- Doppelgänger -
-I loro passi si rincorreranno nell'ombra, fino alla fine dei giorni-

Racconto di Crimsontriforce

Doppelgänger - Soap Bubble – Crocevia – Restore – Our Distance and That Person – Stray Child – Moon - Knave – Open – Explosive – Principessa dell'Oceano – Verso la Pioggia – Alla Fine – Variazioni sul Principio e sulla Sabbia – In una Bottiglia
Missing moments: 1sentence fanfic challenge (A Chronicle) – Drabble

Alla Mascherina con tanto ammmmore. :* (che tanto non la leggerà mai e posso dedicargli le peggio cose).

What was the start of all of this?
When did he cogs of fate begin to turn?
It may be impossible to grasp the answer now,
from deep within the flow of time...

Nella grande sala da ballo del castello Zelda danzava fra le colonne, toccando appena il pavimento illuminato dalla luce del primo meriggio.

Nella grande sala da ballo del castello, Zelda arrancava come oppressa dal peso del mondo intero, di più mondi. La sua presenza era richiesta altrove - un altrove in cui la realtà era una e unica e non la schiacciava togliendole il respiro, un altrove sicuro e protetto - ma c'era qualcosa, in quel luogo, che la chiamava. Aveva deciso di rispondere.
Quando ebbe raggiunto il centro, improvvisa com'era iniziata la sensazione cessò, lasciandola spaesata nella sala vuota. Non del tutto. Le sembrò di vedere qualcosa muoversi alla sua sinistra, l'ombra di un servitore forse, ma quando si voltò era già sparita. Mosse qualche passo in quella direzione, incerta. Di nuovo le parve di vedere, con la coda dell'occhio, una figura minuta affrettarsi e ancora, voltandosi, la trovò nascosta dalle imponenti colonne che correvano ai lati della sala. "Impa?", chiese, confortata anche solo dal pronunciare il nome dell'amata nutrice. Non giunse risposta. Chiamò altri nomi, ma le sembrava di essere rimasta l'unica anima viva nel castello, diventato silenzioso punto d'incontro di realtà molteplici. Sentì infine la presenza alle sue spalle, come vuota, di spettro. Si girò di colpo. E si trovò a fissare se stessa.
I raggi del sole che filtravano dalle vetrate la abbagliavano, così che la visione le sembrò dapprima scura e sfuocata, un'ombra pronta a ghermirla. Quando però si abituò alla luce e i loro sguardi si incontrarono si ritrovarono uguali, come uguale era il viso, i capelli, il portamento. Era solo più adulta - e incredibilmente più stanca. Le stava tendendo una mano guantata.
Zelda sgranò gli occhi e urlò; l'oppressione tornò, insostenibile. Perse i sensi.

Sognò. Era un sogno profondo, indistinto e blu. Nel sogno, due braccia forti e gentili la sollevavano e la portavano lontano, oltre l'orizzonte, anche se non poteva sapere quando l'avrebbero raggiunto perché ovunque guardasse vedeva solo blu. Aveva anche provato, muovendosi con l'infinita lentezza di un sogno, a voltarsi verso il suo cortese soccorritore, ma non riusciva a distinguerne il viso, solo un'ombra indistinta, blu. Sapeva però che fra le sue braccia era al sicuro, protetta da tutti i mali e da ogni dolore del mondo. Era una consapevolezza preziosa, quella, calda come il contatto fra i loro corpi, e se l'avesse tenuta più stretta a sé, senza lasciarla fuggire nel mare di preoccupazioni che già si accalcava sul suo cammino, molti dispiaceri sarebbero stati evitati. In quel momento, però, ogni fibra di lei ne era conscia ed era felice nel suo mondo denso e blu.

Fuori dal sogno, Impa aveva trovato la sua protetta svenuta sul marmo della sala e, in angoscia, la stava portando nelle sue stanze, tenendola salda fra le sue braccia muscolose. Sorrise quando la piccola allungò una mano per sfiorare la sua e stringerla in segno di gratitudine.

Nel sogno, le dita erano fasciate.

