- Restore -

Racconto di Crimsontriforce

Soap Bubble – Crocevia – Restore – Our Distance and That Person – Stray Child – Verso la Pioggia – Knave – Alla Fine – In una Bottiglia – 1sentence fanfic challenge (A Chronicle)

Consiglio di leggere prima almeno Crocevia.
Seguito direttissimo della precedente, e idea a sbuffo in mezzo a due più importanti. Ma suppongo servano anche le idee a sbuffo.

Wondering just who I might be
Who I was and will become and
Wondering if I can move on
Move into the world above

Era una sera fresca e piacevole. Malon era seduta al tavolo grande, finite le faccende domestiche, ed era concentrata a godere di ogni attimo prezioso della solitudine e del dolce far nulla che era riuscita a concedersi: solo in quei momenti poteva rilassarsi e pensare al suo ranch come al piccolo paradiso perfetto che aveva sempre sognato e per cui lavorava tanto, con l'ardere rassicurante della legna nel camino, il nitrito lontano di un cavallo, il fruscio del vento, il bussare incessante e disperato alla porta.
Rallenta, Malon, nel tuo mondo ideale non c'è nessun bussare.
Eppure lo sento, dovette riconoscere. Era vero, non parte delle sue fantasie.

Si alzò, sospettosa, e osservò il visitatore dallo spioncino. Era troppo buio perché potesse riconoscerne le fattezze, ma sembrava stanchissimo, e batteva sulla porta come se non avesse altra speranza al mondo.
"Chi sei?", provò a chiedere, ma non giunse risposta.
"Chi sei?", insistette Malon a voce più alta, ma lo sconosciuto non poteva o non voleva rispondere, e continuava a bussare.
Se da una parte era restia ad aprire ad uno straniero, dall'altra questi sembrava veramente avere bisogno di aiuto, e il buon cuore ebbe facilmente la meglio sulla ragione: girò la chiave e aprì la porta, sperando di non aver commesso un grosso errore.

Lo sconosciuto le crollò addosso, cingendola in un abbraccio tanto stretto da farle male. Sapeva di sangue e di fatica e di oscurità, e Malon ammise a se stessa di avere paura. Ma piano piano la presa si allentò, ed era come se si stesse reggendo a lei invece di bloccarla, e sentì che il suo respiro si faceva più regolare.
Forse davvero non vuole farmi del male, azzardò Malon accogliendo una speranza talmente timida che prima non aveva osato nemmeno darle voce, sembra inoffensivo. Nayru protettrice della ragione, fa' che non sia un pazzo...
"Sei... reale... viva...", mormorò l'altro, "aiutami..."
Reale? Che razza di commento...
"Pettirosso, ma sei tu!", esclamò dopo qualche secondo, riconoscendo la bella voce, e rasserenata ricambiò l'abbraccio, scostandosi appena, abbastanza da poterlo vedere in viso. "Ma cos'hai? Cosa ti è successo?"

Nel sentirsi chiamare con quel soprannome infantile lo straniero venne riportato momentaneamente alla realtà, e si rese conto dell'imbarazzo che stava causando alla sua ospite e amica gentile: la rilasciò dall'abbraccio come se stesse posando un oggetto prezioso e arretrò di qualche passo bisbigliando scuse sconnesse, dopodichè rovinò a terra.

Beh..., attaccò perplesso il senso pratico di Malon, ma venne subito zittito: c'erano cose più urgenti da fare. Per cominciare, tirare su da lì Pettirosso e metterlo almeno seduto, e controllare che non avesse nulla. Poi, far bollire dell'acqua: può sempre servire dell'acqua che bolle, da un tè a una ferita da disinfettare, e sembrava che ne avrebbero avuto bisogno per entrambi i motivi. Molta acqua.
Infine, considerare la situazione. Non aveva mai visto Pettirosso conciato così, e la cosa un poco la spaventava, rifletté seduta sull'angolo del tavolo mentre lasciava penzolare pigramente le gambe. Certo non poteva dire di conoscerlo bene, anzi, però non erano poche le volte in cui aveva sentito il suono di una cetra accompagnare da lontano la sua voce, quindi avvicinarsi sempre più finché non si era mostrato e lei l'aveva invitato a entrare e avevano mangiato insieme, o anche solo continuato a cantare. Conosceva molti canti e non era restio ad insegnarglieli, e in verità non serviva molto altro perché Malon lo vedesse di buon occhio e iniziasse perfino a chiamarlo amico. Però non le aveva mai rivelato il suo vero nome, la qual cosa un po' la indispettiva, anche se così le dava la scusa per continuare a chiamarlo col soprannome che aveva coniato per lui anni addietro e quindi non tutto il male veniva per nuocere... però la curiosità rimaneva.

