- Una favola dell'Albero della Solitudine -

Racconto di Loki

Fiuuu...

L'infinita orchestra dei venti calmava la mia mente.
Continuavo a sognare, immerso nell'impalpabile vespro della mia stessa eternità.
I miei occhi non riuscivano a scorgere null'altro che l'enorme distesa verde della mia anima. Il mio respiro, inesistente, non riusciva a fendere l'aria di quella visione. Quel rigoglioso albero verde era tutto ciò che i miei occhi potevano ammirare. Il miraggio continuava ad assillare il mio spirito.
"Troppo a lungo ho sognato" continuavo a ripetermi, ingenuamente.
Le mie memorie, offuscate, avevano lasciato l'aria di quella visione. Non sapevo più cosa o chi fossi.
Eppure, sostavo nel limbo della realtà e della dimensione dell'irrealtà. Le giornate e il tempo non passavano. Era come vivere in un inferno luminoso.
"Vieni a giocare con noi!" mi dicevano i ragazzini eterei che sostavano sotto a quell'albero. Ogni volta rifiutavo: quelli non erano i miei veri amici. I miei veri amici li persi molto, molto tempo fa e questi bambini non erano reali. Erano solamente spiriti della mia fantasia.
Una volta ricevetti la visita di un uomo oscuro. Lo riconobbi subito: non proveniva dai reami della luce.
La sua pelle era scura, le sue movenze sembravano sicure di sè. Ma la sua mente era corrotta.
"Ho vagato a lungo..." mi disse "nei reami della disperazione. Hai visto per caso un Dio?"
Io, rannicchiato sotto all'albero di quella dimensione sfuocata, feci cenno di no con la testa.
"Questo è un reame lucente?" mi chiese. Non seppi cosa rispondere. Feci nuovamente di no con la testa, timidamente.
"Così a lungo mi sono spinto, con la mia disperazione... Ho attraversato le dimensioni, luce e ombra, quasi toccando con mano il fiume del tempo. Sono infine giunto qui, ricercando le tracce di quel Dio."
Ricordo che quell'uomo si voltò e scomparve lontano, oltre il muro invisibile che non riuscivo a scavalcare.
"Per questa volta vivrai. Ma ricordati che l'oscurità giungerà anche qui. Ti cingerà l'anima. Annichilirà i tuoi pensieri. La solitudine rende gli esseri pensanti malvagi e, con essa, giungerà l'oscurità. Come sta facendo con me..."
Il suo strano cappello a punta scomparve oltre l'invisibile. Rimasi solo ancora una volta, stringendo forte le mie gambe, rannicchiato sotto all'albero.
"Ricercare un Dio...?" mi chiesi. "Non è meglio... Ricercare un amico?"
La mia esistenza continuò a scorrere, placidamente, in secondi che erano in realtà secoli, eternità.
Un'altra volta, alzai la testa. Davanti a me questa volta sostava un uomo pallido. Era diverso da quell'altra figura intrisa di oscurità e di ambizione... I suoi occhi rossi s'infrangevano sul mio sguardo perso e stanco. Il suo mantello si muoveva al ritmo della brezza, i suoi capelli grigi gli coprivano l'occhio destro.
Sentivo una grande volontà e curiosità di scoprire, dentro di lui. Ammirazione. Ambizione... Ingenuità. Rimorso...
"Dove sono?" mi chiese.
Non lo sapevo. Come potevo sapere dove fosse capitato? Non ricordavo nulla di me. Non ero certo del posto su cui le mie gambe poggiavano.
"Sotto... l'albero" dissi.
"Questa melodia eterna... È vento?" mi chiese.
Non sapevo nemmeno questo. Tutto ciò che sentivo era la sinfonia del vento e tutto ciò su cui i miei occhi si potevano posare erano l'albero e la rigogliosa distesa sfuocata.
"È... musica..."
"Sembra quella suonata dai saggi..." disse. "Allora questo... È il limbo dove vanno quelli come noi...?"
"Eh...?"
Non riuscivo a capire. Cosa significava "quelli come noi?"
L'uomo mi scrutò negli occhi, poi capì qualcosa che io non sono mai riuscito ad afferrare. "Questo non è il mio posto" mi disse "io ho ancora così tanto da imparare."
Voltò il mantello e scappò lontano, oltre questa dimensione. E io rimasi solo, ancora una volta.
Io riuscii a sentire innumerevoli sinfonie da allora. E fu durante una di queste che lo incontrai.
La maschera fluttuava nell'aria, i suoi tentacoli sfioravano il terreno.
"Piccolo ragazzo" mi disse "sei solo, in questa eternità?"
Feci cenno di sì con la testa. "Allora sei come me..." disse. "Io sono solo. Creato dall'odio della gente, coscienza millenaria di emozioni oscure. Io sono Majora. La mia nascita è avvenuta con la stessa nascita dell'oscurità nel cuore degli uomini."
Non ero solo! Mi alzai. Gli occhi lacrimarono.
Che importava dell'ambizione che mi mostrò lo sconosciuto prima di questo? O della tenebra scura sotto forma di pazzia latente che vidi nel viaggiatore con la strana maschera a cilindro?
C'era qualcun altro che osservava, come me, la pena dell'eternità. "Io sono..."
"Non importa" mi disse in tono perentorio Majora "d'ora in poi tu sei mio. Tu sei il guardiano di questo posto: la dimensione tra realtà e irrealtà, nero e bianco, buono e cattivo. Se tu sei mio, anche questo posto è mio. Il mio reame."
Mi ricordo che uno dei suoi tentacoli mi accarezzò la fronte. "Tu, pazzo senza memoria, ora sei mio. Non saremo più soli per l'eternità. La tua coscienza è mia. Piccolo, stupido bambino... Eri amico dei quattro giganti e ti rispedirono qui quando non ebbero più bisogno di te."
Mi ricordai tutto. Io ero amico dei quattro giganti, molto, molto tempo fa. Ma grazie alle mie azioni, molta gente morì. Loro mi esiliarono qui come punizione... E l'eternità lavò i miei pensieri.
Io... Sono stato un malvagio? Non poteva essere altrimenti...
"I tuoi vecchi amici troveranno qualcun altro con cui giocare. Tu, bambino... Vieni chiamato 'folletto' dagli esseri umani. Vieni ricordato come il nemico della leggenda. Tu non sei altro che uno come noi... Un malvagio. Per questo, solo per questo..."
Sembrò quasi che Majora sorridesse. Era felice...?
"...Solo per questo, io e te saremo una cosa sola. La tua rabbia antica entrerà in me e distruggeremo di nuovo gli altri."
Fui felice. Non importava più con chi. Non con i ragazzini di questa dimensione, semplici maschere con cui giocavo.
Non con gli uomini che di tanto in tanto venivano a trovarmi. Ma con lui... Con Majora. Che m'importava se io fossi stato malvagio? Che m'importava che io fossi stato guardiano di questo purgatorio?
Non ero più solo. Tanto mi bastava... Tanto mi bastava perché il mio cuore si elevasse al di sopra di tutto quanto.
E l'orchestra del vento continuò a suonare, anche senza di me, per l'eternità, sotto all'albero sfuocato di quella dimensione.