***

"Ho visto un fantasma", mormorò Zelda. Il sogno stava svanendo, ridotto a rivoli azzurri sciolti sotto il tepore delle coperte trapuntate in cui era avvolta, ma la visione rimaneva salda come ghiaccio nei ricordi della giovane principessa. "O ho visto me stessa. O un fantasma di me stessa, non saprei. Ma mi chiamava." Impa la osservava in silenzio, immobile. Il suo bel volto, di solito scolpito in un'espressione impassibile e serena, mostrava apertamente preoccupazione.
"Impa?", la chiamò Zelda, ugualmente turbata. Il suo fantasma non le era parso malvagio, solo fuori posto, in un certo indefinibile senso. Quello che percepiva con chiarezza e che le era risultato intollerabile allora, tanto da farle perdere i sensi, ma era ancora presente e reale quanto il tavolo o i muri, era un senso stordente di premonizione, come se tutti i tempi del mondo si stessero affrettando o avessero invertito il loro corso per raggiungere un singolo momento nella Storia . Non la stavano però avvertendo, non era una profezia inviatale dalle Dee, solo il tempo impazzito che stava cercando la sua fine e il suo inizio e lei si era trovata nel mezzo del vortice, travolta dalla corrente. Forse, ma non poteva che arrancare per supposizioni, anche il suo fantasma non era che un frammento strappato a un altro presente, che cercava di legarsi a un destino più favorevole.

Impa aprì bocca, ma non ne uscì alcun suono. Di fronte a lei c'era una bambina spaventata – la sua bambina, anche se nessun legame di sangue le univa – e tutto il conforto che poteva offrirle era... quello. Con gli occhi ancora sbarrati e i capelli biondi che le ricadevano disordinatamente sul viso, Zelda aveva bisogno di un appiglio che la strappasse del tutto dalle visioni in cui si stava perdendo. Lo cercava nella luce delle candele e nel calore delle coperte che stringeva a sé, ma più di ogni altra cosa avrebbe voluto abbandonarsi alla saggezza della sua maestra e sentirsi rassicurare dalla sua voce profonda e chiara. E tutto il conforto che poteva offrirle era quello. Si morse un labbro.
Avrebbe potuto tacere e avrebbe potuto mentire, ma erano in realtà finte scelte, poiché il loro vincolo di fiducia, non meno del giuramento che aveva pronunciato in gioventù, la obbligava ad una e una sola verità. "Si tramanda fra la mia gente che il vedere un fantasma di sé sia presagio di sventura. O di morte", aggiunse con un filo di voce. Zelda non rispose.
Impa si inginocchiò al fianco del letto e strinse la giovane principessa in un abbraccio intenso come gli ultimi istanti di un giorno che stava per finire.

***

"Fermiamoci. I miei piedi non mi porteranno oltre."
Cinque mesi erano passati e sventura e morte erano infine calate sul regno, tristi araldi di anni di dominazione. Sulle montagne a nord, lontano dal confine, due pellegrine si preparavano alla sosta della sera.

"I tuoi piedi si annoverano ancora fra i tuoi sudditi, Zelda. Ordina loro di portarti oltre e lontano ancora, com'è lo scopo del nostro viaggio. Non c'è saggezza nel fermarsi qui: la mano dell'usurpatore è lunga."
Zelda scosse la testa. Era una persona diversa dalla bambina che era fuggita dal castello in fiamme: aveva dovuto cambiare o morire, crescere o morire e aveva sempre scelto la vita – ad un prezzo. Per quanto sembrasse a suo agio nei pratici abiti maschili dei colori del bosco che indossava o traesse gioia, con curiosità a tratti ancora infantile, dal rinnovarsi dell'orizzonte ad ogni svolta del sentiero, la giovane portava in sé una tristezza profonda coltivata da colpa e rabbia.
"Ci può essere saggezza nella follia", disse, dando voce per la prima volta ai pensieri che l'avevano accompagnata nei giorni di cammino. "La mia gente ha bisogno di aiuto. Torniamo indietro."
"O può non nascondervisi altro che nuova follia. Zelda, che vai dicendo?"
"Dico che il mio popolo soffre ed è mio dovere, come principessa di Hyrule, dare loro conforto. Combatterò, se necessario."
Una determinazione incrollabile era dipinta sul suo viso, ma non bastava. Impa appoggiò la brocca dell'acqua che stava portando al fuoco e con un unico movimento estrasse il suo pugnale e lo puntò alla gola di Zelda. "Combattere?", le chiese, con voce più sprezzante di quel che intendesse. "Sei giovane, debole e impreparata."
Rinfoderò il pugnale e si sedette al fianco della sua protetta.
"Non puoi tornare, Zelda. Comprendo i tuoi motivi, ma faresti del male a te e a chi cerchi con tanta forza di proteggere", le sussurrò, stringendola a sé nella fresca aria della sera: sapeva che la giovane non sarebbe riuscita a trattenere lacrime di rabbia e rispettosamente fece in modo di non doverla guardare in volto. Restarono così abbracciate mentre il sole calava, riscaldate dal piccolo fuoco. Fu Impa a sciogliere l'abbraccio, così come l'aveva iniziato, e non si stupì di vedere gli occhi della sua compagna cerchiati dal rosso del pianto.
"Domani passeremo il valico", disse. L'ascesa era stata fin troppo gravosa per la principessa e sperava così di rallegrarla un poco mentre si affaccendavano per preparare la cena. "Raggiungere la grotta che marca il prossimo riposo su questa via dimenticata dalle genti è come veder finire un mondo. Oltre si stende l'oceano... l'oceano! Una sola volta l'ho scorto, seppur da lontano, e il mio cuore non l'ha più dimenticato."
"L'oceano...", ripeté Zelda a mezza voce. Un'immensità blu, profonda e pericolosa. Un deserto d'acqua in cui perdersi per un mese, un anno, una vita...
Mangiò poco quella sera, rispettando il silenzio per quanto le fu possibile, e si coricò presto abbandonandosi ai suoi pensieri e poi a un sonno pesante di cui non ebbe ricordi.