E, a proposito di petto rosso, il simbolo di cui andava così fiero era coperto di sangue rappreso, come anche la maglia e le fasce disfatte. Eppure non sembra ferito, solo esausto, notò con occhio critico. Ma qualcosa deve pur essergli successo, e qualcosa di grosso. Una lotta? Ma non solo una lotta, non è solo stanchezza fisica, è... probabilmente era una di quelle cose nobili e astruse che chi s'intendeva di cavalli non poteva capire, concluse con se stessa.
Lo stava così studiando quando si trovò a sua volta osservata dai suoi occhi rossi semiaperti.
O stava veramente guardando lei? Il suo sguardo, di solito penetrante e sereno, era perso nel vuoto, in profondità insondabili... ma almeno sembra cosciente. "Pettirosso! Sei sveglio!"
"Malon..."

Non aveva preteso di capire Pettirosso, sempre etereo e incerto durante le visite al ranch – solo la musica sembrava unirli, nonostante tutti i suoi sforzi – e aveva sempre avuto l'impressione che appartenesse a tutto un altro mondo, ma mai come quella sera. Metà di lui era seduta al tavolo, lì davanti, ma l'altra? Persa in quale reame incantato? Non che questo le dovesse impedire di essere una brava ospite e aiutare al meglio almeno la parte che aveva davanti, comunque.
Cercò così di rassicurarlo come poteva, parlando di cose comuni e piccole e della casa e dei giorni al ranch che erano tornati a trascorrere uguali a loro stessi. E poi dei luoghi segreti dove i cucco deponevano le uova, dei puledri e delle loro madri e di tutto quello che circondava la sua vita. Lui la ascoltava con gli occhi socchiusi, annuendo di tanto in tanto, finché le sembrò che stesse per cedere al sonno.

"Ehm", si interruppe allora, "non volevo stordirti con tutti questi racconti, è solo che..."
"No, è... è stato... bello. Continua, ti prego."
"Oh! Beh, ne sono felice! Ma prima, se vuoi, vedo che i tuoi vestiti sono strappati. Non so cos'è successo, ma posso ricucirteli almeno un poco, pensavo", disse Malon, ma si interruppe vedendolo raggomitolarsi su se stesso, difendendo un qualche segreto a lei invisibile. Pazientemente, si alzò e prese dalla cassapanca una trapunta bianca. "Se è per il freddo, Pettirosso, puoi restare sotto questa coperta, accanto al fuoco, non dovresti..."
"No!", rispose subito lui, a mezza voce ma a Malon sembrò che stesse gridando da tanto sembrava urgente e in contrasto con le sue precedenti parole, appena udibili.
"E... Sheik", riprese a voce bassa.
"Cosa?"
"Sheik... chiamami Sheik."

"Sheik? È questo il tuo vero nome? Beh, in fondo sei uno Sheikah, avrebbe senso... poi ti sta be-" "Non quello vero, no", rispose lui, non necessariamente a lei. "Quello... quello no. Però, però... lo pensavo..."
Un commento appropriato a una confidenza del genere andava oltre l'esperienza di Malon. "Io faccio un uovo e un tè, va bene? Non rispondermi se non ti va, se non li vuoi li mangio io, è quasi ora di cena."
"No, non... io... non sarei dovuto venire... perdonami, perdonami, perdonami", ripeté, e faticava a divincolarsi fra i suoi pensieri. Minacciavano di inghiottirlo, come poche ore prima, ma non aveva la forza di scappare di nuovo, i piedi non lo reggevano. E poi, dove? Ma finchè stava fermo sentiva il nulla strisciargli intorno, pronto a colpire. E non aveva la forza di affrontare nemmeno quello. Non aveva forza nemmeno per pensare. Stava tentando di avvolgersi nella trapunta che gli era stata offerta, ma i movimenti erano impacciati, deboli, nervosi. "Perdonami...", ripeté quando fu completamente avvolto, e cominciò a divincolarsi da quella che in un momento d'ansia aveva percepito come una prigione.

