luce delle stelle, sconvolti dall'impeto del vento sferzante, il viso era un bell'ovale chiaro con incastonate due rilucenti gemme azzurre. Alla nobiltà d'animo leggibile dalla luce del suo volto si contrapponevano gli stracci di cui era vestita, la cui fatta rassomigliava molto a quelli portati sotto il ventre dallo sciamano Sarka.
"Mia dama, mi lasci andare le antenne, per cortesia. Sa che sono ipersensibili."
Fece l'animale con voce cavernosa.
"In qualche modo dovrò pure spronarvi, Borgil." Rispose lei ironicamente, e soggiunse provocatoria: "Vi ricordavo più veloce..."
L'altro, offeso, emise un gorgoglio indescrivibile.
"Di questo passo non raggiungeremo Sarka neppure questa volta." Disse lei con la voce limpida e dolce. "E se per qualche motivo non ha compiuto quanto intendeva a Seldom e per farlo ha dovuto ritirarsi nel fitto delle giungle, è arduo che la sorte ci sia tanto favorevole una seconda volta."
Un secondo e differente rumore prodotto da Borgil indicò che riconobbe le sue parole come giuste. "Non mi fossi imbattuto in quegli scontrosi Usanga nelle praterie sarei potuto accorrere prima in risposta alla vostra chiamata, mia dama... e forse saremmo riusciti a fermare lo sciamano. Ma questa volta Sarka pare aver organizzato un piano nei minimi dettagli, prevedendo anche il vostro intervento. La tribù ha certamente in mente qualcosa di grosso..." Disse.
"Più pericoloso che mai, questo è certo. Non avevano mai osato spingersi tanto oltre. Addirittura penetrare la capitale di cui mio padre va tanto fiero..." Disse lei.
"...E rapire vostro fratello per i loro rituali... così hanno riferito i pennuti dal cielo." Intervenne l'altro.
"Sento che ormai per lui non si può fare nulla, e me ne rammarico. Ancora non rassomigliava al Governatore, per quanto egli l'amasse e ne volesse fare il suo successore a capo della comunità. Un giorno avrebbe potuto abbandonare il forte come feci io, ed unirsi a noi..." Diceva la donna con voce desolata, lo sguardo triste e compassionevole.
"Non correte col pensiero, signora Reina. Concentriamoci sul nostro obbiettivo!" Disse Borgil, sollevandone lo stato d'animo.
"Già. Ci converrà accorrere in aiuto del vecchio Dorko... nonostante la sua estrema cupidigia non merita la morte, e potrebbe non essere troppo tardi per fargli apprendere l'essenza della retta via. Ma innanzitutto mi preoccupa il fatto che Sarka l'abbia rapito... non comprendo quali intenzioni possa avere, ma troppe persone sono morte immotivatamente per suo volere. Dobbiamo fermarli una volta per tutte. Avanti ora, accelerate il passo, al galoppo!" Esclamò lei aggrappandosi ad una delle antenne che coronavano la testa dell'altro.
"Le ricordo ancora che non sono un cavallo... non è lei che comanda solo perché sta lassù... si sieda, e si regga forte." Sbuffò Borgil, e scuotendosi la fece cadere sulla soffice peluria. Reina si aggrappò come meglio poteva, distendendosi con la testa in avanti per poter vedere meglio. In lontananza vide la macchia scura della foresta farsi sempre più grande. Quando furono molto vicini e qualche albero cominciò a punteggiare la brughiera che percorrevano, fu colta da un brivido, e si rivolse all'invertebrato leggermente ansiosa.
"Borgil... non ci avevo pensato, ma la foresta è molto intricata e voi siete piuttosto largo, gli spazi non hanno nulla a che vedere con gli altipiani ove siete solito muovervi." "Mi sono raccomandato di reggersi forte, signora. Vi sarà sufficiente pensare a quello... volendo potrete chiudere gli occhi, vi dirò io quando saremo a destinazione." Rispose lui tranquillamente, tentando di rassicurarla. Quando furono prossimi a tuffarsi fra gli alberi Reina non riuscì a fare a meno di emettere un grido, soffocato sul nascere nel trattenere il respiro per lo spavento: "Finiremo per schiantar..."
