- Verso la pioggia -

Racconto di Crimsontriforce

Soap Bubble – Our Distance and That Person – Verso la Pioggia – Stray Child – Knave – In una Bottiglia – Alla Fine – 1sentence fanfic challenge (A Chronicle)

Consiglio di leggere prima almeno Soap Bubble e forse Stray Child. A seconda di che spoiler aggrada di più.

 

(Parole recalcitranti – gioco di ruoli – poco latte, grazie – il progetto dei ratti – guerra – così disse il canarino – due errori – il vortice)

"In un luogo che non... Prima che... bah. Come si comincia una storia del genere?"
"Che ne dici di 'C'era una volta', come le fiabe? Non puoi sbagliare con un 'C'era una volta'..."
"Uh, una fiaba. Sarà interessante. Vediamo. C'era una volta, e forse c'è ancora, un eroe? No, non un eroe. Un ragazzo... inappropriato. Un... un... un messaggero, sì. C'era una volta un messaggero."
"Sei ben indeciso per essere un cantastorie. Ti facevo un narratore migliore."
"In verità non lo sono mai stato. Ma questo tuo giudizio va a riprova di competenza in materia minore ancora della mia: ci sono storie che non vogliono essere narrate, e anche il solo riuscire ad abbozzarle dimostrerebbe che un poco di abilità con le parole mi è rimasta."
"Nah, ti stai inventando tutto. Che senso ha che una storia non voglia essere narrata? Sono fatte apposta..."
"Chiedilo a lei, non a me. Ma, fidati, è così. E ora fa' silenzio e ascolta questa storia ombrosa, ultima sopravvissuta delle tante storie del Regno, e che tu stessa hai contribuito a riesumare."
"Io?"
"Tu. Dicevamo.
C'era una volta, e forse c'è ancora, un messaggero..."

I believe in fantasies invisible to me
In the land of misery I'm searchin' for the sign
To the door of mystery and dignity
I'm wandering down, and searchin' down the secret sun

Pioveva. In quei giorni pioveva. Piove sempre in giorni del genere. Pioveva su mura e torri e tetti e pioveva talmente forte che forse da un giorno all'altro questi avrebbero ceduto all'assedio incessante e tutto sarebbe stato acqua e oscurità e pace.
In un angolo remoto, una pioggia pesante batteva su schegge azzurre che un tempo formavano un involucro.
Ma questo era tanto, tanto tempo fa.

Sheik era cresciuto nei secoli, maturato. Aveva imparato a vedere coi loro sensi e intrudere nei loro sogni, a forzare i limiti della sua prigione e plasmarla secondo volontà. Era stato ombra, consigliere segreto, incubo ricorrente, quesito irrisolto, visione.
"Sarà lei?", si era chiesto a ogni generazione, stringendo fra le mani una busta ingiallita.
"Oltre questo regno", si rispondeva ogni volta. Eppure le dinastie si erano susseguite, la terra aveva mutato il suo aspetto... che altro?

Si vide interrotto in queste elucubrazioni da una visita della sua più recente e giovane ospite. Non era raro che sconfinasse in quello che lui riteneva il suo spazio privato, cristallo e tutto, d'altra parte non opponeva resistenze quando era lui a spingere la sua curiosità oltre quei bordi, che fosse per informarsi sugli avvenimenti del mondo esterno o solo per intrattenersi con qualche strana immagine mentale. Era uno scambio onesto, e si sentiva meno solo.

"Fu anche amico immaginario e balia, il nostro messaggero, ora che ci penso."
"Amico immaginario? Non male. Dev'essere divertente fare l'amico immaginario!"
"Sono... punti di vista, suppongo. Ma concedo che sia sempre meglio che fare il nemico immaginario."
"Hee... E chi mai vorrebbe fare il nemico immaginario?"
"Mmmmh. Ritorniamo alla storia, vuoi?"

Da molto ormai aveva smesso di stupirsi per il peculiare senso artistico della principessina. Quel giorno si presentò con una semplice camicia da notte rosa, ma l'orecchio destro era arricciato come la coda di un porcellino, e i capelli finivano in farfalle.
"Ciao... uh."
"Buongiorno, Altezza. Cosa la porta a farmi visita?"
"Io... non dovrei essere qui, vero?", chiese guardandosi intorno sospetta. "Cioè, devo, perché ci sono venuta, e se improvvisamente fossi da un'altra parte alla realtà succederebbero cose brutte, penso. Quello che volevo dire è che non dovevo neanche venire, non non-essere così, puff. Non lo so. Hai da bere?"
Sheik sospirò. "Non è mio compito conoscere i sui impegni, Altezza... se ho ben compreso la domanda. E temo di non poterle offrire nulla. Qui è piuttosto sguarnito, sa.", disse mostrando con un gesto della mano la radura che aveva faticosamente ricreato in quei mesi. Osservò una grossa farfalla arancio che si era posata sul dorso della sua mano. Quando questa riprese il volo, la bambina con somma attenzione stava estraendo dalla terra un cucchiaino d'argento che posò su un vassoio che già conteneva due bicchieri e una brocca colma fino all'orlo.
"Succo di mela. Vuoi?"