Malon sentì una stretta al cuore. Si avvicinò alle sue spalle e gli cinse la testa fra le braccia, cullandolo e arruffandogli i capelli con le dita. "Sheik", disse, e poteva sentire il potere che quel nome esercitava su di lui: sembrò calmarsi al suono della sua voce. "Tu hai bisogno di aiuto. Io non so cosa ti è successo, non dirmelo se non vuoi. Ma hai bisogno di mangiare e di riposarti e penso anche di sentire una canzone... fatti aiutare, concedimelo."

Si era abbandonato così completamente a quel semplice contatto, espressione onesta di affetto e soprattutto così reale, che aveva smesso del tutto di muoversi. Si poteva a malapena udire il suo respiro.
"Malon... tu credi nella Leggenda?", le chiese dopo qualche minuto di assorto silenzio.
"Quale leggenda?", chiese lei di rimando. E perché non mi stupisco di sentirti iniziare così un discorso anche dopo quello che è successo? Pettirosso, sei sempre tu, qualunque cosa ti sia accaduta...
"L'unica che ci è rimasta."
"Parli dell'Eroe del Tempo, vero?" Malon prese una sedia e si accomodò davanti a lui, incrociando le mani sul tavolo. Sembrava essersi ripreso, se non altro abbastanza da parlarle in modo sensato. E ora cerca di frenare quella bocca larga e non dire qualcos'altro di sbagliato, mia cara...
Sheik annuì, giocherellando con un lembo della trapunta.

"Certo che ci credo! Non voglio pensare di passare il resto della mia vita sotto quel tiranno, voglio crederci!", disse, con un'enfasi genuina. "Mi sembra solo strano vivere proprio in questi anni, quello sì, è una storia così antica... ma certamente arriverà l'Eroe sul suo cavallo bianco a salvarci tutti, di questo non dubito! Perché, tu non lo pensi?"
"No... al contrario", sorrise lui. Un sorriso tirato, assente, ma pur sempre un sorriso. Malon si rese conto di non averlo quasi mai visto sorridere: volendo cercare un lato positivo nella situazione, quello poteva essere un inizio. "Ci credo con tutto il cuore. La Master Sword è stata estratta, amica mia. Lui è qui... fra noi."
Era questo a preoccuparlo? Non per dire, ma le mie uova sono più fresche di queste notizie, tranne l'ultima... ma quella annuncia speranza, non preoccupazioni. non capisco. "Perché questa tristezza, allora? Se quello che dici è vero, e non mi hai mai mentito, vinceremo di certo! Fra pochi mesi, no, magari già settimane, faremo la festa più grande che si sia mai vista! Verrà tutta Hyrule a festeggiare l'Eroe, e mangeremo e canteremo insieme! Cosa non darei per conoscerlo! E per conoscere anche il suo cavallo. Anche se sono sicura che non ha nulla da invidiare ai nostri del ranch!"
"Sì, sarà... magnifico."
Bocca-larga-Malon. Ma che ho detto di male? Oh, l'acqua bolle!
Rispettò il suo silenzio mentre aspettava che l'uovo cocesse e levava le foglie di tè dall'acqua imbrunita. Quando tornò da lui lo vide riverso sul tavolo, con la testa appoggiata sulle braccia incrociate, dormiente. Prese un'altra coperta, più leggera, e la appoggiò delicatamente sulle sue spalle.

"La tua gentilezza è commovente", lo sentì mormorare senza che alzasse la testa dal tavolo, destato dal lieve contatto. "Non ho parole per ringraziarti di quest'attimo di concreta pace... né della tua bontà. Persone come te... non meritano di vivere sotto il giogo di questi anni... ed è anche per questo che dobbiamo combattere", concluse con voce assonnata.

"Ma combattere stanca", gli sorrise lei dandogli una pacca amichevole sulla spalla, "e in fondo hai tutto il tempo per farlo. Dopo sette anni, un giorno in più o in meno non farà la differenza. Resta nostro ospite per questa notte, hai bisogno di un letto, di un bagno caldo."
"No, non ne ho." Pettirosso aveva ripreso quello sguardo fisso e distaccato, imperscrutabile, che la spaventava. Le sembrava vuoto quando faceva così, come se fosse una bambola cava, ma non lo era, e la sua voce era così stanca... "Non ho bisogni e soprattutto non ho tempo. Devo andare."
"Stai mentendo – Sheik. Sei venuto a bussare a questa porta che non ti reggevi sulle gambe, come padrona di casa non posso permettere che tu te ne vada a stento in piedi. E... e parlare guardando il muro non aumenta di molto la tua credibilità." Incrociò le braccia, ad ogni buon conto. Voleva essere certa che capisse che diceva sul serio.