Non appena penetrarono sul bosco, Borgil lasciò il terreno e prese a percorrere trasversalmente i tronchi, senza diminuire in alcun modo la velocità, grazie all'aderenza garantita dalle setole poste sulla superficie delle zampe e allo scarso spessore del corpo, che in verticale non aveva difficoltà a farsi largo fra i rami.
"Un cavallo non riuscirebbe a fare questo..." Disse assaporando la soddisfazione ed il silenzio di Reina.
Dopo un breve tratto alcuni fringuelli scesero dalle chiome degli alberi e sfrecciarono cantando attorno a Borgil, per avvertirlo del percorso intrapreso da Sarka, e dunque volare via. Non appena ne fu informato cambiò bruscamente direzione.
"Vi conduco all'Albero Tamba, ove gli Usanga sono soliti svolgere le loro cerimonie liturgiche... pare fosse quella la loro meta." Disse alla ragazza, che a malapena era riuscita a reggersi fino a quel momento. Le fatiche di Reina finirono però in fretta, poiché erano nei pressi del luogo, e dovette scendere, lasciando l'amico a vigilare i dintorni dall'alto degli alberi, mentre lei si allontanava in perlustrazione. Mentre si muoveva con circospezione fra i grovigli dell'abbondante vegetazione che spuntava dal terreno, poté udire il rumore di una lotta poco lontana: clangore di spade, urla e nitriti. Si mise a correre in quella direzione, e si stupì nel vedere che almeno sette cavalieri di Seldom erano riusciti a seguire i pochi Usanga a cavallo che avevano raggiunto il bosco, e ora li stavano combattendo. Non prese parte ai combattimenti, preferì mantenersi a distanza e proseguire furtivamente nella ricerca, convinta che gli altri dovessero trovarsi nei dintorni.
Di lì a poco li individuò sentendone le urla da lungi, provenivano da dietro una collinetta coperta di foglie. Si arrampicò in tutta fretta coi piedi nudi, e quando fu sulla sommità ebbe modo di osservare il più maestoso essere che avesse vissuto in quelle terre: l'Albero Tamba. Ormai ne rimaneva solo il cadavere, per quanto la cosa non ne sminuisse l'imponenza. Appariva quale uno scuro guscio secco delle dimensioni di un'abitazione, costituito quasi completamente dall'enorme tronco. Decine di spesse radici ne adornavano la base ancorandolo al terreno, mentre in alto culminava in una serie di corte e tozze ramificazioni, protese verso il cielo e molto aggrovigliate, ovviamente spoglie di qualsiasi fogliame. Il tronco era perlopiù cavo, ed in quel momento il suo interno ospitava Sarka e meno di una decina di Usanga, quanti erano arrivati con lui fino a lì. Ai piedi dello sciamano giaceva terrorizzato Dorko, che, strattonato fino a quel momento, era troppo debole per ribellarsi. Sarka scuoteva la testa e faceva roteare la porzione superiore della lancia presa ad un cavaliere della capitale con una mano, mentre con l'altra teneva alto l'Artefatto. Gli altri gridavano il nome maledetto e si muovevano in preda all'eccitazione: evidentemente stavano tentando di porre fine al rito che avevano cominciato a Seldom. Le energie che si erano accumulate quella notte permeavano abbondantemente il luogo, attraverso i pochi che vi erano radunati, e Sarka sperava che il sacrificio di un simile traditore, dopo che in un solo giorno era stato offerto tanto, fosse sufficiente a far si che Majora si manifestasse.
Reina piombò giù dalla collina prendendo di piglio il suo arco e cominciò a scoccare con precisione alcune frecce indirizzate ai partecipanti del rito. Accorgendosi della caduta di un paio di Usanga, Sarka calò il giavellotto su Dorko, perforandogli lo sterno. Subito dopo venne atterrato da un dardo che lo centrò sul petto. Gli Usanga rimasti stridettero come non mai, mentre Reina li ignorò e lasciò cadere l'arco. Accorse all'interno della pianta inginocchiandosi accanto a Dorko, che un tempo era stato suo maestro. Estrasse la lancia dal suo corpo, e ne contemplò gli occhi morenti. Nei suoi ultimi istanti di vita Dorko la riconobbe, e digrignò i denti rivolgendole uno sguardo di disprezzo. Lei gli carezzò il volto, per poi avvicinarsi a Sarka e fare lo stesso. Gli scostò la maschera, e ne vide la faccia sfigurata, la bocca contorta in un ghigno rabbioso, le pupille staglianti in due piccoli occhi gialli imbucati in orbite profonde come crateri. Si alzò, sussurando: "Riposa in pace." Allora, nel guardarla, gli occhi di Dorko si riempirono di lacrime.
