- Variazioni sul principio e sulla sabbia -
(a little after the dream)

Racconto di Crimsontriforce

Soap Bubble – Esercitando la Speranza – Crocevia – Restore – Our Distance and That Person – Stray Child – Moon – Knave – Open – Explosive – Verso la Pioggia – Alla Fine – Variazioni sul Principio e sulla Sabbia – In una Bottiglia – 1sentence fanfic challenge (A Chronicle)

I remember the days of summer
We were so close together
You were humming the songs of silence
Sweetly plucking the harp of wind

Every moment was sacred and mystic
We were near to the shore of eternity
The days are gone, and will never come back
(Xenosaga Ep.2 - Sweet Song)

"Devo parlargli", si disse Tetra, lucida dopo la lunga febbre. "Devo. Almeno un'ultima volta."
Seduta sulla branda, chiuse forte il pugno, e nella sua mente stringeva in mano una piccola chiave rossa dalla forma inusuale.
Gliel'aveva regalata lui, tanto tempo prima, quando si erano trovati per la prima volta. E lei non ne aveva mai compreso appieno il motivo. Una chiave fra due mondi, certo, ma due mondi separati da poco più che un pensiero, un battito di ciglia. Due mondi che la loro volontà congiunta era riuscita ad avvicinare sempre più, fino a che ogni barriera era rimasta puramente formale. Non aveva mai più usato quella chiave, lasciandola scivolare in fondo alla memoria, ricoperta da altri pensieri.
Eppure in quel momento tutto taceva, e forse proprio quella era l'unico strumento rimastole per ritrovarlo. Aveva riempito i suoi sogni nei recenti giorni di malattia, sogni del passato, sogni confusi, sogni che valicavano il confine fra illusione e realtà per sfumare nella profezia. Almeno così li aveva interpretati Tetra, che, pur non fregiandosi del titolo di Saggio né di veggente, era ben conscia dell'eredità garantitale dalle sue antenate. Come del fatto che si sarebbe arrampicata su ogni specchio pur di non accettare il sapore di sconfitta e abbandono che la battaglia finale le aveva lasciato in bocca: Sheik non se ne era andato. Non poteva essere altrimenti.

Così impugnò la chiave, come un minuscolo pugnale in mano a una guerriera esperta, e si concentrò sulla porta.
L'aveva attraversata una sola volta, anni prima, ma teneva quei momenti sempre vicini al cuore e alla mente, e l'immaginazione la ricostruì presto di fronte ai suoi occhi chiusi.
La chiave girava perfettamente.
Trattenne il respiro, ancora una volta in preda ad un'infantile eccitazione, e varcò la soglia, senza desiderare altro che tornare ad esplorare i mari candidi 'dell'altra parte'.

Si guardò intorno. Molte cose si sarebbe aspettata, non però di trovarsi in mezzo a un sottobosco gigantesco e variopinto: una felce le stava accarezzando la guancia, mossa dalla brezza, e grosse bacche viola spuntavano a tratti dai cespugli.
Pur nella sua bellezza, il luogo incuteva timore. Non perché del male sembrasse annidarsi fra i tronchi e gli arbusti, o dietro fiori grossi come scudi, ma per una sensazione persistente di instabilità, di fragilità dell'insieme. Senza dar corpo a quell'infondata paura, Tetra si fermò, si sedette e riconsiderò la sua posizione. Si trovava semplicemente nei suoi pensieri, come innumerevoli volte negli anni passati, in una creazione illusoria della sua... dell'immaginazione di qualcuno. Transitoria per definizione. La colse il pensiero che mai prima di allora quell'angolo della sua mente le era sembrato precario, al contrario, a volte era stato più vero della realtà stessa, ma lo liquidò senza dargli peso: mancava da tanto, non ci era più abituata, le spiegazioni erano infinite. Ne avrebbe sapute trovare già meno riguardo al perché Sheik avesse preferito dedicarsi alla botanica invece di preoccuparsi della sua unica e suscettibilissima amica, ma era sicura che tutto si sarebbe spiegato.
Ripensandoci, le pareva di ricordare qualcosa di simile a quel posto nei suoi sogni febbrili, che concluse essere stati influenzati dall'insolita attività creativa del compagno. Non sarebbe stata la prima volta, la vivida immaginazione che li accomunava era spesso entrata in conflitto con la sfera d'influenza dell'altro, ma di solito ci si scusava di tali incidenti. Poi ci si rideva sopra... da amici.