"Sembra una situazione simile alla nostra quella che mi racconti... dici che anch'io potrei pescare un servizio da tè da qui sotto?"
"Indubbiamente potresti, ma ti verrebbe difficile: hai ben chiaro nella tua testa cosa può essere reale e cosa no, e questo per la maggior parte ti blocca. Lei non si è mai posta queste... sottigliezze, rendendosi tanto potente qui quanto fragile nel mondo reale. Se vuoi un tè posso provvedere io, ad ogni modo."
"Con poco latte, grazie."

"Senti", lo interrogò d'un tratto continuando intenta a bere il suo succo, cui si erano spontaneamente aggiunti dei biscotti a forma di rana, "qual è quella parola per quando d'improvviso ti rendi conto che tutto quello che hai vissuto finora non può che essere un lungo sogno fatto quando avevi tre anni, e che stai per svegliarti? Ce l'ho sulla punta della lingua ma non mi viene. Non che sia davvero sulla punta della mia lingua, intendo. È una mela-met-metacosa." E aprì la bocca come a sincerarsene. C'era dentro un piccolo grumo nero fatto di segni, che allungò due gambette a forma di L e saltò via, nascondendosi sotto una foglia.
"Non ce n'è una", rispose Sheik impassibile. Ma non mi dispiacerebbe se ci fosse, pensò. Se esistesse una parola per descriverlo potrei quasi provare a convincermi che è vero... sarebbe stato un lungo sogno, e mi risveglierei guardando l'alba. Preferì comunque tenere per sé quel pensiero e portare la discussione su lidi più noti. "Come vanno le cose al castello, là fuori?", propose, gesticolando in direzione di un ipotetico esterno.
"Uff, le solite cose", rispose la piccola con l'aria di una giovane regina. "I ratti prosperano nelle cantine, il mese scorso sono nati sette cuccioli. La madre è morta, loro già iniziano a rosicchiare, e quando avranno finito questo castello crollerà, e con lui il regno. Allora sarà una nuova era per il popolo prescelto e il ratto regina riceverà in dono dagli dei il potere dorato e vi sarà pace e prosperità per il loro popolo. Così dice il loro vate. Un pezzo di stucco è caduto nell'ala nordovest. Dietro c'era un muro di legno. Dietro ancora un muro di mattoni, e dietro la Notte. Altro succo? Ieri una lucertola è giunta fino alla sala del trono. L'aria sussurra i soliti vecchi segreti che non interessano più a nessuno, né si accorge che nessuno può più capirla, e dietro lo specchio nelle cucine si agitano strane ombre. I quadri si..."
"Grazie, Altezza. Per ora mediterò semplicemente su quanto mi ha confidato", la interruppe Sheik, intrigato ma confuso dal fragile filo del discorso. Eppure in quelle parole sconnesse sentiva un senso di fondo che gli diede un brivido. "Da dove le giungono queste informazioni?", chiese.
"Vengono loro a dirmele", rispose lei, ed era la cosa più naturale del mondo.
"Non dubitavo", rispose lui in tutta onestà. "E non le racconta a nessuno?"
"No. Sono tutti, uhm, noiosi. Piatti. Non vedono. Non giocano. Dicono che io non capisco, ma non leggono nell'occhio di un pesce, non sanno tirare fuori un biscotto da terra, sentire i vaticini dei ratti. Hee. I ratti sono divertenti. Con gli occhietti e la coda liscia... conosco un signore con la coda liscia. Anche lui ha due occhi..."
"Chiedo scusa. Tornando a prima... a me però sì."
"Tu sei diverso. Sei così", disse toccandosi il dorso della mano destra.

Ci fu una pausa nella quale Sheik soppesò le implicazioni di quell'affermazione, e non gliene piacque una. Il silenzio venne presto rotto: "Mi dici come si dice quando stai sognando, e ti accorgi che è un sogno da un particolare stupido, ma decidi comunque di goderti il sogno e fai apposta a dimenticarti di averlo scoperto?"
"Non credo ci sia una parola per quello", rispose lui, ma Zelda non gli diede retta, perché nel frattempo aveva scovato un letto a baldacchino gigante dietro un albero e ci si era arrampicata sopra, addormentandosi all'istante. Le si avvicinò per assicurarsi che stesse bene e le carezzò dolcemente i capelli, pensieroso, fino a quando non scomparve.

