- Il tramonto del fuoco -

Racconto di Andrea

- SECONDA PUNTATA -

<<Giuro che se mai dovessimo fare dei prigionieri, i primi a perdere la testa saranno sicuramente quegli stramaledetti tamburini>> dissi, e mi incamminai verso le porte della città.
Le trovai aperte e stranamente affollate. Con un'occhiata capii subito cosa stava per accadere.
Durante la notte il nemico aveva eretto pesanti torri d'assedio che avrebbero facilmente scavalcato le mura di Hyrule. Le genti di Hyrule, stremate dal lungo assedio erano consapevoli che un ulteriore attacco avrebbe sicuramente significato la caduta della città.
Restava un’unica alternativa: la battaglia in campo aperto.
Quando le raggiunsi le truppe erano già schierate in ranghi serrati, scudo contro scudo.
Regnava uno strano silenzio, irreale, palpabile, denso. Arrivai alle spalle dei soldati senza neanche che se ne accorgessero. Per richiamarne l'attenzione sbattei lo scudo per terra provocando un rumore secco.
Quasi tutti si voltarono, di scatto, con espressione accigliata, infastidita. Poi mi riconobbero dal primo all’ultimo e sul loro volto si dipinse un'espressione di stupore che presto si trasformò in timore reverenziale.
Stetti qualche minuto immobile, poi iniziai ad avanzare in mezzo alle truppe che si aprivano a ventaglio al mio passaggio.
Raggiunsi la prima fila e presi posizione al centro dello schieramento. Nessuno disse una parola ma tutti quelli che mi stavano vicino mi scambiavano occhiate di approvazione. La prima fila doveva essere composta dalla cavalleria che però non esisteva più, dal momento che i cavalli li avevano dovuti in gran parte mangiare per resistere al lungo assedio.
I tamburi cessarono di suonare.
Sembrerà strano ma all'improvviso silenzio di quelle opere del demonio, per un attimo, mi gettò nella disperazione più nera.
Stavano per attaccare.
Trascorse qualche attimo poi la prima fila nemica si mosse. Quegli orribili cavalieri armati di mazza stavano procedendo spronando le loro cavalcature oltre ogni limite.
Erano imponenti e facevano veramente paura.
Per fortuna i Goron avevano fatto il loro lavoro posizionando delle trappole che scattavano al passaggio del nemico e che facevano spuntare dal terreno enormi pali appuntiti che trafiggevano, impalavano e squartavano qualunque cosa vi si trovasse sopra.
Fu un massacro. Non si salvò nessuno; né gli orribili facoceri da guerra che fungevano da cavalcature, né gli altrettanto rivoltanti mostri che li cavalcavano.
Tutti si erano contorti in orrende espressioni di morte che li rendevano ancora più grotteschi di quello che già erano.
Poi entrambi gli eserciti decisero che era arrivato il momento di avanzare.
Durante l'eccidio della cavalleria nemica mi venne spiegata la tattica che avremmo dovuto usare.
Non appena me l'ebbero spiegata risi della sua semplicità ed efficacia.
Gli uomini della prima fila portavano una lancia da sei piedi, quelli della seconda da dodici e quelli della terza da ventiquattro.
Il mare di lance tenute perpendicolari al terreno ondeggiava dolcemente mentre le prime tre file di uomini avanzavano più velocemente del resto dell'esercito per poter dare spazio di manovra.
Avanzammo finché la distanza tra i due eserciti diventò di mezzo stadio.
Qui ebbe inizio la manovra.
Le tre file del nostro esercito maggiormente avanzate, tra cui la mia, si fermarono all'improvviso inscenando una ritirata frettolosa.
Il nemico divenne cieco.
Ruppe i ranghi serrati e si buttò disordinatamente al nostro inseguimento.
Attendemmo qualche istante, affinché tra i nemici regnasse il caos più completo poi ci voltammo, serrammo i ranghi, abbassammo le tre file di lance e ci buttammo di corsa sul nemico disorientato e preso alla sprovvista seguiti davicino dal resto dell'esercito.