Sospirò e si accinse a compiere l'unica azione sensata in quel luogo: seguire il vento.
Sin dalla sua creazione — e a meno che il suo occupante non avesse altre idee in merito, ricordò con una punta di nostalgia — i venti che spiravano in quella sterminata prigione di sabbia avevano una sola meta: il cristallo, suo centro fondatore. Lì si era nascosta la principessa Zelda, la prima Zelda, sua antenata e madre lontana, durante gli anni di dominio di Ganondorf sull'antico regno, e lì, nelle sue rovine, si era ritrovato confinato Sheik quando la sua creatrice aveva ripreso il suo posto nel mondo.
Gliel'aveva raccontato così tante volte che poteva ancora sentirlo, con la sua voce bella ma immalinconita da innumerevoli ricordi di un passato e di un mondo perduti.

Seguì dunque il vento fino alla fine del bosco, dove la brezza giocosa si fece più forte, scompigliandole i capelli ed incoraggiando ogni suo passo. Sentiva però un'aria pesante intorno a lei, ristagnante e tinta di un azzurro innaturale, simile al colore del mare in tempesta. La vegetazione aveva lasciato il passo a sterpi e canneti di ogni tonalità di verde, e a Tetra sembrò di trovarsi in fondo al mare, incantata dal silenzio e dalle correnti quasi visibili nell'aria vischiosa e blu.
Forse evocato da quel suo pensiero, un banco di piccoli pesci argentei le passò davanti a mezz'aria, scomparendo in un'esplosione di bolle quando provò a catturarne uno. Da tempo non si divertiva così, anche prima della sua scomparsa l'ombra di Ganon gravava pesante su tutto, e i giochi d'immaginazione avevano lasciato il passo a racconti più cupi: sopra ogni altra, le memorie dell'Inondazione riaffioravano ancora, a tratti, nei suoi incubi.

Tornando a concentrarsi sul suo obiettivo, sentì infine note d'arpa giungere dalla direzione del vento. Benedette loro e il suonatore! La melodia le era ben nota, e la ragazza iniziò a correre con tutte le forze che la sua immaginazione le forniva, rallentando solo quando il rumore del suo respiro affannoso sovrastava la musica. "Sheik!", gridava, "Dove sei?", perché a volte le sembrava, negli spazi dilatati del sogno, di aver corso in circolo, o che il suono provenisse da ogni luogo. Cosa gli era preso a quel bellimbusto, pensò in un momento di stizza, da credere che scomparendo lei sarebbe corsa da lui come un cane ubbidiente? Aveva ben ragione, Dei, ma non sarebbe vissuto abbastanza per raccontarlo, magia creatrice o meno.

La visione che l'attendeva alla fine di quell'irriverente linea di pensiero era per molti versi familiare: in uno spiazzo di pura sabbia il suo amico, maestro e messaggero, chino su se stesso, stava pizzicando le corde del suo strumento. Il solito vistoso ciuffo di capelli gli nascondeva il viso, e sembrava ammantato di strani veli che creavano giochi di luce e trasparenza insoliti rispetto al suo gusto convenzionale nel vestire, ma la posa e l'abilità con cui traeva musica dal bizzarro strumento non lasciavano spazio a dubbi: l'aveva ritrovato.

