- Il tramonto del fuoco -

Racconto di Andrea

- PRIMA PUNTATA -

I tamburi urlavano. Le pelli di capra tese all'estremo sulle casse di legno bordate di ferro propagavano nella vallata il loro cupo rimbombo carico di odio e portatore di disperazione. Giorno e notte. Ora dopo ora. Era il loro modo di farci crollare i nervi. Loro non avevano bisogno di dormire e quel dannato rimbombo assordante li eccitava e li preparava alla battaglia meglio di qualunque arringa o discorso pieno di ideali. Effettivamente non ne avevano di ideali. Erano stati creati esclusivamente per combattere. Prima di imparare a pisciare sapevano già come uccidere e anche maledettamente bene.
Ormai Hyrule era tenuta sotto assedio da diversi mesi.
Tutti gli abitanti e i difensori erano asserragliati all'interno delle mura del market town compresi Goron e Zora; i primi avevano scavato grandi buche nelle colline retrostanti il castello e i lati della città stessa adibendole a depositi e alloggi, mentre i secondi più a rischio di sopravvivenza avevano costruito, aiutati dai Goron, grandi fosse profonde riempiendole d'acqua per poter sopravvivere.
In tutto le forze di Hyrule potevano contare su circa un migliaio di soldati forti e ben disciplinati e duemila, duemilacinquecento uomini in grado di combattere benché non soldati; i più erano esperti nell'uso dell'arco anche se non quello lungo da guerra ma quello corto da caccia.
Gli assedianti, neanche a dirlo, erano incredibilmente numerosi. Le file nemiche erano animate da una formicolante attività.
Silenziosa.
Come la morte.
Il movimento era continuo ma non produttivo, non si vedevano crescere torri d'assedio né costruivano arieti. Si limitavano a muoversi frenetici, in preda ad una malsana eccitazione che nasceva dalle viscere e non dal cuore.
I tamburi inesorabilmente rombavano.
Bum-Bum-Bububum.
Io ero solo un vecchio.
Passavo le giornate dell'assedio sulle mura frontali osservando la devastazione del campo di battaglia con le sue terribili trincee. Cercavo di ricordare il paesaggio di un tempo, verde, bello, vivo. Mentre ora era marrone, desolato e morto, a parte i nemici, ma quelli non vivevano veramente.
Bum-Bum-Bububum.
Quasi non riuscivo a ricordare, a volte mi sembrava di avere la mente di un vecchio... ma, diavolo, io ero vecchio; sessantadue inverni pesano sulle spalle di un uomo.
Mi accarezzai la barba bianca che m'incorniciava il volto e mi accoccolai tra due merli del muro alzando il ginocchio destro e posandoci sopra il braccio.
Scrutavo l'orizzonte ma vedevo solo la massa nera, informe e in perenne movimento del campo nemico.
Tutto era piatto, non una bandiera, un'insegna.
Mi volsi e guardai gli stendardi di Hyrule garrire al vento. Sentii un sorriso d'orgoglio allargarmisi sul volto.
Bum-Bum-Bububum.
Divenni cupo. Stramaledetti tamburi, avrebbero finito col farmi diventare scemo.
<<Vai a dormire vecchio>>
Un giovane soldato pensò che quello fosse il modo migliore per salutarmi. Evidentemente non mi aveva riconosciuto. Lo fulminai con lo sguardo e il sangue gli andò così violentemente alla testa che divenne scarlatto. Si scusò e lo mandai via.
Tsk! Vecchio io, il generale dell'esercito di Hyrule che combatté schiena contro schiena con il verde eroe.
Merda! Ero veramente vecchio! Quei tempi se n'erano andati, e con loro la gloria, che s'era portata via anche l'eroe.
Bum-Bum-Bububum.
Basta! Sulle mura il rumore era troppo forte e bene o male decisi di accettare il consiglio del ragazzo.
Andai a dormire. Almeno nel sonno non avrei sentito quei maledettissimi tamburi.
Il diavolo; era sicuramente il diavolo. Tramava contro di me.
Quelle poche ore di sonno furono le più travagliate della mia vita.
Sogni.
Incubi.
I più remoti e tetri che la mia mente avesse potuto covare.
Lo rividi, l'eroe nella sua scintillante divisa verde.
Lo rividi brandire quella spada, lunga, pesante, terribile, che nelle sue mani sembrava un bacco di betulla che frusta impietoso l'asino stanco.
Si muoveva lucente in un mare di nebbia.
Tutto era sfuocato tranne la sua figura e la spada scintillante.
Tutto il resto era lento, soffuso, impercettibilmente immerso in un mare grigio e denso che ovattava i suoni e rallentava i movimenti.
Vidi l'eroe smettere di martellare gli avversari che non vedevo, drizzare il capo e volgersi verso di me muovendo vistosamente l'immacolato cappuccio verde.