Fummo dirompenti come il fiume che spezza gli argini e travolge tutto ciò che incontra sul suo cammino. Noi soldati della prima fila avevamo due lance poggiate sulla spalla destra che andavano avanti e indietro colpendo con incredibile precisione.
Eravamo una grande macchina per uccidere; e stavamo lavorando dannatamente bene.
Con una sola azione e con quasi nessuna perdita eravamo riusciti a decimare un buon terzo del loro esercito di mostri finché le loro retrovie riuscirono ad organizzare una resistenza, a ricompattarsi e a fermare la nostra avanzata.
Affondammo un'ultima volta le nostre lance che lasciammo infilzate nel corpo dei nemici, poi sguainammo le spade e con gli arcieri ai lati che bersagliavano il cuore dell'esercito nemico ci buttammo in un feroce corpo a corpo.
La mia spada era pesante ma avevo ancora sufficiente forza nelle braccia da brandirla con vigore.
L'impeto della battaglia era furente; diedi l'ordine di disporsi a cuneo per poter penetrare più a fondo nelle file nemiche.
Anche se riuscivo a dare ordini sensati e precisi, quando roteavo la spada, avevo la testa vuota. Era il mio braccio che pensava da solo a spaccare e tagliare.
Il loro ferro cozzava contro il mio grande scudo con un fracasso assordante. E per ogni colpo che ricevevo sullo scudo la mia spada affondava nelle carni del nemico.
La battaglia durava ormai da parecchio.
Anche se il primo attacco aveva notevolmente diminuito le loro forze, erano comunque troppi per noi e le perdite, sebbene poche, iniziavano ad essere significative.
<<Diamine!>> imprecai, <<Moriremo tutti>>. Poi mi resi conto che anche se fossi morto quel giorno, sarei morto con onore, spada in pugno, non piegato su un ceppo aspettando la scure del boia.
Urlai e la mia spada si abbatté più forte sul cranio di un nemico sfondando insieme elmo e testa.
Combattevo con quanto più vigore avevo in corpo ma le mie forze stavano inesorabilmente scemando.
Eravamo riusciti a penetrare più a fondo nelle file nemiche dove quei maledetti mostri erano più fitti. Combattei fino allo stremo, non sentivo più il braccio sinistro, avevo l'armatura, lo scudo e il viso completamente imbrattati di sangue e fango.
Era giunto il mio ultimo momento.
Le forze infine mi cedettero; non riuscii più ad alzare lo scudo.
Venni colpito, non saprei dire da cosa, probabilmente dalla protuberanza che sta al centro degli scudi usati da quei mostri.
Venni spinto addosso ad un compagno d'arme che mi stava a fianco. Quindi rimasi più o meno in piedi.
Prima di morire ebbi la fortuna di vedere ciò che tutti gli uomini nei loro cuori e nelle loro preghiere desideravano.
Su un'altura ad est qualcosa catturò la mia attenzione di moribondo. Una macchia verde, scintillante era apparsa. Stava immobile, osservava come una statua tutta la valle sottostante in cui si svolgeva la battaglia. Non mi guardai intorno ma percepii che tutti, uomini, Goron, Zora, Hylian e mostri, stavano osservando quella luminosa macchia verde.
La battaglia stessa stava trattenendo il fiato.
Ad un certo punto l'uomo avvolto in quella tunica verde estrasse una lunga spada e allo stridere della lama contro il fodero, migliaia di figure nere apparvero da dietro la collina.
Il verde eroe era tornato e aveva chiamato a raccolta il più temibile degli eserciti, formato da soldati invisibili come l'aria, silenziosi come la morte, spietati come il dio dell'inferno e forti come l'acciaio temprato.
Erano Sheikah.
Poi il buio.

NOTA: ecco, adesso la storia dovrebbe essere finita. Il protagonista è morto ma l'eroe ha salvato per l'ennesima volta capra e cavoli. Comunque, per chi preferisce le storie a lieto fine, è già pronta la terza ed ultima puntata.