"Figlio d'un keese, eri qui... mi sono preoccupata a morte...", ringhiò Tetra immobile a pochi metri di distanza da lui, ogni sua forza impegnata nel tentativo di non scoppiare a piangere, pena l'onore.
Il suonatore si interruppe e girò il viso in direzione del disturbo, incuriosito.

Tetra sentì distintamente il suo cuore mancare un battito.
Il volto di Sheik era interamente coperto da una maschera intricata, preziosa e inquietante. Da sotto il turbante si dipanava un complesso gioco di vetro e metalli montati nella forma distorta dell'Occhio della Verità, emblema Sheikah, fatta eccezione per una raggiera di corni e finte piume che svettava sul lato destro dell'artefatto. La lacrima, in rame sbalzato, scendeva fino a coprire completamente naso e bocca, e al posto dell'occhio destro c'era un semplice buco, rotondo, nero e inespressivo.
"Togliti quella roba di dosso!", strillò la ragazza, "Fai paura!"

L'altro sembrò non cogliere l'angoscia della sua ospite, e con infinita calma si alzò e aprì le braccia, invitandola ad andargli incontro.
Tetra si fece coraggio. Qualunque cosa avesse in faccia era pur sempre Sheik — era la sua testa lì, non un porto di mare — e il fatto che non avesse ancora aperto bocca la preoccupava quasi più dei lunghi mesi di assenza. Forse qualcosa non andava. Forse aveva bisogno del suo aiuto. Forse lei stessa aveva un gran bisogno di ritrovare almeno un punto fermo in una vita che i recenti eventi avevano ribaltato da cima a fondo. Corse ad abbracciarlo.

Restarono immobili per qualche tempo, contenti della reciproca presenza e ignari del vento e degli sterpi e delle piccole rane arancio che si erano assiepate ad osservarli. Anche quando sciolsero l'abbraccio, però, Sheik restò muto. Chinò il capo da un lato, che poteva voler dire "Ti vedo cresciuta bene" come "Cosa facciamo ora?", ma anche "Ho male al collo", a ben vedere.
"Non lo so cosa facciamo", rispose lei propendendo per la mediana, "Sei tu che devi dirmelo. Sei sempre il solito, sai? Fai tanta scena e le cose importanti te le tieni per te." Incrociò le braccia mostrandosi più offesa di quanto in realtà non fosse. "E togliti quell'affare dalla faccia."
Come prima non ricevette risposta, e al contrario di prima la sua pazienza era già esaurita. Allungò una mano con l'intenzione di strappargliela di dosso, seguendo la forte impressione che, in mezzo all'assurdo in cui si trovavano, fosse la maschera l'unico ostacolo ad impedire loro di tornare ad essere come prima. Sheik la lasciò fare senza reagire, sembrava che la cosa non lo riguardasse, ma lei si ritrasse inorridita quando sentì che metallo e pelle erano un tutt'uno, congiunti da un inesplicabile sortilegio.

Guardandosi le mani, perché non riusciva a sopportare l'ottuso foro che aveva soppiantato lo sguardo triste e affettuoso di lui, non meno che perché temeva che da un momento all'altro dell'argento o qualche gemma sarebbero contagiosamente spuntati anche sulla sua pelle, finendo per trasformarla in una statua preziosa ma irrimediabilmente defunta, non riusciva a trovare parole di consolazione. Non erano mai state il suo forte, propendendo piuttosto il suo talento naturale verso gli insulti, ma ne sentiva il bisogno.

"Andiamo", disse invece semplicemente. "Non so cosa ti è successo, ma c'è di certo un modo per farti tornare normale, e lo cercheremo insieme. Ti aiuto io." Lo prese per mano e lo condusse lontano da quella duna di sabbia, alla scoperta di se stessa. "E, se trovo chi ti ha fatto questo, una volta che mi avrà detto come ha fatto a farlo il marrano non avrà vita facile. È una promessa."
Fatto qualche passo Sheik si divincolò dalla presa della ragazza, che si girò stupita dall'iniziativa.
Impugnò la cetra — anch'essa mutata, stravagante e fragile, contagiata dal morbo della maschera, pensò Tetra torturandosi nervosamente le mani — e intonò un brevissimo motivo. Sembrava composto sul momento, ed era allegro, con un finale di speranza. Un "grazie", a modo suo. Per quanto gli era permesso. Poi si inchinò e le offrì nuovamente la mano guantata.

