- Crocevia -

Racconto di Crimsontriforce

(Riprende Soap Bubble ma è autosufficiente)

if you are near to the dark
I will tell you 'bout the sun
you are here, no escape
from my visions of the world
you will cry all alone
but it does not mean a thing to me

Sheik non si era mai considerato un guerriero, ma combatteva con la grazia e l'efficacia di un corpo allenato da sette anni di pratica continua. I suoi colpi erano veloci e precisi, e non concedevano spazio a movimenti inutili né pietà alle aperture avversarie. Non c'era nulla di sgraziato nel suo modo di battersi, né di vulnerabile.
Ma era folle pensare di poter sconfiggere, da solo, il piccolo esercito che a sua insaputa si era radunato nei Boschi, cogliendolo in trappola. Moblin, Lizalfos, Stalfos sembravano non avere mai fine, e per ogni caduto due prendevano il suo posto, ma Sheik non si sarebbe arreso. Non per gloria personale, né onore – tali sentimenti erano forse adatti agli eroi, non a lui – ma perché conosceva bene la pietà dei suoi nemici, e neanche un pazzo vi si sarebbe rimesso. Se era scritto che fosse quello il suo ultimo giorno non si sarebbe opposto al destino, ma era determinato a liberare la terra da quanta più feccia possibile prima di seguirla di fronte al giudizio delle Dee.
Così combattè.
Valorosamente.
Solo.
Fino alla fine.
Perso il pugnale, lanciato lontano dall'impatto con una lancia moblin, finiti in fretta i pochi coltelli da lancio, spezzata perfino la fida cetra, quando null'altro l'avrebbe potuto salvare da un fendente improvviso, a nulla gli valsero miseri calci e pugni di fronte a spade, artigli e armature: presto giacque a terra, disarmato, ferito, sfinito, col cuore pesante in attesa del colpo di grazia.
Che non giunse.

Sentì invece i suoi avversari allontanarsi, forse a formare un cerchio attorno a lui a qualche decina di metri di distanza. Era troppo esausto per formulare ipotesi, ma non si sentiva sufficientemente ottimista per sperare che avessero davvero intenzione di andarsene... e qualunque fato lo attendesse non prometteva di essere molto migliore di quello cui sembrava essere appena sfuggito. Molti pensieri si affollarono nella sua mente, e grande era la tentazione di rifugiarsi all'ombra del cristallo e della sua dolce occupante, ma la sua prima preoccupazione andò a Link, alla loro impresa, a chi l'avrebbe aiutato quando lui non ci fosse stato più. Non seppe darsi risposte.
Dopo un periodo di silenzio innaturalmente lungo sentì infine qualcuno avvicinarsi. Alto, massiccio, indovinò dal rumore dei passi, ed oltremodo sicuro di sé.
"Alzati e guardami negli occhi, verme, e dimostrami di essere degno dell'attenzione del Re del Deserto." Alto, massiccio, e senza dubbio oltremodo sicuro di sé: Ganondorf.

E in virtù del potere di quelle parole Sheik si alzò, barcollando, stupito lui stesso che le gambe lo reggessero, e capì d'un tratto come mai fosse stato cacciato, catturato eppur lasciato in vita: non lui volevano, ma l'Eroe tramite lui, com'era dannatamente ovvio. Si stupì solo di non averlo intuito prima. E, se continuava ad essere terrorizzato da quello che poteva attenderlo, da qualche parte in lui, a un livello più profondo che stava oltre il dolore fisico e oltre la preoccupazione per la sua vita preziosa, questa nozione gli diede pace, perché conoscere le intenzioni del suo avversario gli dava certo un vantaggio per tentare di contrastarle e, almeno, non far ricadere la sua stoltezza su innumerevoli innocenti. Forte di questa nuova risolutezza, alzò il viso e fissò negli occhi Ganondorf, nascondendo tutte le sue paure dietro al disprezzo.

Di quel che provò in quegli attimi parlò una volta sola, dopo così tanti anni che non li avrebbe nemmeno saputi contare; così pure solo una volta, nei giorni infiniti che lo attendevano, incontrò in uno sguardo un'intenzione ugualmente terrificante, anche se per motivi del tutto opposti.
In quel momento, però, nulla sapeva del futuro e si sentì solamente sperduto, solo di fronte agli orrori che lo sguardo di un folle che aveva sacrificato tutto per il potere gli stava rivelando uno ad uno. Era nudo di fronte a quegli occhi, e fragile. Perché lo stava squadrando? Certo non alla ricerca di armi nascoste, ma qualcosa di più profondo, e Sheik si sentì stringere in una morsa gelida.
Sentì le forze tradirlo, per la seconda volta in quel giorno sventurato, e crollò a terra.