***

"E se non fossi io?", fu la prima cosa che chiese la mattina seguente. Sentì nuovamente su di sé lo sguardo di disapprovazione di Impa e se ne dolse: sperava che la nutrice avrebbe capito. "Cosa intendi, piccola mia?"
"Potrei essere, ma non essere io", spiegò, più a se stessa che ad altri. Quel pensiero esercitava su di lei un fascino morboso, vi girava attorno come una falena alla fiamma senza tuttavia osare avvicinarlo troppo, considerarlo e farlo del tutto suo. In un certo senso era il pensiero stesso ad essere, ma non essere suo, o almeno così le parve.
"Parli di un emissario? Quando ti saprò al sicuro, io stessa sarò disposta a rischiare la vita tornando sotto il dominio del tiranno, sotto i tuoi ordini, se così vorrai. Altri Sheikah saranno pronti a seguirmi." Impa sospirò: la principessa desiderava la salvezza di tutti, ma una tale impresa era oltre la portata anche dei migliori fra i guerrieri. Rischiare era insensato quando gli eventi – e, prima di loro, le leggende – indicavano così chiaramente che solo da un paziente gioco d'attesa sarebbe giunta la pace. L'Eroe del Tempo dormiva; fino al suo risveglio, nessun potere si sarebbe potuto opporre a quello lasciato in terra dalle Dee. Eppure, per quella bambina diventata matura prima del tempo, avrebbe offerto la vita sua e di tutti coloro che guardavano a lei e la chiamavano guida. Se nulla fosse riuscito a dissuaderla Impa si sarebbe rimessa alla sua volontà, senza condizioni.