Epilogo

La vecchia donna continuò a dondolare senza fretta sulla sua sedia.
"Allora, bambini? Questa è la mia storia..."
Un bambino dai capelli neri si alzò. "Ma è diversa dalla favola che conosciamo tutti!"
"Ohoh!" disse la vecchia. "Niente a questo mondo è uguale. Nemmeno una storia ripetuta da millenni."
"E come è finita, nonna?!" chiese un bambino energetico. "Il bambino tornò amico dei giganti?! Oppure... Insieme alla maschera cattiva, lui...? Oppure qualcun altro iniziò ad abitare sotto l'albero?!"
"Caro, caro..." disse la nonnina "ci sarà sempre qualcuno sotto all'albero della solitudine che potrebbe diventare malvagio. Ma quel che importa, in questa storia, è che..."
"Che il bambino solitario sia stato felice! Ma questo è giusto? Il bambino è felice, ma la maschera è cattiva..."
"Ohoh!" esclamò la nonnina "È giusto ciò che credete che sia giusto. È malvagio ciò che credete sia malvagio.
Se non è pienamente giusto, non è nemmeno pienamente sbagliato. Sapete come fanno gli ultimi versi della mia storia? È quasi uguale alla normale favola, ma il significato è molto diverso...

...Il folletto era spaventato e triste. Aveva perso i suoi vecchi amici.

Il folletto ritornò in cielo, e l'armonia fu riportata nei quattro mondi
Ed egli visse felice e contento, almeno per un attimo, nonostante tutto.

Fin