Iniziarono così il loro viaggio.

Sheik si lasciò trascinare, remissivo, seguendola come uno spettro. L'alternarsi continuo di manto e veli poteva lasciar pensare che sotto di essi non ci fosse che il vento, salvo poi scoprire, per un istante, la sagoma di un braccio o di uno stivale ornato.

Tetra era tentata di parlare, ma qualcosa la tratteneva sempre.
Non la mancanza di risposte: certo sarebbe stata felice di sentire qualsiasi cosa dalla sua voce, qualsiasi davvero, anche se più di tutto avrebbe voluto sapere cosa sentiva così ridotto, se stava bene... ma soprattutto voleva essere lei a ristabilire l'antica complicità raccontandogli dei mesi trascorsi, della partenza dal Grande Mare, ogni avventura, incontro, il vento nuovo che gonfiava le loro vele. Avrebbe voluto, ma...
Non le era del tutto chiaro, quel 'ma', eppure era ben presente e le impediva di iniziare un qualunque discorso. In parte era la paura di rompere irrimediabilmente qualcosa, come se il loro camminare di nuovo insieme fosse un miracolo più fragile di una bolla di sapone, e se lei avesse teso troppo la mano, chiesto qualcosa, qualunque cosa più di quello che aveva ottenuto, tutto sarebbe scoppiato e tornato al nulla. In parte una sensazione ancor più insolita, come se avesse ottenuto un gingillo nuovo, prezioso, a lungo desiderato, e non sapesse bene cosa farsene. Tentò di respingere lo sgradevole pensiero, ma quello continuava a tornare, portando con sé un fitto velo di sensi di colpa.

Tacque e continuò a camminare, tenendo Sheik stretto per mano e guidandolo verso un punto dell'orizzonte che le era sembrato significativo. Intorno a loro, vento e sabbia si combattevano con moti infiniti.

Trovarono un Confine.
Era un semplice cartello di legno piantato nel deserto che nessuno avrebbe mai potuto scambiare per nient'altro: fiero e immobile, marcava una fine e un inizio, da qualunque parte lo si guardasse. Impossibile sbagliarsi.
"Co-n-fi-ne", decifrò infatti Tetra la scritta sbiadita sulla sua superficie. "Grazie, di molto aiuto. Ma confine fra cosa e cosa?"
Si voltò a guardare Sheik, che a piccoli passi stava seguendo la linea immaginaria creata dalla direzione dell'insegna.
"Sheik!", lo chiamò. "Confine di cosa, tu lo sai? Non sarà", aggiunse, inseguendo un'idea ardita, "il confine col Sogno di cui mi parlavi? Qualcuno può essere passato di qui e..."
A quel punto si interruppe, perché le conseguenze potevano essere tante e tali che non riusciva a farsele stare tutte in testa in una volta sola. Sheik però aveva incrociato le braccia e stava guardando altrove, come a dirle che era ben fuori strada e di passare oltre, e così fece.
"Guarda laggiù!", disse aguzzando la vista, lo strattonò e si avviò decisa verso la loro nuova meta.

Tetra iniziava a vedere un equilibrio in quello che stavano facendo. Sebbene non riuscisse a scacciare del tutto l'ansia, il suo ruolo di salvatrice le piaceva non poco. Non solo le ricordava il loro primo incontro, un viaggio nell'incubo che agli occhi della memoria si era rivestito di un'emozionante patina eroica e avventurosa, ma le sembrava giusto. Ancora una volta gli strinse la mano, per rassicurarlo che lei era lì e non l'avrebbe lasciato ad affrontare da solo anche quella situazione, e proseguì.

