- Il giorno in cui Ganondorf colse un fiore e altre storie -
Ovvero: Come giocare col fanon e spernacchiarlo anche un po'

Racconti di Crimsontriforce

- Poesia personale -

Ganondorf strattonò le redini e scese da cavallo: una piccola macchia bianca aveva attirato la sua attenzione. Si chinò, sorpreso, e sollevò una nuvola di polvere nell'appoggiare fermamente un ginocchio sulla terra secca. Un fiore, in quel luogo! Lo colse e spuntava appena dalla sua mano, piccola cosetta vulnerabile la cui breve esistenza era lasciata in balia di un destino crudele. Gli ricordava qualcosa. Fu solo alzandolo e ammirando i petali candidi stagliarsi contro l'immensità del cielo rosso dell'alba, però, che si rese conto di quanto fosse simile, profondamente simile alla loro situazione.
Rise, com'era solito fare quando riconosceva il lavoro del fato, strinse il piccolo fiore fino a stritolarlo e se lo gettò alle spalle, lasciando che il vento lo trasportasse lontano.
L'ultimo alito di vita che aveva osato opporsi alla sua marcia di conquista nella piana era stato estirpato. Tornò in sella.

"Avanti!", comandò all'esercito.
Presto anche il castello sarebbe caduto, schiacciato nella presa del Potere; la sua storia, niente più che un sussurro sull'alito del vento.

- Un senso come di nulla -

Link era turbato. Il guerriero in lui era turbato, certo, visto che a ogni affondo il suo avversario rispondeva con uno scarto e un altro affondo, a ogni fendente con una parata e un altro fendente e nel farlo mostrava un'agilità superiore unita a una tecnica in cui non riusciva a far breccia.
Link aveva ogni ragione di essere preoccupato, per la sua vita e per tutto quell'incredibile ammasso di cose importanti che era finito per dipenderne, ma c'era dell'altro. Il suo avversario. Il suo avversario era lui. Il suo avversario era la sua ombra e lo stava attaccando. Un'ombra, una malvagità cui una qualche stregoneria aveva dato vita, certo. Ma, con la maggiore onestà che una persona può rivolgere a se stessa, Link non avrebbe mai detto di avere un lato oscuro cui dar vita: non si riconosceva in quell'essere d'ombra e, pensava, nessuna dea sarebbe stata così folle da affidare un destino da Eroe a qualcuno in cui il Male risiedesse con tanta forza. Eppure il suo doppio era lì e, passato lo stupore iniziale, doveva prenderne atto. La domanda successiva era, forse, talmente ovvia che gli piombò in testa come un macigno. Nascondevano qualcosa i suoi occhi rosso acceso, che di tanto in tanto balenavano da sotto il cappuccio? Era un sentimento di rabbia quello che trapelava dai suoi colpi, di nostalgia o cos'altro ancora?

Link arretrò, confuso. Non poteva combattere così, non senza sapere cosa – o chi – aveva veramente davanti. Il suo senso della giustizia non glielo permetteva. Se davvero era parte di lui, infatti, per quanto parte ributtante e oscura, combatterla forse non era la via più giusta. Avrebbe potuto avvicinarla, forse, cercare di comprenderla e, col tempo, diventare (tornare a essere?) una persona unica e completa. Avrebbe potuto rinfoderare la spada e tendere la mano, forse. Rinfoderò la Master Sword. Ed estrasse la spada a due mani che il fabbro Goron aveva riforgiato per lui, sperando che un cambio di tattica bastasse a sbilanciare il combattimento in suo favore: tutti quei "forse" non avevano ragione di esistere in una battaglia e vieppiù non se la posta in gioco era così alta. Un conto era mettere a rischio se stesso, un altro il risveglio di tre Saggi e, in ultima analisi, la salvezza di un Regno intero che contava su di lui. Il suo senso della giustizia non glielo permetteva.

Link era ancora turbato quando lo vide cadere e sprofondare nel nulla di quell'acqua fredda e stregata. Chiuse gli occhi e si aspettò di sentir scomparire una parte di sé, di affondare lui stesso e riemergere scisso, incompleto.
Non accadde nulla.
Aprì timidamente un occhio quando sentì la porta davanti a lui sbloccarsi, dopo un po' si fidò ad aprirli tutti e due. Non era accaduto proprio nulla. La stanza era tornata alla normalità, lui era tale e quale a prima. Nella morte, il suo inquietante avversario si era rivelato essere né più né meno che una delle tante emanazioni del Male che andava combattendo in quei giorni, magia oscura plasmata da Ganondorf nel suo aspetto. Forma e forma soltanto. Forse in futuro, quando fosse stato più grande, si sarebbe conosciuto meglio e avrebbe scoperto di avere dei lati oscuri più o meno forti, più o meno marcati da combattere, come tutti. Poteva accettare un "forse" del genere.
Quel giorno, però, altre imprese lo attendevano.

Link era perplesso quando uscì dalla stanza, ma tutto sommato sereno.

- Le ragioni del pentimento -

Il cuore di Vaati era pesante. Pesante come l'atmosfera che regnava nella sala, silenziosa tranne che per i suoi passi, pesante come il mantello che li marcava alzandosi ed abbassandosi ritmicamente.
Allungò una mano verso la causa del tormento, il delicato colore viola della sua pelle reso grigio dalla fioca luce delle candele. Crudele il destino che lo costringeva ad una tal scelta falsa, obbligata!
Nella sua ricerca della Forza di Luce, del potere di un dio, né avversario né ostacolo l'avevano potuto fermare, né mai aveva dedicato un secondo pensiero a tutte le vite che aveva calpestato per ottenerla. Tranne una. Il ricordo della Principessa Zelda aveva invaso la sua mente dal primo giorno in cui l'aveva incontrata e da allora lo tormentava, distraendolo dagli studi, dai ragionamenti, da tutti i viaggi a vuoto che aveva intrapreso. Con la testa sgombra avrebbe capito subito dove si trovava la Forza e, forse, le cose sarebbero andate in un altro modo... si era macchiato per l'eternità per tutte le vite che aveva spezzato, e aveva imparato ad accettarlo. Si era immerso nelle più basse emozioni umane, lui, un fiero Minish, e aveva imparato ad accettarlo, anzi sentirsi completo grazie ad esse. Eppure lei era lì, fredda e immobile di fronte a lui, e per ottenere quel potere le avrebbe dovuto togliere la poca vita che le rimaneva. E faticava ad accettarlo. Lui, che da quando aveva iniziato a guardare il mondo da un'altra altezza aveva fatto suoi tutto il distacco e l'alterigia delle genti, diventando freddo come un cristallo e altrettanto tagliente, si era fermato un giorno a osservare delle giovani fanciulle giocare e scherzare fra loro nella piazza del mercato. Allora un sentimento, un'idea nuova l'aveva colpito che in tutti gli anni trascorsi come innocente folletto non l'avrebbe potuto raggiungere mai. Poi, mentre ancora si dilettava con quelle insolite immagini, era arrivata lei.
"Zelda...", sospirò. Mai più avrebbe potuto ammirare l'eleganza del suo portamento, i capelli biondi baciati dal sole, mai più la sua pelle sarebbe tornata morbida e rosea come un petalo di ciliegio.
Zelda... così bella e giovane. Dal primo istante in cui aveva posato i suoi occhi umani su di lei aveva capito che sarebbe stata la prescelta, il perfetto inizio per l'harem sterminato che sognava.
Scosse la testa. Ci sarebbero state altre ragazze.