I richiami dei soldati, il dolore, tutto sembrava farsi più distante mentre la sua coscienza si allontanava dal mondo reale, e già poteva sentire su di sé il vento calmo del deserto. Solo questo sentì chiaramente: "Alla fine ti ho trovato", diceva Ganondorf al suo corpo inerte, e rideva, rideva, rideva.
"Non hai trovato proprio nulla", rispose fra sé e sé, "non avrai mai le informazioni che cerchi, non grazie a me".

Si risvegliò sentendo che un liquido bruciante gli veniva forzato in gola. Temendo un veleno seguì l'impulso di tossire, ma si accorse che i dolori erano quasi del tutto scomparsi – dunque era invece una sorta di pozione, rozza ma efficace. Si alzò. Subito sentì uno Stalfos avvicinarsi di qualche passo e bloccargli il braccio destro in una presa, rendendogli impossibile ogni tipo di fuga, e dal rumore che sentiva alle sue spalle altri due o tre servi di Ganondorf dovevano essersi posti fra lui e le possibili uscite dalla radura in cui si trovavano. Nessun dubbio, era prigioniero. Eppure un trattamento privilegiato se confrontato con le storie che aveva sentito dalle voci disperate dei pochi scampati ai massacri del Re del Male e dei suoi mostri, e non riusciva a vederne la ragione. Fece un gesto interrogativo con la testa in direzione di Ganondorf, prestando attenzione a non incrociare più quello sguardo folle, e aspettò che fosse l'altro a parlare.

"Non ti sei tirato indietro... mi piace", ghignò l'altro, "forse non sei proprio il verme che pensavo. Meglio. Ho una proposta da farti, e odio trattare coi deboli."
"Sprechi il tuo fiato. Quali che siano le condizioni, non cederò."
"'Cedere'? È così che accettate i favori, voi... Sheikah?" C'era un'ironia palese nell'enfasi su quell'ultima parola, ma Sheik non poteva in tutta onestà coglierne il senso. "Questo ti offro: abbandona un destino ingrato, seguimi, e avrai ricchezze e onori, e una vita, una vita degna di tal nome."
"Non mi interessa un destino che segua le tue orme, Ganondorf. Certo non mi attendono ricompense come quelle che tu offri, ma la causa che servo è tutt'altro che ingrata, e soprattutto è giusta. Non sono un mercenario."
"Così non lo sei, eh? No, certo che no, non era nel loro interesse. Ma mi hai incuriosito. Dimmi, com'è possibile, con tutto quello... no, non può che... HA!" Di nuovo Ganondorf scoppiò a ridere, e Sheik iniziò a sentir vacillare le sue certezze: certo non si sarebbe comportato così se avesse voluto sapere da lui quello che lui pensava che l'altro volesse, d'altro canto però avrebbe potuto fingere in tal modo se l'avesse voluto depistare dal suo vero scopo. Accorgersi di tale manovra, sempre che fosse vera, gli sarebbe stato sufficiente per pararsi da ogni possibile attacco? Si concentrò su questi ragionamenti per evitare di dare spazio al pensiero più urgente, cioè che anche con tutte le sue belle parole e convincimenti, pur veri, aveva una paura dannata.

"Sono sorpreso, Sheik, molto sorpreso. Quest'incontro ha preso un'inaspettata piega... comica. Ma non ho fretta, e ho abbastanza argomenti per farti cambiare idea..."
Annuì mestamente nel sentir pronunciare il suo nome, che aveva sempre rivelato solo ai compagni più fidati. Fin dove si era spinto pur di rintracciarlo? Certo così parlando voleva che gli fosse noto che la sua cattura era stata tutt'altro che casuale, che anzi dava molta importanza alla sua persona, ma a che fine? Se l'avesse voluto spiazzare per indurlo a parlare sarebbe stato più palese, senza incorrere nel rischio che l'accenno non venisse colto, ma non riusciva a immaginarsi altro. O era davvero così certo? Forse stava solo sopravvalutando il suo avversario, che aveva perso tempo prezioso per stanare lui invece di preoccuparsi del suo vero oppositore.