"No, no, no. So che temi per me. Ma non devo tornare su un cavallo bianco e con la corona in testa, pensavo. Ci sono arti, in cui ti so maestra, che permettono di celare la vera essenza di una persona a occhi ignari. Se mi ammantassi di quell'incanto nessuno, neanche i servi di Ganondorf, potrebbe riconoscermi, permettendomi di agire in segreto. Ho imparato molto, non correrei più rischi." L'avventatezza della sua ultima decisione, con tutto quel che ne era conseguito, era fredda e pesante come ferro sulla sua coscienza giovane. Solo il vedere compiersi eventi predetti in tempi anteriori perfino alla memoria del suo popolo la cullava, a tratti, in un senso di predestinazione cui non aveva però intenzione di abbandonarsi: sarebbe stata forte, avrebbe lottato.
"Non abbastanza", la corresse Impa. "Non abbastanza da temere il tuo avversario come i suoi poteri richiedono. Pensi forse di essere una semplice ragazza, libera di vivere come meglio crede? È vero, hai una responsabilità verso il tuo popolo. Ed è quella di tornare a unificarlo sotto la tua guida, quando altri ci avrà liberati tutti! E prima ancora quella di aiutarlo a compiere l'impresa, quando i tempi saranno maturi, dato che a voi e a nessun altro la Triforce si è affidata nello scindersi e solo due, uniti, potranno prevalere sul Potere. Hai una grande responsabilità, ed è preservare la tua vita, che è quanto di più prezioso esista in Hyrule e nelle terre limitrofe, che pure cadranno sotto il suo giogo se fallirete. Antiche profezie guidano i vostri passi fino alla vittoria, ma non potete permettervi di uscire dal solco prestabilito. Zelda, torna in te! Questa è follia!"
"Ho sempre rispettato i tuoi insegnamenti, ma qui sbagli, mia maestra. Ganondorf non trionferà, generazioni di veggenti l'hanno tramandato con i simboli più diversi, ma dall'unico significato. La mia fede è salda quanto la tua. Ma il cammino postoci innanzi dalle Dee non è segnato!"
Zelda tacque, portandosi una mano alla fronte. Nella sua testa quelle idee avevano messo radice ormai da giorni e la loro concatenazione, che aveva come unico possibile esito il suo ritorno, era arrivata a sembrarle inequivocabile. Esprimendole, però, i dubbi tornavano ad affacciarsi e annebbiavano il suo giudizio. Era tutto difficile, troppo difficile per la sua esperienza. Nel vedere la natura così magnifica avvicendarsi sotto i suoi occhi di viaggiatrice aveva spesso desiderato di potersi fermare a gioirne, giocando sotto le fronde degli alberi come tutti i coetanei, ma c'erano responsabilità che non glielo permettevano, responsabilità così grosse da toglierle il fiato. Nei primi giorni aveva seguito ciecamente Impa, ma da quando aveva iniziato a dubitare del giudizio della sua unica guida aveva dovuto imparare a convivere con un senso di oppressione che andava oltre la pura sofferenza per la perdita dei suoi genitori e di tutta la sua vecchia vita. Cercò le parole più adatte per ricominciare.
"Chi ci dice che non sarà l'immobilità a condannarci? Potrebbero così non verificarsi eventi necessari ma che nessuno di noi conosce", ribatté. "Anche fuggendo per sempre potremmo essere trovate, se la sua mano si stringerà anche sulle terre che avremo scelto per l'esilio. Potrei non essere lì quando ‘i tempi saranno maturi', come hai detto, ma trovarmi a miglia di distanza, senza poterlo aiutare. Puoi essere certa che questo sia saggezza?"
"Sei caparbia, Zelda, come non ti ho mai conosciuta. Decisa sei sempre stata, ma mi sembra che il ritorno sia diventato per te un'ossessione. Puoi essere certa tu che non sia il dolore a parlare in vece tua?" "Ho ripensato a quanto è successo nella sala grande, mesi fa. La mia certezza viene da lì."
"Ne abbiamo già parlato e non hai mai accennato a certezze di questo tipo."
"Forse... forse era una visione."
"Invero lo era, come abbiamo scoperto. E la sua veridicità è sotto gli occhi di noi tutti. Ora però è acqua passata, perché ti ostini a pensarci?", ribatté Impa, cercando di non mostrare il disagio che provava nel tornare a parlare del loro recente passato. Non tanto per sé: il suo cuore era pesante per la tragedia come quello di chiunque nel regno, ma era abbastanza forte per lasciarsi alle spalle il dolore e guardare a un futuro che aveva più che mai bisogno delle sue capacità. Zelda però era poco più di una bambina e sentirla parlare in quel modo la spaventava. Si era detta che il cambiamento doveva avere a che fare con la Saggezza, diventare il vessillo vivente della creazione delle Dee non poteva lasciare immutati, pensava, poteva averla toccata in modi che ai mortali non era dato conoscere. Però, pur con tutte le motivazioni e scuse, quando la guardava negli occhi vedeva già un'adulta, senz'altro che pallide tracce della spensieratezza che in lei aveva tanto amato. E Impa sentiva la terra sfuggirle da sotto i piedi perché quella persona nuova, inflessibile e autoritaria si allontanava sempre e sempre più e sentiva che presto se ne sarebbe andata del tutto, lasciandola sola ben prima dello scadere del tempo che come madre avrebbe desiderato passare con la sua piccola.
Seguendo tutt'altri pensieri, Zelda strinse i pugni. Sotto gli occhi di tutti? Quell'interpretazione l'aveva assillata per mesi, talmente ovvia da risultarle irritante. Se ce ne fosse stata un'altra, più nascosta e vera, che le potesse indicare la strada da percorrere nei giorni bui? A quel problema aveva dedicato molte ore della veglia e del sonno e in quei giorni le era sembrato che la soluzione infine la prendesse per mano e la guidasse nell'agognato ritorno a casa.
"Poteva avere un altro significato", disse sottovoce.
"Il suo significato mi sembra evidente."
"Non lo penso più. Sempre se era una visione, era limitata, personale. Mi ha mostrato me stessa."
"Sei la principessa di Hyrule: si può dire che tu sia il primo simbolo del regno."
"Non ne sono più certa. Altri segni hanno mostrato quello che dici... e ora guardami. Questa non è forse la massima sventura per me?"
Impa l'avrebbe voluta abbracciare, ma si trattenne. Non era certa che fosse solo lei a parlare, in quel momento. Si limitò a un mesto "Lo è per entrambe."
"Dunque è un inizio. Forse c'è dell'altro."
"Morte?", sbottò la Sheikah, frustrata dal non vedere altro esito nelle sue parole che quello di supportare le assurde convinzioni della sua protetta.
"Non posso escluderlo", rispose Zelda con calma innaturale. "Il mio regno mi chiama, devo tornare. Forse è il destino che mi attende perché la Saggezza migri verso un animo più degno, non so."
"Basta! Fai male a te e a me con questo discorso inutile: sei inesperta, stanca e annebbiata da passioni ben al di sotto delle forze che citi. Il senno rifugge dall'ossessione, piccola mia... fermati a riflettere. Egli sa chi sei e qual è il tuo potere, lo sa perfino riconoscere. Nel momento in cui tu tornassi a mettere piede entro i confini verrebbe subito a sapere di ogni tua mossa, proprio per la forza che insieme vi lega e vi oppone."
"Tu... dici?"
"Io ne sono certa. E sono altrettanto certa che lo sentiresti anche tu, se ti concentrassi. Sentiresti anche che non è nei suoi interessi ucciderti, anzi! Ti condannerebbe ad una vita di prigionia e assoggetterebbe la sua forza alla tua, giungendo a un passo dal completare la sua perversa opera. è questo che vuoi?"