Trovarono un Albero.
Era incredibilmente alto e rigoglioso, e da ognuno dei suoi rami pendevano degli oggetti che, scossi dal vento, si urtavano fra loro producendo strane armonie. Molti erano maschere dalle forme più disparate, da saggio, mostro, pagliaccio, anche se avvicinandosi Tetra distinse giocattoli, armi e altro ancora.
"È da qui che viene quel tuo orrendo affare?", chiese alternando lo sguardo fra le maschere appese e quella sul volto del suo compagno. C'era una certa somiglianza stilistica.
"Fra tutta quella roba dev'esserci qualcosa che ci può aiutare, vado su e guardo."
Sheik però non le lasciava la mano, impedendole di arrampicarsi. "Perché non vuoi? Hai paura che io cada?", chiese stupita.
Sentì che in risposta le stava carezzando la testa. Poteva volerle dire che era troppo giovane con quel gesto simile alla carezza di un genitore a un bambino piccolo, ma non riusciva a collegare la risposta alla domanda. Troppo giovane per cosa? Non certo per salire su un albero. Titubante e incapace di ribattere a qualcosa che non capiva, decise di dargliela vinta e passare oltre, e se si fosse poi scoperto che la loro soluzione — qualunque forma essa avesse — stava su quell'albero gliel'avrebbe rinfacciato a vita. Si incamminarono verso un altro orizzonte.

Il deserto intorno a loro assumeva forme sempre diverse. Le tempeste di sabbia creavano figure fantastiche e terribili che riconobbe provenire dai suoi sogni, mentre scorci di paesaggi in rovina venivano a tratti riflessi dall'aria calda, come miraggi. Tetra, che, da sempre abituata all'abbraccio familiare dell'oceano, non riusciva a saziarsi di quelle visioni aliene, si trovò a chiedersi perché mai non fosse tornata prima.
Orgoglio, si rispose lesta, questa era facile.
Era ben conscia del fatto che buona parte dei suoi difetti avesse quella comune radice, e quella volta, ma solo quella volta, non le sarebbe dispiaciuto essere una persona un poco migliore.

Trovarono una Scala.
Era in ferro battuto, nera ed elegante, e saliva fino al cielo. La sua fine si perdeva nel blu cupo. Attorno alla base videro aleggiare una foschia che, all'avvicinarsi dei due, sembrò trasformarsi dapprima in una massa informe e nera, poi in un'indistinta figura seduta, poi ancora in una bestia d'ombra dalle sembianze femminili rannicchiata a terra, pronta a balzare.
"È stata lei?", chiese Tetra assaporando l'eccitazione di una battaglia imminente. "Devo salire là sopra, vero? Mi chiedo cosa protegge..."
Si concentrò sulla forma di una sciabola. Prima il contorno, poi la materia, scolpita nell'immaginazione, da ultimo i dettagli. Fu colta, mentre la creava, da una sensazione agghiacciante: era certa che, quando avesse riaperto gli occhi, avrebbe trovato solo l'abituale nulla dei suoi pensieri. Nuovamente quella sensazione di instabilità.
Eppure li riaprì e tutto era come prima, salvo una sciabola brillante e affilata come il pensiero stretta nella sua mano destra.
"No", diceva però Sheik con ogni movimento del suo corpo mentre si posizionava fra lei e l'ombra. Non le avrebbe permesso di attaccare.
"Non ti capisco... perché?", gridò Tetra. "L'abbiamo trovata, e ora non vuoi che ti vendichi?"
Lui per risposta la abbracciò. L'aveva sì fermata in modo gentile, percepì la ragazza dopo un attimo di smarrimento, ma stava tentando di dissolverle l'arma. La sua azione però era debolissima, poco più che inesistente, e fu quasi sbalzato indietro dalla resistenza dell'oggetto stesso. Tetra lo guardò intristita, memore dei giorni in cui aveva ricreato per lei scenari e battaglie fantastiche, animandoli o distruggendoli in un battito di ciglia.
"Se davvero non vuoi ti sto a sentire, questo almeno te lo devo... ma sei pronto a giurarmi che non è stata lei a ridurti così?"
Sheik si inginocchiò e annuì.
"Ne sei proprio sicuro?"
Ancora un cenno positivo.
"Ma un giorno mi spiegherai chi è quell'ombra?"
Alzò le spalle e la indicò. Poi si alzò. Era il suo turno di condurre, non potevano proseguire in quel modo.