"Allontanati Reina!" Le disse con la poca voce che gli rimaneva. La minuta dama si voltò in sua direzione, stupita. Subito si concentrò e percepì anch'ella l'addensarsi di un'arcana, indefinibile forza attorno a loro, quale una presenza impalpabile. Era troppo tardi: l'invisibile presenza la sospinse contro la parete interna dell'albero. Dal terreno umidiccio, un po' scombussolata, vide il braccio sinistro di Sarka sollevarsi.
Ma era il pezzo di corteccia a sorreggerlo. L'Artefatto si liberò della stretta della mano, facendo ricadere il braccio a terra, e parve fluttuare a mezz'aria. Ma Reina intravide la vaga immagine di una figura di bassa statura baluginare dietro ad esso, portandolo sul volto. Sembrava il corpo dal colore lattiginoso di un bambino, fatta eccezione per la nuca rossiccia. Ricordava i colori delle pitture con cui gli adoratori di Majora solevano dipingersi il corpo.
Intanto i quattro Usanga rimanenti avevano smesso di danzare, erano accasciati a terra in preda ad irrefrenabili movimenti inconsulti, e strillavano come sconvolti da dolori lancinanti. Dai loro corpi si distaccarono sagome eteree simili a quella che reggeva l'artefatto, quattro nanetti rilucenti di un bagliore opaco, i volti altrettanto nascosti da maschere grottesche dai colori vivaci. Si avvicinarono al primo venuto, mentre gli Usanga continuavano a gridare e dimenarsi sul terreno, e tutti e cinque si presero per mano. Majora e i suoi pestiferi fratellini, i figli della follia e dell'insensata distruzione.
Da quell'unione scaturì un'abbacinante luce gialla che avvolse ogni cosa. Tutto attorno le piante deperirono, la terra tremò in ogni luogo e Gatapo ne fu sconvolta. L'Ira era giunta, e nessuno avrebbe potuto trovare un rifugio, la salvezza non era concepibile.
Quando la luce si affievolì, Reina si alzò e vide che il corpo di Sarka ne era parzialmente avvolto, e che le parti visibili si gonfiavano e stringevano alternativamente, si deformavano sconvolte da continue mutazioni. Da quella massa lucente ed instabile guizzavano di tanto in tanto tentacoli o parti di membra informi, fino a che non si levò un corpo fatto di sola carne, del tutto privo di pelle, di cui si potevano vedere i muscoli e gli organi, e che andava a mano a mano configurandosi in una forma antropomorfa. Nonostante gli Usanga giacessero esanimi sul terreno e la vita pareva essersi spenta in loro, era ancora possibile udirne echeggiare le grida all'interno dell'albero cavo, le quali andavano amalgamandosi sempre più, fino a non distinguersi l'una dall'altra. Gli occhi gialli dell'Artefatto si accesero come due lumi in quello che doveva essere il petto dell'immonda creatura che andava generandosi, mentre i colori che fino ad un momento prima decoravano la corteccia, andavano ricoprendone parte del corpo. Braccia e gambe si fecero visibili, lunghe e strette, eppure possenti. Quando emerse la testa, gli echi degli Usanga si unirono definitivamente in un orrendo grido, del tutto ambiguo, com'erano i cori rituali della tribù. Dalle estremità delle braccia fuoriuscirono due lunghissimi staffili scarlatti, della stessa carne che costituiva il resto delle membra.
Reina guardava atterrita l'incarnazione di Majora, che già danzava, saltava, e ruotava su se stessa, agitando le fruste come un ossesso. Aveva davanti a sé la personificazione della coscienza stessa degli Usanga, che festeggiava la sua liberazione e la possibilità di imperversare nel creato senza alcun limite, portandovi il caos come prima non gli era concesso. Ma voleva fare qualcosa per fermarlo. Cominciò a strisciare lungo la superficie interna dell'albero per uscire e recuperare l'arco lasciato nello spiazzo, quando si accorse che Dorko era ancora vivo, ed era riuscito addirittura a strisciare in disparte. Nonostante le apparenze, le arti magiche avevano reso invero il vecchio molto resistente. Allora si inginocchiò al suo fianco e gli strinse una mano fra le sue, pregandolo di aiutarla, risoluta nella disperazione.