"Passò più di un mese da quell'incontro, e molte cose cambiarono. Iniziarono dei giorni bui che sembravano non avere mai fine... ogni notizia che riuscisse a ricavare dalla variegata coscienza della sua ospite parlava, in un linguaggio o nell'altro, sempre della stessa cosa: guerra. E questo ovviamente non gli piaceva per nulla, perché aveva già provato su di sé una guerra ed era stato terribile. Avrebbe voluto tanto fermarla, capisci. Ma non poteva. Era isolato e fragile..."
"Sì... sì. Penso di capire. Penso proprio di iniziare a capire."

Quando Zelda tornò, Sheik stava dormendo. Era raro che riuscisse a sottrarsi così al monotono scorrere del tempo, vieppiù in quei giorni carichi di minacce, e i suoi sogni erano infestati da presagi. "Oltre la fine del regno...", gli ripeteva come un mantra la voce di colei che l'aveva creato. E come dubitare che fosse ormai prossima? Ganon era tornato in un'ira sanguinaria, ben memore del giuramento pronunciato secoli prima, e le speranze di Hyrule si facevano più sottili ora dopo ora. "Chissà se si ricorda anche di quell'altra conversazione", si era ritrovato a pensare giorni addietro, prima che la gravità della situazione lo colpisse in pieno: la gente aspettava un salvatore, aspettava Link, ma non sapevano che non sarebbe mai giunto, che la sua vita si era spenta secoli prima in un mondo più sereno... E continuava a piovere.

"Sheik, devi dirmi una cosa!", squittì la bambina nel suo orecchio. La mise lentamente a fuoco, vedendola circondata di globi luminosi. Niente farfalle stavolta, almeno, né rane... "Cosa la rende così euforica, Principessa?" Si sedette a gambe incrociate, incuriosito.
"Rispondi a questo... c'è una parola per quando dal tramonto viene un vento buio che spazza via tutto e tutto è buio e poi c'è una grande, graaaande luce verde che squarcia le nuvole?", chiese.
Sheik venne percorso da un brivido, e dovette imporsi di articolare la risposta lentamente, una parola alla volta: "Sì... sì che c'è... Eroe. Finalmente... finalmente salvi... è la notizia più bella da otto generazioni a questa parte, piccola. La più bella che tu potessi darmi."

"Era ormai difficile che il messaggero si commuovesse, gli erano successe tante cose e il suo cuore, mi dispiace dirlo, purtroppo si era molto indurito. Ma provò un tale sollievo a quella notizia che non riusciva a controllare la voce, continuava a tremare..."
"Perché era così bella?"
"Perché aveva già conosciuto un Eroe e sapeva che sarebbero stati in buone mani. Non solo quello, ma mettiamola così."
"Chi?"
"Link, l'Eroe del Tempo."
"Link... come il nostro Link?"
"Come il nostro Link."

La bambina lo guardò soddisfatta come se le avesse risposto "forchetta" e la cosa lo riempì di orrore, un orrore puro come quando aveva guardato negli occhi del Male e ne aveva sostenuto lo sguardo. Strinse i pugni. Come poteva non capire l'importanza della visione che aveva avuto? E poi venne attraversato da un pensiero ancora peggiore: "Principessa? Ha parlato di questa luce a suo padre il Re, ai Saggi, a qualcuno?"
"Ne ho parlato con il mio canarino", rispose entusiasta. "Ne è molto felice, ma pensa che una luce gialla sarebbe stata più carina. Possibilmente con un cappello."
"Glielo chiedo per favore, Principessa... questo fatto è importante."
Lei gli girò intorno, seguita da una scia di sfere di luce, guardandolo come un animale esotico.
"Questo è importante? Tutto quello che dico è importante – tutto quello che succede lo è..."
"Non... non è quello che intendevo, e lo sa", si difese."Ma perché proprio non vuole dire al Re dove si trova questa luce che ha visto? Farebbe... porterebbe via tutto il male, e... tutti sarebbero felici." Lei sbuffò e si attardò un poco a giocare con l'orlo della gonna prima di decidere di rispondergli. "Ma non mi stai a sentire? Sono noiosi, capirebbero di più se lo disegnassi sul pavimento con della crema al pistacchio. Uhm, forse neanche allora. Al cioccolato magari? Mandorlato... Ma perché dovrebbero capirlo meglio così? Vedi? Non possono proprio... non sono capaci. E sprecare così tanta crema al cioccolato è un peccato. Me la tengo per me e la mangio. Io capisco la crema al cioccolato. Questo fa dei cioccolatieri dei saggi?"
"Ma", gemette Sheik, "loro devono sapere di questa cosa, vorrebbero tanto saperla..."
"Anche i cioccolatieri?"
Ci pensò su. "...Anche loro."
"Lo... vor-reb-be-ro?"
"Sì..."
"Lo vo-ra-ce-reb-be-ro... oh no-no-no, resterà un mio segreto. Non ho mai avuto un segreto verde, non è carino? Dirò al canarino che aveva torto, uno giallo è moooolto più banale."
"Ma non può... non può finire così...", disse Sheik, trattenendo le lacrime agli occhi per la frustrazione.
"Sì che posso: Io. Voglio. Così." Le sue parole avevano la consistenza di una formula d'incantesimo, impensabile riuscire a scioglierla.
"Non può..."
"Sei noioso, ragazzo-sogno. Non sei mai stato così. Non mi piace la noia. La non-scritta col cioccolato è importante quanto le nove carpe che nuotano nello stagno. Io... io so che ci sono le carpe perché... quando muoiono si vedono bene, cioè anche quando sono vive, ma meno bene, perché c'è l'acqua in mezzo, e all'acqua non piace che noi vediamo cosa succede, ma non è abbastanza forte, almeno non l'acqua del nostro stagno, anche se chiama aiuto dal cielo, e vedo le carpe, ma non ora, quando sono vicina allo stagno – dico vicina-vicina, non vicina-ora, anche se per una me-su-una-montagna ora la me-nel-castello è vicina, ovvio, la me-sulla-montagna non esiste e così come vedo le carpe vedo i ratti e vedo la notte e vedo la luce verde e tutti se si girano verso la montagna vedono la luce verde come vedono le carpe. Senza l'acqua in mezzo, nel senso. Non è un vero segreto... anche se mi sarebbe piaciuto un segreto verde. Prima o poi me ne costruirò uno. Al cioccolato."
"No, vostra Altezza... le assicuro che nessuno la vede. In molti si girano ogni giorno in quella direzione, e tutto quello che vedono è il cielo... e le loro terre massacrate dalla guerra. Da quanto c'è quella luce? Quanti sono morti invano?", chiese disperato.
"Da... quanto? Non-la-vedi-neanche-tu?"
Scosse la testa in diniego.
"Allora tu non sei così... bugiardo. Bugiardo e ladro. Sei normale come tutti, e vuoi il mio segreto con la cioccolata come tutti. Dovevo capirlo quando... quando hai preso la farfalla. O era quando hai bevuto il succo? No, quando mi hai detto di dirlo agli altri. Credo l'ultima. Uh. Non ti parlo più." Si girò indignata, preparandosi ad andarsene.