Dopo aver lanciato un'ultima occhiata perplessa alla scala e alla sua multiforme guardiana, Tetra si abbandonò del tutto alla sua guida, piacevolmente ipnotizzata dalla cadenza dei loro passi e dal ritmo quasi regolare con cui Sheik si voltava a guardarla, per assicurarsi che lo seguisse ancora. La maschera non le sembrava più tanto minacciosa, più simile semmai a un vezzo, o a uno scherzo, e gli rispondeva sempre con un sorriso complice.
Così assorta nell'assaporare la gradevolezza del viaggio si era trovata a chiedersi se avrebbero trovato mai una soluzione all'enigma, e si sorprese a rispondersi che, in fondo, non le sarebbe dispiaciuto affatto continuare a camminare così all'infinito. Per la prima volta in vita sua stava apprezzando il silenzio.

La condusse in una Città.
Già da tempo era stata visibile all'orizzonte, con le sue guglie impossibili che svettavano nell'aria. Sembrava una bella città, pensava la principessa, un buon posto dove fermarsi. Forse dove costruire un regno...
Non c'erano guardie ai cancelli, e i due entrarono in silenzio, scoprendo morte le sue vie ornate e vuoti i ricchi palazzi. La luce filtrava incostante, riscaldando la pietra chiara e porosa che sembrava costituire la maggior parte degli edifici. Ognuno di essi aveva una foggia propria, diversa per complessità, struttura e altezza, e, nonostante l'occhio venisse naturalmente attratto dai bassorilievi e dalle volute grottesche delle abitazioni più complesse, Tetra si trovò presto a simpatizzare per una casetta tondeggiante, quasi un uovo, una promessa non ancora sbocciata. Niente finestre, osservò, da nessuna parte. C'erano, sì, delle fessure nei muri, ma erano buchi neri e vuoti, come maschere — anche loro.
Si sedette sul ciglio della strada, incuriosita dal mosaico composto dalle piastrelle della pavimentazione che le sembrava familiare, ma non riusciva ben a piazzare nella sua memoria. Camminando per quella via si potevano vedere, come in una storia illustrata, ritratti di donne da un passato remoto, creature fantastiche duellare in eterno, orrendi volti malamente coperti da maschere preziose e altro ancora, fino alla figura nera di un vortice che sembrava ingoiare la strada stessa e ogni altra figura, e nel vederli le sembrò che un pezzo di sé stesse tornando al suo posto dopo tanto tempo, ma prima che questa sensazione potesse diventare un pensiero cosciente Sheik si affrettò a metterle una mano sugli occhi, impedendole di ragionare oltre su quelle strane figure. Si chiese, mentre camminavano affiancati per i vicoli, cosa fosse quel luogo, dato che era impossibile che una singola volontà l'avesse creato in un così breve lasso di tempo, e, se non si trattava di una loro creazione, che significato nascondessero i cortili di pietra e i pergolati non meno che i simboli scolpiti sui muri. Non c'era nulla di fragile nella città silenziosa.