"Che c'è? Parla! Hai già capito da che parte conviene stare?"
"Giammai dalla tua, ed è tutto quel che mi serve capire."
Sentì la presa stringersi e il freddo di una lama sul collo. Tono sbagliato. Ma almeno finirà in fretta... Un gesto di Ganondorf fermò lo Stalfos.
"Non ti ho rimesso in piedi per farti finire così, stanno pur certo, ho in mente di meglio per te. Diventa mio luogotenente, e guida la nascita di questa terra nell'era del mio dominio!"
"Ti stai prendendo gioco di me?"
"Non perdo così il mio tempo." Fece una pausa, incerto sulle parole persuasive da usare, poco consone a chi si era abituato unicamente a sbraitare ordini. "Ti ho già detto che detesto i deboli e gli sciocchi, e ti dimostri l'uno e l'altro se rifiuti."
"Non... non prendo ordini da colui che ha distrutto la mia terra, né servirò sotto di lui." Sheik sentì la sua voce così fioca in confronto a quella dell'altro che se ne vergognò, e desiderò ardentemente che almeno il suo viso fosse ancora coperto, come di consueto, per avere almeno il privilegio di tenere per sé le sue paure: da sempre mostrare il volto a un estraneo lo faceva sentire estremamente indifeso, come se avesse rivelato una parte molto segreta di sé. A quell'estraneo poi, le cui parole trasudavano potere non meno dello sguardo, alla cui presenza ogni volontà svaniva, annichilita.
"La distruzione fu necessaria", giunse la risposta, con un'incrinatura sulla fragile superficie di pazienza.
"Per te, forse."
"Certo, per me. Tutto questo serve a un solo scopo: la realizzazione di un mio desiderio. Tuttavia sei un folle se rifiuti di migliorare la situazione: spingi le genti ad accettare il mio dominio e non verranno distrutte. Staranno a sentire uno di loro. Dunque?"

Dunque silenzio, rotto solo dal movimento dei mostri. Sheik rifletté a lungo, poiché l'offerta, posta in quei termini, sembrava veritiera, e la possibilità di fare del bene concreta, che fosse sotto o di nascosto agli occhi del Re. No, si corresse, il Re non era lui, su Hyrule regnava una regina ora, anche se giovane e in esilio. E nel pensarlo si accorse, come risvegliato da un sogno, di essersi lasciato deviare dal flusso delle parole di Ganondorf: c'era del marcio in esse, una traccia putrida che non riuscì ad isolare del tutto ma che certo iniziava dalla scelta di un giovane Sheikah come suo alfiere. Se veramente i suoi piani erano quelli, poteva pensare ad almeno una dozzina di persone più adatte allo scopo. Quindi i suoi piani non erano quelli. E gli erano stati taciuti. Quindi semplicemente no. No. "No." No.
Non era troppo certo di aver parlato ad alta voce almeno una volta, ma attese col cuore in gola la reazione dell'altro, che sembrò in effetti perdere per un attimo la calma ma subito si ricompose, con un ghigno che, forse, poteva voler essere accomodante.

"Non essere puerile, sto perdendo la pazienza. Sei una pedina preziosa, ma solo una pedina, e farai bene a ricordarlo."
Ricordarlo? Sheik non ne aveva mai dubitato. E tanto ne era convinto che in un momento di scarsa lucidità l'intera situazione non gli sembrò più importante di un gioco, in cui lui non era che un piccolo pezzo. Solo che sembrava toccare solo al nero. Nuova partita: apertura di regina...

"E chi stai servendo con tanta nobile dedizione, poi?"
"La mia devozione va alla regina, ora e sempre." Era così stanco, gli era sempre più difficile opporre resistenza. Non c'era magia nelle parole di Ganondorf, ma potere, e con quel potere si sovrapponevano ai suoi pensieri, schiacciandoli e rimpiazzandoli. Non sapeva quanto ancora avrebbe retto.
"E l'hai mai vista, questa tua regina?"
""C-certo. Quando ho prestato giuramento la prima volta. Ma non mi pare argomento pertinente a questa conversazione..."
Ganondorf sembrava divertito. "Decido io cosa è pertinente. Interessante, descrivimela."
"Non vedo cosa..."
"Ha! Non sai dirlo. Eppure la servi come un cane, un randagio che cerca un osso. Ma così raccogli solo calci."
"Qui ti sbagli", sentì montare una rabbia lieve che diede forza alla sua risposta, "e naufraghi nelle tue menzogne. 'Offro eterna fedeltà alla Famiglia Reale: il volere della Regina è il mio volere, la sua mano la mia mano, la mia vita la sua vita – questo io giuro sulla Triforza, per sempre': questo è il mio giuramento e questo il mio credo. Null'altro cerco."
"Il tuo credo! Quello che ti hanno fatto credere! Servire una regina che non hai mai visto! Che razza di capo è, questa tua preziosa Zelda, che non sa neanche scendere sul campo di battaglia a fianco dei suoi soldati? Che non ricompensa un servitore così fedele che dà la nausea! Dici che non cerchi ricompense, ma ti piacciono, come a tutti! E con me le avrai, più di quelle che puoi immaginare! Lascia quegli ingrati e seguimi!"
"Non confondermi con te. È inutile, sono alla tua mercè, ma non mi piegherai mai al tuo volere. Mai. Il volere della Regina è il mio volere, la sua mano la mia mano. La mia vita per la sua via. Uccidimi ora e finiamo questa farsa", concluse.
"Ucciderti?", ringhiò Ganondorf, "Ho di meglio, moccioso testardo, ho di meglio, e rimpiangerai di non avermi ascoltato quando ancora potevi!"