Diavoli dell'inferno! Appena si volse mi sembrò che il suo viso fosse a dieci centimetri dai miei occhi. Non era come lo ricordavo, giovane e bello: era vecchio, vecchissimo, solcato da rughe profonde, frastagliate, che gli coprivano completamente ogni centimetro di faccia. Gli occhi erano acquosi e mi guardavano stupiti.
Spaventato abbassai lo sguardo e mi accorsi che col braccio sinistro reggevo lo scudo ma che la spada era ancora nel fodero.
Ne afferrai l'impugnatura osservandone la scintillante lama.
Rialzai lo sguardo ed ebbi di nuovo davanti agli occhi Link, l'eroe, non più vecchio ma giovane come lo ricordavo. Mi guardava fisso, con i suoi occhi azzurri come il cielo terso d'estate.
Fece un cenno appena percettibile con la testa, mi mossi ma tutto divenne nero.
Bum-Bum-Bububum.
Mi svegliai sudato e tremante in piena notte.
Ma sapevo cosa dovevo fare.
Restai qualche minuto in silenzio con la schiena poggiata ad una colonna, quindi mi decisi e tornai a casa.
Svegliai un ragazzetto che dormiva li vicino e lo portai nella mia armeria.
Erano anni che non vi entravo.
In tempo di pace le armi non servono, ma la guerra era tornata, e mi stava chiamando.
Aprii una grande cassapanca, estrassi uno alla volta tutti i pezzi di un'armatura completa da battaglia.
Ogni parte dell'armatura era coperta da uno spesso strato di grasso perché non venisse intaccato dalla ruggine. Feci togliere il grasso dal ragazzo e gli chiesi di ungere con abbondante grasso le brache e il corpetto di cuoio da indossare sotto l'armatura. Poi, cominciando dagli schinieri indossai quella corazza d'acciaio.
Il ragazzo montò e mi assicurò al corpo schinieri, cosciali, ginocchielli e scarsella.
Quando venne il turno della panziera esitò e mi chiese se avessi intenzione di combattere.
Non risposi.
<<Avete molti inverni alle spalle signore, e numerose battaglie>> disse.
Non saprei descrivere lo sguardo che gli rivolsi, certamente non c'era ira nei miei occhi, comunque non aggiunse nulla ma mi sistemò la panciera, il pettorale, i cannoni superiori, i bracciali, le cubitiere, gli spallacci e infine assicurò il lungo mantello scarlatto bordato d'oro, con la grande triforza attraversata da una spada ricamata al centro delle spalle, simbolo dei generali di Hyrule, alle apposite corregge di cuoio in cima agli spallacci.
Mi alzai in piedi e mi resi conto di essere imponente.
Il ragazzo abbassò il capo e fece per andarsene.
<<Aspetta>> gli dissi e gli lanciai un sacchetto di pelle pieno di monete. Era stupefatto. Sorrisi divertito dai ringraziamenti che il ragazzo snocciolava senza riprendere fiato.
Quando se ne andò ritornai alla cassapanca che conteneva l'armatura. Vi infilai le braccia notando che i movimenti del corpo non erano minimamente ostacolati dall'armatura. Ciò significava due cose: che il ragazzo aveva fatto un ottimo lavoro e che si era meritato quelle monete e che io avevo mantenuto il fisico pressoché inalterato.
Dalla cassapanca trassi una pesante spada, la fedele compagna di molte battaglie.
Era una spada a due mani che io avevo sempre usato come se fosse per una mano sola.
Iniziava con un pomolo rotondo che serviva a bilanciare il peso della lama, l'elsa a croce era molto ampia e la lama larga dieci centimetri era svasata verso la punta. Somigliava ad una spada scozzese. Assicurai il fodero alla cintura e mi diressi verso la parete dove era appeso lo scudo. Era un pavese, uno di quegli enormi scudi che proteggono i balestrieri quando devono ricaricare l'arma e li tengono al sicuro dalle micidiali frecce degli arcieri; una volta mi salvò la vita e da allora non lo abbandonai mai, ne modificai solo il fondo togliendogli gli angoli così da renderlo più maneggevole.
Lo staccai dalla parete sorprendendomi di quanto fosse pesante. Lo assicurai con le cinghie al braccio e al collo.
Uscii di casa che era appena l'alba e sentii almeno vent'anni cadermi dalle spalle.
Ero tornato ad essere ciò per cui ero nato, un guerriero, e se anche quel giorno fosso morto lo avrei fatto con onore, difendendo la mia terra e ciò che più amavo.
E poi sapevo che lui, l'eroe, era lì, al mio fianco.
Sapevo che il suo spirito avrebbe retto la mia spada e fortificato il mio scudo; perché egli vive in chi crede in lui.
Bum-Bum-Bububum.
I tamburi cupi rombavano.

NOTA. La storia ha senso compiuto anche così ed il finale dà un bell'effetto. Comunque chi non fosse soddisfatto di questo finale può leggere la continuazione.