Al centro della città c'era un Deserto.
Il vento aveva ricominciato a soffiare, e loro lo stavano seguendo... sì, Sheik sapeva dove la stava portando, mentre lei non aveva fatto altro che cercare alla cieca confidando nella sorte e nel suo status privilegiato di creatrice e custode di quel mondo illusorio.
Niente creazioni stavolta, né ostacoli. Vento, luce e sabbia candida, e guardando alle sue spalle la città sembrava già lontana miglia.

Al centro del deserto c'era un Cristallo.
Avvicinandosi, Sheik aveva iniziato a stringere forte la presa, come se si stesse aggrappando a lei nel timore di qualche pericolo, o come se le stesse chiedendo qualcosa. Quando gli arrivarono davanti Tetra rimase abbagliata: non avrebbe saputo dire se fosse vuoto al suo interno, o se contenesse un altro erede di un tempo passato giunto fino a lei per farle da guida, com'era stato, perché la sua superficie era del tutto liscia e riflettente, e come un piccolo sole sembrava essere la fonte della luce che splendeva in tutto il deserto.
"Non è il cristallo che conosco", disse, "questo è ancora tutto intero. Ma i venti portano qui. Perché mi ci hai condotta? Cosa vuoi farmi vedere?"
Sheik si staccò da lei e lentamente si mosse verso il cristallo, invitandola poi con un gesto della mano a seguirlo.
Pur se in preda a un' angoscia che le suggeriva solo di correre via da lì, non aveva scelta, e lo seguì. Voleva, spiegò tramite un altro ampio gesto, che si osservasse in quell'inusuale specchio, anche se la luce glielo rendeva difficile. Lui le sarebbe stato vicino.

Le sembrò dapprima che il riflesso le ferisse gli occhi, ma era abituata al sole e al riverbero dell'oceano e dopo poco riuscì a mettere a fuoco la sua figura. Il cristallo rispecchiava lei e, dietro di lei, il deserto infinito. Nulla di insolito. Se non...

Sheik sarebbe dovuto comparire alla sua sinistra. Si voltò ed era lì, ma tornando ad osservare il cristallo non riusciva a trovarne traccia.
La figura mascherata le appoggiò una mano sulla spalla, un minimo conforto in attesa che comprendesse l'unica verità che poteva trarre da quella rivelazione. Lo addolorava, a un livello di base, ma non poteva fare altro.
Non dovette aspettare molto.

"Riflette solo me", disse Tetra con un dolore nella voce che non avrebbe mai permesso a nessun altro di ascoltare. In quel momento, però, era sola.
"È... lui... è veramente andato via quel giorno, vero?", chiese all'ombra davanti a lei.
, rispose annuendo, anche se sono sicuro che non avrebbe voluto.
"È morto e io... mi sono illusa come una bambina. Sc... scusami."
Non devi. Aprì le mani in segno di pace, non ce l'aveva con lei. Non poteva odiare, ma se pure avesse potuto non le avrebbe portato rancore.
"Non volevo crederci, capisci? Non potevo... e I sogni febbrili mi hanno fatto pensare... ma non eri tu a chiamarmi, vero? Al contrario..."
No. Ma mi ha fatto piacere incontrarti. Un ultimo abbraccio.
"Sono stata io a crearti."