"Ma fu ingiusta! Come poteva pensare che quello, ma anche qualsiasi altra cosa fosse visibile da qui... uuuh, lì dentro? È folle..."
"Appunto."

E Sheik era combattuto, combattuto fra la tristezza e la rabbia per l'ingiusto trattamento subito e la devozione a un bene più grande che l'aveva sempre sostenuto fino a quel momento e senza la quale, pensava, non si sarebbe nemmeno trovato lì. Non azzardò però alternative, perché temeva di trovarne di migliori.
Non fu un conflitto lungo: pochi secondi gli bastarono per rendersi conto che non cedere sarebbe stato un atto di egoismo mostruoso, un tradimento verso il regno e, perché no, verso se stesso. Ingoiò ogni rimostranza e fece un primo tentativo: "Principessa... rimanga, la prego... la supplico, perfino. Se parlerà di quello che sa, prometto di giocare con lei per tutto il mese prossimo..."
"Già lo fai", scrisse lei sulla terra, parzialmente tenendo fede all'autoimposto silenzio. "perché sei sempre solo quando non vengo."
"Prometto allora, in aggiunta, di raccontarle tutte le storie che conosco, una al giorno, al momento di addormentarsi..."
"Ne so inventare di più belle.", fece parlare il vento.
"Memorie passate mi suggeriscono che stia dicendo questo solo per stizza, Altezza... ma non posso arrendermi. Sono sincero nel dirle che non v'è cosa che mi prema di più di quella che le sto chiedendo, e pertanto sono disposto in cambio delle sue parole a servirla... per sempre... in qualunque momento...al meglio delle mie abilità. Non ho altro da offrire che me stesso, temo."
"Va... bene...", annuì, mentre già stava tornando nel mondo reale. E fu di nuovo solo.

In quei giorni pensò spesso al passato. Pensò a Zelda la dolce, regina centocinquant'anni dopo la sua creatrice, a come ormai anziana l'avesse accompagnata ai cancelli della morte tranquillizzandola con parole infinite, a come l'ultimo suo pensiero fosse stato rivolto a lui e quanto se ne fosse commosso, a sua figlia ancor giovane, uccisa in una vana congiura. Pensò agli inizi, alle continue riflessioni sulla sua propria natura prima di limitarsi ad una passiva rassegnazione. Pensò ai Saggi che non erano più e che un tempo aveva considerato amici, a Impa in particolare, con un sentimento indistinto di acredine e rispetto. Pensò a Link che non vide mai i risultati della sua impresa e alla lacerazione che aveva percepito quando il Coraggio si era spezzato. Poi pensò a lei, ai suoi ultimi momenti, e non seppe più che pensare.
Non riusciva a staccarsi da queste immagini, vorticavano nella sua testa senza tregua e lui le riviveva una ad una, assaporandole come se fosse l'ultima volta. Si accorse poi che erano tutte memorie fosche, di morte e di confine, e tentò di scacciarle con ricordi più lieti, sperando con essi di esorcizzare la sensazione di presagio opprimente che aleggiava in tutto il suo dominio, ora anche al di fuori del sogno. Ma i pensieri felici sembravano così lontani... solo uno aleggiava, tenue: lo afferrò e vi si avvolse come in una calda coperta trapuntata, e per un po' si riparò così dalla solitudine e dai timori.