Si avvicinò con passi sicuri e pesanti, mentre Sheik fissava imperterrito il suolo pochi metri davanti a lui. "Ti atteggi a menestrello, certo conosci la storia della Triforza divisa, vero... Sheik? Guarda!", gli intimò quando gli fu davanti, "Guarda e scopri il vero volto dei tuoi cosiddetti alleati!"
Sollevò la mano chiusa a pugno, su cui sfavillò la luce sacra del Potere a lui asservito, e in un istante la realtà svanì, lasciandolo solo e stupito fra le sabbie del deserto sconfinato dei suoi sogni. Non era stata sua intenzione rifugiarsi lì, né mai la transizione era stata così improvvisa, e neppure ricordava che il vento potesse soffiare così forte. Si concentrò sul mondo vero che c'era al di fuori, doveva andarsene – l'immensità dell'orizzonte gli sembrò ad un tratto opprimente, la gabbia perfetta senza possibilità di fuga. Era bloccato. Riuscì solo a percepire, come attraverso una spessa coltre di nebbia, che Ganondorf lo stava sorreggendo e teneva la mano destra, ora ai suoi occhi luminosissima, appoggiata sul suo petto: sopra ogni timore, si sentì attraversato da un'onda di disgusto.

Così cercò conforto nell'unico modo che conosceva, e seguendo il moto dei venti si diresse verso il cristallo. Camminò per un istante e un infinito nel tempo dilatato del sogno, ma ancor più lungo fu il momento in cui per la prima volta lo vide, risplendente di nuova luce, un prodigio di fronte ai suoi occhi stanchi. Coprì la distanza che ancora lo separava da esso correndo e si appoggiò sulla sua superficie, in cerca di risposte.

La fanciulla al suo interno continuava a riposare, il suo volto sempre disteso e nobile, e non v'era altra fonte di luce oltre a lei. Sheik si schermò il viso con una mano, cercando un senso in quel candore, e infine ne comprese l'origine, fulgida e chiara sul dorso della mano di lei, e con un gemito tutti i pezzi dell'enigma andarono al loro posto.

Aprì gli occhi di scatto, inciampò nel divincolarsi dalla presa di Ganondorf, che lo lasciò andare ridendo, ridendo di lui, della sua reale ignoranza, del suo tentativo scomposto di farsi strada attraverso due Moblin, del fatto che non avesse altra scelta che finire di nuovo nella polvere, al suo cospetto.

"Vedo dalla tua faccia che inizi a capire", disse allora, non senza mostrare grande compiacimento per gli esiti della conversazione. "E questi li chiami alleati, tu? Li chiami 'il Bene'? Puah! Feccia, non sono altro che feccia da sterminare! Guardati, sei solo il giocattolo preferito della famiglia reale, un mero utensile che sta per rompersi."
"M... m..."
"Cos'è, hai perso la favella?", incalzò. "Chiediti perché ti hanno taciuto la verità, una verità così brutta. Pensavano che li avresti traditi, senza dubbio. Quale mancanza di fiducia, e dire che sei così contento di essere il loro tirapiedi, sembri fatto apposta..."
"BASTA! Basta! Menti...!"
"Ti piacerebbe! Ma non ne ho bisogno quando la realtà è già così perversa: non ricordi Zelda perché tu, sette anni fa, non c'eri. È così semplice. Nascondiglio astuto quello della tua ospite, devo ammetterlo – ma non abbastanza per ingannare me, Ganondorf."
"Non..."
"Oh, smettila."
"Dunque... dunque è questo che volevi..."
"Sì, proprio questo, continui a capire, bravo. Notevole, nelle tue condizioni. Io riunirò e sottometterò gli altri due portatori, e otterrò il potere di un dio. Mi appaga l'usare proprio te come servitore e portavoce, e al contempo ritorcere contro la principessa il suo stesso stratagemma. L'offerta è ancora valida. Ma è interessante anche il pensiero di trascinarti in catene fino al momento in cui scoverò chi osa fregiarsi del Coraggio, mi è indifferente." Ganondorf si fermò a squadrarlo, poi riprese a parlare senza dargli tempo di rispondere. "E poi – sì, lo comprendi anche tu ora – la fine della storia. Quella in cui la principessa ritorna al mondo e dà un'unica ricompensa al suo guscio nato dal nulla: lo riporta al nulla. Ti fa male, quanto ti fa male..."
"..."
"Ma i miei poteri sono più profondi di quanto pensi, e io, io solo so come aiutarti. Ti darò una vita, una vita vera che non finirà quando lo deciderà un altro. La scelta è tua."