"Maestro... dobbiamo fermarlo... qualunque cosa esso sia ci dev'essere un modo, lei saprà come fare." Per un po' Dorko rimase riluttante in silenzio, squadrandola con diffidenza.
"Infedele... se avessi completato il mio tirocinio ora sapresti come comportarti..." Le disse infine, ma la ragazza lo fissò intensamente con i begli occhi celesti, ed insistette. "Dorko, signore... non fate che tutti debbano andarsene assieme a voi... se vi è una possibilità di invertire il processo avviato col rituale di Sarka dovete dirmelo, per il bene di Gatapo..."
Allora il mago desistette, utilizzando le sue ultime forze per spiegarle come avrebbe potuto tentare di agire.
"Un modo potrebbe esserci...", disse, "Se la cerimonia non è riuscita appieno come credo... giacché non è stato offerto il sacrificio più adeguato... allora Majora non dispone dei suoi pieni poteri. Così dev'essere, se le leggende corrispondono a verità... altrimenti, con la sua nascita già avvenuta, a quest'ora di questa contrada non dovrebbero rimanere che le ceneri..."
Fece dunque per chiudere gli occhi, quando Reina lo rianimò scuotendolo con dolcezza.
"In questo caso, come devo agire?" Chiese un'ultima volta.
"Lo spirito afflitto di Sarka e dei suoi fratelli Usanga... continua ad agitarsi nell'essenza di Majora... " Riprese lentamente a parlare Dorko.
"Ma potrebbe risanarli, riportarli indietro e dar loro pace... la... la Canzone della... Guarigione. La ricorderai... è alla base degli insegnamenti del nostro ordine. Eseguila..."
L'ultima parola pronunciata dal mago si spense in un sospiro.
Reina aveva capito di cosa si trattava, e subito si mise all'opera stringendo il flauto ricavato da una canna di palude che le pendeva al collo. Uscì dal tronco di Tamba, e, nascosta in disparte, si mise a suonare la dolce melodia che avrebbe allietato gli spiriti, portando la pace e cancellato il dolore. All'udirla Majora strillò infastidito ed interruppe il suo ballo sfrenato. Si mosse in direzione della musica scovandone immediatamente la fonte. Avvinghiò all'istante la ragazza fra le spire, e parve colto da sollievo nell'avvertire la musica cessare. La scagliò quindi lontano, fin sopra la collina, ma fortunatamente le foglie che la ricoprivano in abbondanza attutirono la caduta. I cavalieri di Seldom che erano giunti fin lì e si erano sbarazzati qualche momento prima degli Usanga che bloccavano loro il passo, videro la dama da sotto la montagnola. Per quanto fossero sconvolti da quell'incommensurabile baraonda, accorsero in suo aiuto, assistendo all'assurdo spettacolo del demone ballerino. Notando le trombe da cavalleria che costoro portavano al fianco, Reina li pregò di aiutarla, semplicemente replicando le note che avrebbe suonato. I soldati erano ben addestrati e dimostrarono grande coraggio nell'accettare. Pur non avendo idea di cosa stesse succedendo erano certi che tutto ciò fosse stato provocato da quei pazzi degli Usanga, e che se suonare una canzone sarebbe stato utile per contrastarli, l'avrebbero fatto.