"E come indegno ospite non posso permettere che tu venga messa in pericolo dalla mia stupidità." Anche lui dice sul serio, anche se non mi guarda negli occhi e mi sta nascondendo qualcosa. Ma fa sempre così, quando parla di cose serie si nasconde dietro quella sua sciarpa, come ora.
"Non stai ferendo nessuno, stupido! Sei un amico che ha bisogno di un tetto per una notte, e anche se sei troppo confuso per dirmelo sono capace di capirlo da sola. E per me è un piacere aiutarti, come lo sarebbe per mio padre se ora fosse qui!"
"Non capisci... non... se accadesse qualcosa a questo posto ne sarei io responsabile e... non so se sarei in grado di sopportare una tal colpa."
"Ma di cosa stai parlando? Quale rischio?"
"Mi stanno cercando, Malon. Giorno e notte, ha detto, fino alla fine. Anche in questo momento sono sulle mie tracce. Devo andarmene... fammi uscire, e lascia che la mia esistenza ricada su di me e su di me soltanto."
"Ma chi ha interesse a cercarti, e perché?"
"Il Nemico, chi altri...", rispose sottovoce, con un brivido.
"Vuoi dire Ga...?"
"Zitta! Non nominarlo! Non in quest'ora buia." Sheik si alzò, lasciando a malincuore il tepore delle coperte. Prese la mano di Malon fra le sue e la guardò in volto, preoccupato. Non era rimasto più nulla della terrena debolezza che così poco tempo prima gli aveva fatto perdere coscienza del suo scopo e di se stesso – per meglio dire, quest'ultimo sarebbe rimasto un discorso complesso, crudele e impietoso da affrontare in altro luogo e con altro interlocutore, ma aveva ritrovato della terra salda sotto i piedi, una voce amica e il profumo del fieno, pensieri caldi cui ancorarsi, vieppiù necessari ora che il cristallo aveva perso ogni attrattiva. Mai più si sarebbe permesso di perdersi, né di farne soffrire ad altri le conseguenze.

"Se verranno – e verranno, ne sono certo – non nascondere nulla. Racconterai loro di quel che è stato, e quando chiederanno dove si siano rivolti i miei passi indicherai loro il vecchio castello reale."
"Ma così ti..."
"Abbi fiducia. Non è la mia vera meta, ma non è troppo immersa nel marcio della bugia da non risultare credibile, e lascerò una falsa pista dietro di me finché la mia strada non se ne distaccherà del tutto. Crederanno di aver perso le mie tracce, ma saranno stati ingannati dal principio. Puoi fare questo, Malon?"
"Se non mi è dato altro..."
"Hai già fatto più di quanto pensi per me, figlia gentile dei campi. Un'ultima cosa ti chiedo, in verità...", soggiunse, e c'era una luce strana nel suo sguardo. "Ti prego, continua, in cuor tuo, a credere nell'Eroe e in chi, un giorno, a giusto nome regnerà su queste terre. Per me... è importante. E quando quel giorno giungerà, canta, canta di gioia come se fossero due voci a sgorgare dal tuo petto. Solo questo ti chiedo."
"Davvero non puoi restare..."
"Non un attimo di più. Credimi, vorrei. Ma non posso. Non ci rivedremo, amica mia..."
"Non ci voglio credere. A presto, dunque", rispose, cercando di ricacciare le lacrime nel posto maligno da cui provenivano, non voleva farsi vedere così. "Ma... sono certa che il mio canto raggiungerà il tuo, quel giorno, ovunque sarai. Le Dee non me lo negheranno."

"Le Dee..."
Sheik tacque. Si inchinò, tenendo alta la mano di lei fra le sue, poi si voltò, aprì la porta e in un istante fu lontano, scomparso nella notte stellata.
Malon restò a lungo sull'uscio, osservando l'erba, le stalle e il paddock lontano. Un frammento della Leggenda era entrato a far parte della sua vita, per una sera, ma non era il cavaliere in armatura scintillante che sognava, solo un ragazzo, rinchiuso in un destino più grande di lui. Allora, sì, ne ebbe veramente paura.

Wondering if I am lost now
But finding my way back home and
Wondering if love is with me
And guiding my destiny