Zelda si ripresentò la settimana successiva. Indossava un complesso abito viola arricchito da fermagli metallici intarsiati a forma di farfalla, che appena capito dove si trovavano non si fecero troppi problemi a sbattere le ali, staccarsi dal freddo metallo ed esplorare i dintorni. Ecco, mancava qualcosa... notò pigramente Sheik, ben rasserenato dal rivederla così presto e pronto a sdebitarsi in qualsiasi modo gli fosse permesso. I presagi sembravano venir ricacciati indietro da una luce dorata, anche se poteva sempre sentirli, lì, all'orizzonte, pronti a colpire. Visto, mia Regina?, pensò con bonaria provocazione, tornando ad immergersi in quel suo unico pensiero felice. Nessuna fine... non per lei né per tutti loro. Ce l'ho fatta. Forse per questo mi hai inviato fino a quest'epoca lontana? Era un mero pretesto la tua lettera? O, forse, anche le migliori previsioni possono rivelarsi sbagliate... mi piace pensare che sia così. A fra poco, mia..."...dolce. Io lo voglio con tanta panna e tante ciliegie e tanti pesci. Non pesci-pesci... pesci di glassa. O vivi. O vivi e di glassa, forse, questo li renderebbe pesci-pesci o quasi-pesci? Poi il giorno della festa voglio..."
"Di cosa sta parlando, Altezza? Ha fatto tutto quello che doveva?", la interruppe lui, perplesso. Per quanto fosse stato stolto nel perdere l'inizio del discorso, non riusciva a capire come il tutto potesse legarsi ad un dolce con dei pesci – forse – di glassa.
Lo guardò stranita, quasi divertita all'idea. Lui ricambiò disperato.
"Perché, Principessa? Perché non lo ha ancora fatto? Sa di potersi fidare della mia promessa... non vi può essere dubbio in merito, sono sinceramente disposto a servirla in ogni futuro giorno della mia vita, dallo spuntare del sole fino all'imbrunire e ancora per tutta la notte fino alla faticosa alba... una e una sola è la parola di uno Sheikah – o di chi in un lucente attimo durato sette anni si è creduto tale", concluse con triste fierezza.
Zelda fece una piroetta, si girò verso di lui, alzò lentamente le braccia e lasciò ricadere al fianco, sgraziata, la sola destra. Restò immobile con il braccio ancora assurdamente appeso per aria. "Cosa significa questo? Se è una spiegazione, non ci..."
"Non capisci... uff, non puoi. Crediti un cespuglio la prossima volta."

"Primo errore: avrebbe potuto fare molte cose. Avvicinarsi, parlarle, ignorarla e attendere un momento più favorevole. Adularla, assecondarla, anche solo sedersi e provare veramente a capire cosa ci fosse dietro a quel gesto, poiché un significato l'aveva, di questo sono certo, anche se la logica che lo sorreggeva era diversa dalla nostra. Forse anche da quella di lei. Ma il pensiero del messaggero corse ai soldati morti in quell'ulteriore settimana di massacri, e alle persone giuste e innocenti, e ogni diplomazia andò ad infrangersi contro un'ira ribollente e infuocata."
"Conosco il genere..."
"Non credo. Non così devastante, frustrata, totale."