E così fecero. Reina discese impavida la collina, riprese l'arco lasciato per terra e scagliò una freccia contro Majora, che già aveva smesso di guardarla, trafiggendone il terzo occhio, posto fra le corna sopra la testa. Il grido del demone in preda all'inaspettato dolore sollevò tutte le foglie morte, ma lei trasse vantaggio dall'essere riuscita ad abbassare per poco le sue formidabili difese per farsi avanti riprendendo a suonare col suo flauto, mentre i cavalieri si tennero a distanza accompagnandola col suono tonante dei loro strumenti dorati. La ragazza era come un'insignificante macchiolina scolorita al cospetto del diavolo multicolore che le stava davanti, eppure si ergeva retta e sicura nell'affrontarlo, e non temeva di guardarlo faccia a faccia. Riuscì nell'altrimenti impossibile intento di avvicinarsi tanto perché questa volta lui non fu in grado di reagire: la musica proveniva da tutti i lati, e non poteva che tenere impegnate le mani a tapparsi le orecchie. Alla lunga si accasciò a terra. Il corpo, la cui metamorfosi ancora doveva completarsi, era percorso dagli stessi fremiti che avevano colpito gli ultimi Usanga prima della loro dipartita, fino a che non sembrò affievolirsi come una foglia secca, e lo stesso avvenne alle grida, che si fecero fioche, fino a divenire gemiti sommessi e dunque scomparire.

Di Reina la sola splendida matassa di capelli ondulati emergeva dalle soffici coperte rosso scuro bordate di una sfarzosa trama dorata, quando si risvegliò dopo un sonno che le pareva essere stato eterno. Venne fuori col visino, l'espressione assonnata e confusa. Si stropicciò gli occhi, per accorgersi di essere coricata in un letto ben più comodo e lussuoso del fogliame sul quale soleva riposare.
"Avete fatto un lungo viaggio, madama." Disse una voce vigorosa accanto a lei, che sollevò il busto per voltarsi in quella direzione. Quello che vide era un volto vagamente familiare, anche se dapprima non riuscì a spiegarsene il motivo. Improvvisamente le tornarono in mente gli avvenimenti succedutisi prima che perdesse conoscenza: era uno dei guerrieri che l'avevano aiutata a sopraffare il demone incarnato. A quel pensiero avvertì un cerchio alla testa, si appoggiò una mano sulla fronte, e tornò a sprofondare sotto le lenzuola.
"Posso immaginare come vi sentiate... non voglio pensare cosa potesse voler dire entrare in contatto diretto con quella... cosa. Ad ogni modo avete dimostrato un incredibile coraggio, non avevo mai visto nulla di simile."
Reina spalancò gli occhi di colpo, dopo averli tenuti socchiusi fino ad allora.
"La... cosa. Che avete nominato..." Sussurrò. "Che fine ha fatto?"
Al che il soldato si esibì in un sorriso sciocco, che gli diede l'aspetto di chi non ha idea di ciò a cui si sta riferendo. Muovendosi con fiero passo militare andò a prendere uno scrigno posto su uno sgabello lì vicino.
"Guardate voi stessa... glielo abbiamo portato appositamente." Fece, porgendoglielo con una risatina. Reina parve esitare nell'aprirlo, così riprese divertito la parola, sghignazzando una seconda volta. "Non temete... ormai lo definirei del tutto innocuo... per quanto possa non aver perso quel suo cipiglio inquietante."
Lentamente la ragazza sollevò il coperchio, guardando di sottecchi il contenuto.
Vi era una semplice maschera. La fattura era pregiata, e le decorazioni si rassomigliavano a quelle originarie dell'Artefatto, riprese con maggior precisione, ma non era che una semplice maschera. Presto si accorse di come tale semplicità fosse solo apparente.
Rassicurata, allungò una mano all'interno del contenitore. Quando arrivò a toccarla fu presa da quello che al di fuori sembrava uno spavento immotivato, che la fece impallidire e sobbalzare, rischiando di cadere dal letto. Aveva rivisto Majora in faccia. Al solo tocco di un dito sulla maschera ne aveva percepito l'essenza, forte di tutto il suo potere ma di per sé impotente, intrappolato al suo interno. Richiuse lo scrigno con uno scatto, senza riuscire a nascondere il terrore sul suo volto. Dal suo canto, il soldato non riusciva a nascondere la sue perplessità nel vederne la reazione.
"Lasci che la prenda io..." Le propose con un sorriso imbarazzato, allungando cortesemente la mano. "Ha avuto una brutta esperienza ed è forse preferibile che..."
"Non provare a toccarla!" Rispose lei bruscamente, ritraendo lo scrigno. Aveva capito che la Maschera non aveva modo di esercitare il suo potere se non attraverso il contatto con un corpo esterno. "Dove ci troviamo?" Gli chiese con tono autoritario, corrucciando l'ampia fronte. "Mi avete riportata a Seldom?"