Ganondorf aveva scoperto tutte le sue carte, o perlomeno quelle che voleva, e non avrebbe aggiunto altro: ora toccava a Sheik prendere l'ultima decisione. Se solo fosse riuscito a mantenersi lucido, se solo fosse riuscito a concentrarsi – ma solo un pensiero riempiva la sua mente svuotata di ogni certezza: l'amarezza di quel tradimento, di quella bugia, e guardando indietro negli anni gli sembrava che tutta Hyrule avesse sempre saputo e avesse a volte compatito, a volte deriso la sua esistenza fasulla. E gli avevano mentito, mentito, mentito, tutti. Si dibatteva in un sogno cupo e indefinito. Le parole di Ganondorf penetrarono sempre più a fondo: che fedeltà si può esigere, con un comportamento simile? A che titolo? Si sentì sprofondare in un mare confortante di risentimento. Non era perfetto non era infallibile, solo un giovane Sheikah, anzi neanche quello, non aveva... non l'avevano creato con... abbastanza forza per resistere a tutto questo.
Però l'Eroe non ti ha mai mentito, né ha riso di te, si interruppe, anzi godi della sua fiducia, e non è cosa da poco. "..."
Ancora silenzio.

"Lasciami", disse stanco e sottomesso allo Stalfos che ancora lo stava trattenendo. "Vado a inchinarmi di fronte al mio nuovo signore."
Lo Stalfos non poteva capire, ma obbedì al gesto di Ganondorf, che attendeva con un ghigno trionfante.
Aveva preso la sua decisione, un ultimo sforzo e sarebbe finito tutto, in un modo o nell'altro. Con passi regolari e misurati si avvicinò dapprima alla sua cetra, poi, tenendola ben stretta nella mano sinistra – o per meglio dire aggrappandovisi, ultimo appiglio della vita normale che aveva vissuto fino a quel giorno – si voltò verso Ganondorf mostrando solo una maschera di impassibilità. Un passo e un respiro, un passo e un respiro, poteva sembrare la marcia meccanica di un giocattolo se non per il cuore, che batteva velocissimo, e dei piccoli movimenti nervosi delle mani.

Un passo e un respiro, l'ultimo: quando fu alla distanza prescritta dall'etichetta di corte chiuse gli occhi, si inginocchiò in un ampio inchino e svanì in un'esplosione di fumo.

"Mai lasciare le mani libere a uno Sheikah" fu l'unico momento di soddisfazione che si concesse, poi si impose di non pensare più – troppo doloroso, e non poteva permettersi intralci – e si affidò completamente all'istinto perché lo portasse via, via da lì, via prima che potessero inseguirlo, via così lontano che non potessero più neanche sentire i suoi passi leggeri.

"Che tu sia maledetto!", sentì urlare Ganondorf in preda all'ira. "Mille volte maledetto, tu e la tua follia! Goditi i tuoi ultimi giorni nel terrore, perché in ogni attimo saprai che ti sto cercando, e quando ti ritroverò saprai cosa significa prendersi gioco di me!"
Ma Sheik era già lontano. Si fermò solo quando le gambe non lo ressero più, ben oltre il bosco e i suoi sentieri intricati. Era sano come prima, libero come prima, con una cetra rotta e un mondo in frantumi. E una sola certezza, l'essere nel giusto. Suppose di doverselo far bastare, perché non aveva altro.

the sun is in your eyes
the sun is in your ears
but you can't see the sun
ever in the darkness
it does not much matter to me