"Esci da qui, vai dritta da tuo padre il Re e parlagli. "L'Eroe è fra noi e va risvegliato", digli. ORA. È. Un Ordine."
Restò per un attimo sgomenta da quel tono, prima ancora che dalle parole. Nessuno si era mai rivolto a lei così, e gli angoli della bocca si incurvarono pericolosamente verso il basso.
"Tu NON PUOI darmi ordini", strillò. "NESSUNO può. Né. Ora. Né. Mai. Vieni dritto qui e parlami: 'io sono un cespuglio e non ho il diritto di infastidire la gente. Ora. È un ORDINE.", lo scimmiottò. "Io... sono un... cespuglio... e...", si sentì dire mentre suo malgrado avanzava verso di lei. "...e NO, Principessa. Così non funziona", sbottò riuscendo a liberarsi dalla semplice malia. "Ora, se volesse cordialmente uscire di qui e avvisare qualcuno prima che anche ogni persona a lei cara venga uccisa in questa disperata, insensata, evitabile guerra... non lo sto dicendo per mio tornaconto, per le Dee tutte, le viene così difficile da capire??" Era furente. Anche lei.
"Io non ho persone care, stupido. Neanche tu. Credevo che lo eri, ma fingevi. Non sei neanche una persona, sei un nulla, uno zero, non esisti! Sparisci!!"
"Cosa... no... no. N-non è vero... è solo un m-m-modo diverso...", rispose con un tremito, colpito nella più vecchia e profonda delle sue ferite.
"Invece no. Mi hai annoiata abbastanza. E se non sparisci tu ti faccio sparire io, capito? Ti sostituisco. Io posso. Io vedo tutto, e tu no. Vedo la carpe e la Notte e la luce verde e vedo anche il piccolo incantesimo fragile che ti lega. È come una ragnatela. Non perché appiccica, cioè, ma perché è facile da rompere. Mi basta sciogliere un filo, poi un altro, poi un altro, poi un altro, poi un altro, poi un altro, poi un altro, poi un altro, e poi puff! Non ci sarai più, morto, mai-stato, e potrò crearmi un altro te come voglio io. Verde, tanto per cominciare."
"No."
"Come... come OSI opporti a me?"
"Io non oso, Principessa. Non ho nulla da osare né nulla da perdere, solo qualche frammento di ideale, ogni tanto, e di sentimenti. Ma non sono io ad oppormi: è la magia che mi ha creato, molto più vecchia e potente della sua, nonostante quel che sta credendo di vedere in questi momenti d'immotivato odio. Ad essa, o meglio al potere che l'ha evocata, unicamente sono fedele, e non tollero che ne venga fatta burla." Era riuscito a raffreddare la sua ira, rendendola un'arma ben più efficace. Stoltamente, se ne compiacque.
"Stai men-ten-do."
"Oh, no. Le piacerebbe, ma non è così. Più volte l'ho osservata mentre tentava, fallacemente, di trasmutare qualche frammento del cristallo raccolto nella sabbia. Gettarli via dopo pochi minuti fingendo di aver perso interesse non basta ad ingannarmi, sa? E ora vorrebbe farmi credere di riuscire a disfarlo per intero? Suvvia."
Zelda la prese come una sfida. Alzò le braccia per attingere a tutto il potere a sua disposizione, e nel solo raccoglierlo devastò il luogo, sciogliendo ogni creazione effimera per riportarlo ai suoi puri elementi originali: sabbia e cristallo. La terra tremò quando quella volontà sconfinata e selvaggia si strinse sulla forma della pietra per schiacciarla in virtù della sua pura potenza, mentre il cielo si era fatto di un blu innaturale, circondato da nubi di tempesta.
Sheik, aggrappato al cristallo con tutte le sue forze per non venir trascinato via, era incredibilmente sereno. Poiché non temeva la sua fine, anzi da tempo immemore era giunto a bramarla, sarebbe stato solo felice di aver sbagliato le stime, venire schiacciato assieme al cristallo e potersi lasciare alle spalle il monotono scorrere degli anni. Per un poco questo pensiero lo inebriò al punto di fargli dimenticare quello che era veramente importante. E, fosse rimasto così, forse sarebbe stato meglio. Per tutti. Ma se ne ricordò presto e, dopo una momentanea riflessione...

"... Agì. Che possiate un giorno perdonarlo, Dee e voi tutti. Pensava di essere nel giusto.
"Non... capisco."
"Fino in fondo, in verità, neanch'io. Ma lascia che questa storia triste finisca di raccontarsi."

Cogliere di sorpresa Zelda non fu, in realtà, difficile: dovette concentrare tutti i suoi pensieri verso la morsa che lo schiacciava, creando un cuneo su cui far forza, e quando si sentì pronto con un unico colpo mirato ne spezzò la presa. Il vantaggio guadagnato non sarebbe durato a lungo ma, in fondo, per quello che doveva fare non aveva bisogno di molto tempo. Sentì ogni muscolo del suo non-corpo tendersi, ansioso e trepido, e si preparò a scattare. Coprì la distanza che lo separava dalla principessa con un solo, prodigioso salto e la gettò a terra, confusa, spaventata, facendole perdere i sensi.
Ogni dubbio residuo, ogni pentimento per l'insano e sacrilego atto di violenza che aveva appena compiuto, svanì come nebbia al sole quando vide all'orizzonte sabbia e cielo mutare, compenetrarsi, frantumarsi fino a formare un paesaggio diverso e alieno.
E lui stesso si sentì risucchiare al di fuori, percepì la realtà cucirglisi addosso come un vestito troppo stretto, attraversò come bolle le miriadi di pensieri della giovane ignara che, per la prima volta nell'arco di secoli, stava nuovamente per cedergli il suo posto nel mondo.
La prima cosa che sentì fu un battito sordo e rassicurante – il suo cuore, comprese dopo qualche istante. Si fermò ad ascoltarlo, nel buio più assoluto.
Poi, lentamente, con un enorme sforzo, aprì le palpebre e vide...
Un ampio baldacchino coperto dalle lenzuola più fini, muri di pietra, pietra solida, pietra vera, da cui pendevano ritratti vecchi e nuovi di volti familiari, un piccolo tavolo, sopra di esso carta da lettere e un portagioie intarsiato, complessi abiti femminili gettati su una sedia, un caminetto acceso.
Il rumore della pioggia ovattato e insistente, passi veloci al di fuori della porta, lo scoppiettio allegro della legna.
Poi un dolore lancinante al petto... inaspettato, insopportabile... finchè si ricordò che doveva inspirare a fondo, e sentì l'aria scendergli nei polmoni, atomo dopo atomo, come la benedizione di un mondo che tornava ad accoglierlo. Profumo di lavanda, ma non solo... un aroma dolce e fruttato, ecco infatti là una tazza vuota e i resti di una pasta ripiena... non un cristallo in vista. E Sheik fu sopraffatto da questo sciamare di sensazioni, familiari eppur nuove, poteva sentire il calore delle sue mani venir assorbito dal lino ricamato, incantato dalla sua morbidezza, e poteva vedere le fiamme del focolare venir mutate in bagliori sempre diversi dall'angolo di una cornice, impreziosito in argento, e non avrebbe più smesso di rimirarlo. E quante meraviglie erano rinchiuse in quella sola stanza! Una vita non sarebbe bastata a riassaporarle tutte.
Ma aveva infranto il confine fra illusione e realtà per un motivo più importante...