"Non esattamente...", rispose il soldato... "A dire il vero ci troviamo in una tenda, come potete notare. Per dirla tutta, riguardo alla città... non è facile a spiegarsi, anzi... forse non esiste neppure una spiegazione. Le sembrerà incredibile, ma quando..."
"Basta così, fuori!" Ordinò la giovane dama, tastandosi confusa la testa. L'altro obbedì senza esitare, facendo un inchino prima di congedarsi, senza dimenticare un sorrisetto.
"Come volete, signora ammazzatrice di... cose."
Rivestitasi con degli abiti nuovi, Reina uscì in fretta e furia dalla tenda, e vide che si trovava in un'enorme campo costellato di centinaia di tende grigie, tutte uguali alla sua ma di dimensioni mediamente minori, illuminato dalla luce mattutina. Fu un sollievo constatare che le violacee nubi crepuscolari che ricordava non appestassero più le volte celesti. Quello era il luogo in cui erano stati portati gli abitanti di Seldom, il rifugio allestito in occasione della venuta degli Usanga. Dopo che si fu orientata un po', ed ebbe capito di trovarsi poco a sud della città, si mise a correre per il campo fino ad abbandonarlo. La gente che si aggirava nei dintorni si fermava incuriosita a guardarla. Corse fino a giungere ad un declivio fra i colli, lì vicino, che le avrebbe permesso di spaziare lo sguardo su quella che un tempo era stata la sua patria.
La prima cosa che vide fu il forte del Governatore in rovina. Vasti crepacci squarciavano il terreno, percorrendolo per lunghezze interminabili. Anche i monti in lontananza apparvero diversi, come fossero stati sconquassati. Della gloriosa Seldom, che si estendeva a perdita d'occhio all'orizzonte, non rimanevano che macerie.
Al ritorno in accampamento, trovò il soldato di prima ad attenderla fuori dalla sua tenda, con le braccia dietro la schiena, e una vaga espressione di compatimento.
"Avete visto la nostra Seldom coi vostri occhi, eh? Avevo tentato di spiegarvelo... simili disastri sono avvenuti anche altrove... in ogni regione di Gatapo. Un sacco di gente è morta. È incredibile, insensato... pare sia successo tutto quando si è accesa quella luce divina nella foresta ad ovest. E che tutto sia finito quando avete abbattuto quella creatura. Siete la nostra salvatrice, ed io sono orgoglioso di avervi aiuta..."
Reina rientrò nella tenda, senza stare ad ascoltare tutto quanto il soldato aveva da dirle. Aveva capito fin troppo bene qual era l'entità del potere di Majora, il potenziale pericolo costituito dalla Maschera. Si sedette sul letto, prese con se lo scrigno, e lo aprì per guardarla ancora una volta. Da quel momento seppe che l'avrebbe custodita personalmente, che l'avrebbe tenuta nascosta a chiunque. Tale la condizione indispensabile se si sperava di ricostruire un mondo dalle sue fondamenta, un mondo che fosse migliore.

"E questa ricostruzione... avvenne?" Chiese l'ospite al vecchio eremita.
"Pare di sì... Si racconta che Gatapo rinacque sotto il dominio di Reina, la Dama Splendente. Le genti avevano visto la devastazione portata come una punizione divina, e la dama riuscì a convincerli che la cosa era stata causata dai conflitti con gli Usanga. Lentamente furono superate le reciproche diffidenze, e si raggiunse una pace stabile, nella quale tutti collaborarono, per intere generazioni anche dopo la dipartita di Reina, per far rinascere il paese." Rispose il vecchio.
"Dopo la sua morte?" Domandò ancora l'altro.
"Seguimi..." Gli disse il vecchio. "Abbandoniamo questo vecchio rifugio... è ora di andare." Così fecero, e si incamminarono insieme per una sentiero di montagna. Durante la camminata il vecchio riprese il discorso precedente.