Si era illusa così nel profondo di non essere stata abbandonata che la sua magia aveva involontariamente dato vita a un pupazzo, un misero simulacro di chi se n'era andato, compiendo a sua volta il gesto che, in tutti i loro racconti, le era sempre sembrato il più crudelmente sacrilego. Tetra però non era la principessa del destino — avevano riso spesso all'idea che il destino, con lei, avrebbe fatto un ben magro affare — e i suoi poteri unicamente suoi. Non una vita, quindi, ma la parvenza di una vita; non un viso amico, ma una maschera nella foggia di quello che era una volta il suo emblema; non una coscienza, ma una consapevolezza istintiva legata ai ricordi di lei. Una sciagurata aberrazione che il suo cuore non poteva sopportare.
"Cosa ho fatto! Perdonami... perdonami. Cerca di capire... fu amico, maestro e padre per me. Sarà duro abituarmi all'idea di essere... sola. Molto duro. Mi dispiace. Sai?", disse, abbozzando un sorriso che ricacciasse indietro le maledette lacrime, "Ho amato queste ore — giorni, momenti, non importa — e te ne sono grata. Continuerei in eterno..." Ma a che prezzo? "Ne ho combinate tante in vita mia, e ne vado orgogliosa. Questo a un altro potrà sembrare poca cosa in confronto ma... è diverso, vero?"
Sì, lo è.
"Già, lo è. È una strana storia di fantasmi questa. Ne ho cercato uno cui devo tanto e a infestare i miei pensieri ho trovato invece lo spettro di uno spettro, una memoria che per colpa mia ha una non-vita e che... che in fondo è quello che voglio. Oh, non ce la faccio, aiutami..."
Con un passo fu dietro di lei.
"Con me qualsiasi cosa sceglierò? Sei pazzo o menti, c'è una sola cosa che desideri ed è quella giusta, ma dannazione, è così difficile... potrei aiutarti a crescere, in futuro, darti una voce... ma così sarei... Quando la pace ritorna ad Hyrule, giunge per noi il tempo di dirci addio. Antenata, lo fu altrettanto per te? Ma gli stavi dando una nuova vita, non..."

Per lacerante che fosse il suo dilemma si disprezzava nel sentirsi così, debole e lontana da ogni suo abituale modo di essere, e proprio in questa contraddizione trovò la forza per reagire e uscirne infine a testa alta. Quando si rivolse a lui era scura in viso, ma la determinazione la guidava.
"Non mi ingannerò", disse. "Ed esaudirò il tuo desiderio."
Grazie.

Alzò la mano destra, su cui si illuse di sentire ancora il peso della Saggezza. Ma quell'epoca era finita, e con essa le sue storie ed i suoi eroi, in quel momento si trattava di lei e lei soltanto. Accarezzò la maschera, accettandola infine per quello che era, e si concentrò per riportarla al nulla da cui non sarebbe mai dovuta emergere. Sentì che assieme ad essa tutto stava ritornando a semplici catene di pensieri e ricordi: le costruzioni della sua memoria, che avevano assunto forma di strade ed edifici; i timori per il futuro e per il cambiamento che prima o poi avrebbe dovuto accettare, come un confine che si rifiutava di varcare o una scala che una parte di lei non voleva salire; le sfaccettature del suo essere, ramificate in un gigantesco albero; infine il cristallo-specchio, perché anche inconsciamente aveva avuto l'onestà di non ingannarsi fino in fondo, lasciando uno spiraglio alla verità.
Finì in un attimo. Era rimasta sola con i suoi pensieri.

Quasi. Mentre tutto si dissolveva sentì in mano una vecchia lettera gualcita, che anni addietro un messaggero ferito le aveva consegnato, stupendosi di aver finalmente trovato la figlia del futuro che aveva cercato tanto a lungo. La rilesse, commossa e grata, e si concesse per un'ultima volta di immergersi in quei ricordi.
Poi aprì gli occhi. Quel che era stato era stato e non l'avrebbe dimenticato mai, ma aveva una vita intera ad aspettarla e nessuna intenzione di tirarsi indietro.

"Capitano! Capitano! Nave a babordo, sembra deserta!", sentì Mako chiamarla dal ponte.
"E cosa state aspettando, lumache sciagurate? Vogliamo lasciarcela scappare?", urlò in risposta, sistemandosi al volo la sciabola e correndo al timone. "Pronti all'arrembaggio, tutti ai posti di combattimento!"
Generazioni di regine — e, ne era certa, un servitore recalcitrante — l'avrebbero sempre protetta, guardando a lei con sorriso benevolo.

You were a half of me...long time ago

Every moment was sacred and mystic
We were hoping the night was eternal
The days are gone, and so far away
I'm still singing your sweet song for long
Long windy nights...