Movimento, parola. Poteva sentire l'aria scorrere vitale nei polmoni, ma quella da sola non l'avrebbe aiutato. La gola era il punto chiave, sì. Vi concentrò le sue attenzioni, inspirò ed emise un suono strozzato. Lontano dalle armonie che poteva creare con l'idea di una voce, di uno strumento, ma pur sempre un suono, e il tempo era poco, spaventosamente poco: non aveva tenuto in considerazione il peso di una realtà ormai straniera. Allora di nuovo, presto: "Aaaaaaaaaaaaaah." E, mentre muscolo dopo muscolo riprendeva coscienza del suo corpo, pensava alle parole che avrebbe usato quando avesse trovato qualcuno disposto a prestargli orecchio, parole agili, concise che si andavano unendo come se non vi fosse nulla di più naturale al mondo, e questo lo confortò.
Proprio allora sentì scattare una serratura e girò lo sguardo quanto bastava per vedere una ragazza esile - una cameriera, a giudicare dalle vesti - entrare nella stanza. Ecco chi l'avrebbe aiutato... con grande sforzo fece leva sulle braccia e si portò a sedere, sì da non sembrare un malato, e, pregando che la voce lo sostenesse, si apprestò a salutarla come si addice a una dama.

"Feeeeeeeeeeeeermati. Se "lui" era apparso... al posto della "principessa"... questo non lo renderebbe apparso nel letto della bambina? E la donna non si è sorpresa nel trovart-lo lì?" "Il tuo acume ti rende onore - non altrettanto a lui, invero, che perso in altri pensieri non considerò tale possibilità e restò in effetti basito di fronte all'urlo della povera fanciulla, incapace di reagire, di fermarla... E, lì, tutto fu veramente perduto. Qual è stato l'inizio di tutto questo, mi sono spesso chiesto? Quando hanno iniziato a girare le ruote del fato? Nel passato più remoto, quando una giovane regina non si è arresa al suo destino di fuggiasca? Qualche anno dopo, quando un sogno recalcitrante ha accettato un compito più grande di lui? Quando tentazione e tradimento hanno infranto l'eterno sigillo dei Saggi? O secoli dopo, quando spinta dall'alito del vento un'altra regina chiama a sé una guida antica, forse causando la sua creazione, all'altro estremo del Tempo? Forse tutti questi momenti, forse altri ancora. Ma UN inizio è questo, e non deve andare perduto."
"Stai piangendo."
"Ti sbagli, non posso."