"In verità la fine di Reina non avvenne in Gatapo. Va detto che gli Usanga non parteciparono alla ricostruzione... in quanto erano scomparsi, dal giorno dell'avvento del Demone. Scomparsi assieme a lui... e nessuno seppe che fine avessero fatto. Per quanto la Signora avesse custodito fino a quel momento la Maschera con la massima efficienza, veniva colta sempre piu spesso da oscuri presagi riguardanti il risveglio di Majora per mano di alcuni Usanga, tornati dalle foreste che li avevano inghiottiti, o dagli abissi dell'oltretomba stesso. Avvenne che la sua guardia si abbassò per un momento, e la minaccia fu ben più vicina di quanto le visioni le facessero temere. L'uomo che aveva come compagno, che non doveva averne appreso tutte le virtù, scoprì la Maschera e con essa il potere che concedeva. Sperava di poterlo asservire ai propri fini, che potesse costituire un aiuto fondamentale per la crescita della comunità, ma presto fu evidente che la Maschera aveva preso a manipolarne il volere. Reina fu in grado di sottrargliela prima che l'entità del pericolo che andava costituendo raggiungesse livelli insostenibili, ma per farlo si avvicinò ad ucciderlo. Motivo per cui decise di lasciare la sua terra in mano al figlio che aveva avuto, più simile a lei che al debole marito, che continuò a governarla in modo giusto. Addolorata se ne andò lontano dai suoi cari e dai luoghi che l'avevano cresciuta e temprata fino a renderla la donna forte che era... dove neanche degli Usanga redivivi avrebbero potuto trovarla. Quando fu vecchia trasmise il suo sapere ad un allievo che aveva incontrato nella sua via, al quale affidò anche l'incarico di tenere al sicuro l'atroce Maschera. Anch'egli visse spostandosi continuamente, portando con sé pochi averi senza mai trovare dimora stabile, e accettò di consumare la propria esistenza senza legarsi a nessuno. Queste misure erano indispensabili per diminuire il rischio che qualcuno potesse sapere della Maschera, ed interessarsi ad essa. Così fecero tutti i suoi successori, fino a me. E ora pare tocchi a te, figliolo..." Concluse il vecchio.
Il suo compagno annuì con un cenno del capo, sorridente in modo beffardo e con gli occhi socchiusi come sempre. I due si fermarono ad un crocevia.
"Adempirò al mio dovere come avete fatto voi prima di me, maestro." Disse il più giovane dei due, con un tono solo apparentemente accondiscendente, ma che invero non faceva che indicarne la piena fedeltà. Il vecchio vestiva di una tunica bianca con ricamate delle decorazioni grigie, mentre l'altro indossava un vestito viola. L'eremita gli donò un prezioso monile d'oro da mettere sopra gli indumenti, recante le stesse decorazioni, quelle che a loro tempo ornarono le tuniche di Dorko, Sarka, Reina e i loro successori. L'uomo fu onorato di indossare il monile decorativo alla spalle. Ringraziò dunque il maestro, che gli consegnò la Maschera.
"La Maschera di Majora sarà al sicuro." Disse, dopo averla riposta nell'enorme zaino ricolmo che era solito portarsi dietro.
"Ne sono certo." Disse l'eremita con un sorriso. E soggiunse, facendo un occhiolino: "In mezzo a tutto il resto della merce non può esservi dubbio, mercante!"
Il Venditore rise, e ricambiò l'occhiata d'intesa.
"È giunto il momento di lasciarci..." Disse il maestro, ed il Venditore si inchinò solennemente. "Così sia." Soggiunse infine.
Il vecchio prese una delle due vie, e quando fu ad una certa distanza si volse verso l'altro, che era rimasto all'inizio della strada.
"Ricorda la canzone che ti ho insegnato al piano!" Gridò. "Potrebbe tornarti utile." "Certamente!" Rispose il Venditore, facendo un altro conciso inchino.
Rimase dunque a guardare il compagno mentre si allontanava, fino a che non lo vide svanire nel nulla. Allora prese lo zaino pieno di maschere in spalla, e partì anch'egli, incamminandosi lungo l'altro sentiero.

Quest'immane sforzo creativo partorito nell'arco di tre sere, una mattinata, e soprattutto una notte ( =_= ) è dedicato a Koohai in primis. Per quanto abbia sempre avuto poco modo di sentirla, mi è impossibile non pensare a lei nel redimere un tale Inno alla Mashera. La dedica va inoltre di tutto cuore a quello stimatissimo pezzente della Mascherina... sì, insomma, Arles o Majora che dir si voglia. =P Spero possa apprezzare.