Restò seduto, senza riuscire a concepire come qualcuno potesse aver avuto paura di lui e di quella sua patetica apparizione nel mondo dei vivi. Osservò la ragazza, anch'essa immobile, ma pronta a fuggire al primo accenno di pericolo. Capelli castani, ben tenuti, una figura minuta e piacevole. Occhi dolci oltre la patina di paura. Un'amica, forse, in un altro tempo e luogo. Certo nessuno di cui la piccola Zelda gli avesse parlato, non un nome, un aggancio per trattenerla a sé il tempo necessario per spiegarle tutto. Cercò lo sguardo di lei e lo legò al suo, sperando che in qualche modo vi leggesse l'onestà d'intento, l'urgenza, forse anche il legame con la principessa, ma era chiedere molto. E quando gli sembrò che una certa muta intesa si fosse stabilita sorrise e allungò la mano, col palmo rivolto verso l'alto, nel più universale segno di pace.
Ma fu frettoloso, o il movimento troppo rapido, o qualche insondabile pensiero fece ricadere nel timore la ragazza, che scosse il capo e facendosi scudo con un braccio corse verso l'uscita.
"Ascoltami!", disse, "Ferma!", ma già lei aveva sbattuto la porta alle sue spalle, e il rumore dei passi si perdeva nel corridoio. A Sheik non rimaneva che inseguirla, pregando che il tempo rimastogli fosse sufficiente. Si alzò su gambe malferme, appoggiandosi prima al letto, poi alla parete, poi finalmente alla porta, e anche se quando ne uscì i passi di lei erano ormai inaudibili e nessun segno poteva indicarne la direzione la secolare conoscenza del castello lo soccorse e gli fece imboccare sicuro il corridoio di sinistra. Con rinnovata consapevolezza della scarsità del tempo rimastogli corse, ansimando, incespicando, aggrappandosi ad ogni appiglio, senza più concezione del tempo né dello spazio: le pareti di pietra sembravano inghiottirlo, il pavimento aprirsi sotto ogni suo passo, e il fiato non lo sosteneva più, ma infine sentì delle voci davanti a sé: oltre quell'angolo, a pochi passi di distanza, la ragazza stava narrando a due guardie il suo strano incontro, pregandole di tornare con lei ad assicurarsi della salute della principessa. Due guardie – la salvezza! Si fermò per riprendere fiato prima di mostrarsi, grato ai raggi del sole che riscaldavano il suo corpo stanco.
Grato dapprima... poi spaventato quando, cinereo in viso, si rese conto della contraddittorietà della situazione. E proprio in quel momento, con tempismo teatrale, sentì dei passi rintoccare alle sue spalle.
Si girò.
Zelda era lì, rischiarata dalla luce eterna del deserto, una fiamma vendicativa nella penombra del castello.

Si scrutarono a lungo, illuminati da un sole straniero a quelle pietre, ma la storia non tramanda il significato di quegli sguardi.
"Fallo", disse lei, "ora", mentre lasciava tornare sabbia l'illusione del corridoio: già da tempo erano infatti svaniti dal mondo reale.
Sheik continuò a guardarla incredulo, poi, col fiato sospeso, si avvicinò a lei e si prostrò ai suoi piedi. "Il volere della Regina è il mio volere...", mormorò, "la sua mano... la mia mano. Obbedisco. E grande è la Sua benevolenza... poiché nessuna punizione potrà mai essere... sufficiente." Distolse lo sguardo.
"Va'."
Così si alzò, e trascinando a fatica ogni passo giunse fino al cristallo, su cui si sedette. Farore portatrice di vita, se puoi sentire la preghiera del più lontano fra i tuoi figli, donami coraggio... Formò nella sua mente l'immagine di una tempesta violenta, un vento di potere che si levasse dalla sabbia divenendo una prigione buia e invalicabile. E il pensiero si riversò nello spazio del sogno, che gli diede forma sotto lo sguardo impassibile di Zelda.
"Ricorda", disse quindi lei, semplicemente, e il vento prese parola, e da allora e per sempre continuò a narrare con molte voci la storia del messaggero che si credette più saggio della principessa.
Si voltò e scomparve, e non tornò mai più in quel luogo.

"E così finisce. È una storia bella e triste, come tutte le storie del Regno..."
"Più bella e triste di altre."
"Ora sai tutto. Ogni gloria e infamia di quei tempi è nelle tue mani, ultima principessa di Hyrule. Fanne buon uso."
"Ed è facile vedere perché hai lasciato per ultima proprio questa, e, lo ammetto, come faceva una storia a non voler essere raccontata. Quel vortice... e quello in cui ti ho trovato... sono la stessa cosa, vero? Dei..."
"...Dee."
"Quello che è. Un attimo di giusta rabbia ti è valso secoli di castigo, e tu lo ritieni anche corretto. Per cosa ti stai punendo, per non aver evitato l'inevitabile? È... stupido!"
"Non puoi capire."
"Certo non se non me lo spieghi, scemo."
"Non... bene, che sia. Che sia tramandato anche questo, non voglio più segreti. Tetra, lei... lei non voleva disonorare la nostra promessa, capisci? È quello che le lessi negli occhi, fui io a tradirla. Voleva solo... festeggiare il suo compleanno, penso... o quello che per lei era "presto"... per me non lo fu abbastanza. Ma non ebbe altra colpa se non l'essere se stessa. E ora non perdere più tempo ascoltando le reminescenze di un vecchio, e riposa... non mi piace il buio che avvolge questa sala, da quando la Master Sword non è più custodita qui il luogo non mi sembra... sicuro."
"Neanche a me. Che resti fra noi due, ma spero tanto che Link torni presto."
"Lo spero anch'io."

Fanatics find their heaven in never ending storming wind
Auguries of destruction be a lullaby for rebirth

Consolations, be there
In my dreamland to come
The key to open the door is in your hand
Now take me there