No, non era quello che voleva. Eccola, la soluzione. Davanti ai suoi occhi, così vicina. La vide come una sagoma ancora indistinta contro il sole abbagliante del mattino, che le porgeva una mano scura e bendata. "Ma al contrario", disse, "non potrà catturare chi è già morto. Questo è quello che mi attende: la morte - e un doppio."
"Deliri."
"No! è l'unica via! Io morirò, Impa, morirò agli occhi del mondo. Ero quasi nel giusto... coprirsi, sì, di un manto d'illusione, ma talmente fitto da esser vero. Se Zelda smetterà di esistere, Ganondorf non potrà aver presa su di lei."
"Non è uso dei mortali riuscire a ritornare immutati dai cancelli dell'aldilà. Mi pareva di aver compreso che fosse tua ferma intenzione non abbandonare il tuo popolo."
"La mia intenzione non è, infatti, quella di varcarli. Ma se un lungo sonno accarezzasse il mio animo, non dissimile in fondo da quello che avvolge e protegge l'Eroe del Tempo... se per mesi, per anni, non Zelda, ma un altro tramite il suo corpo camminasse per le vie di Hyrule e si opponesse al malvagio... occultandola, proteggendola meglio del migliore dei nascondigli, non si compirebbe forse il senso più profondo di quella visione? E, se sempre Zelda non può aiutare in nulla la guerra con questo suo corpo fragile e inesperto, il minimo che può fare è rinunciarvi e lasciare il posto a qualcuno più meritevole. Che dici di questo, maestra?"

Impa si inginocchiò ai suoi piedi e le prese la mano destra, stringendola fra le sue. L'emblema delle Dee vi risplendeva abbagliante come il riflesso del sole sul mare: la decisione era presa.
"Dico che è follia, ma il tuo volere è ormai oltre la mia capacità di mutarlo. Asseconderò il tuo desiderio finché le forze mi sorreggeranno. La mia mano è la tua mano, mia regina."
"Non ancora regina, mia carissima Impa", rispose Zelda lasciando infine trapelare la commozione che stava provando. "Né mi chiamerò tale finché Ganondorf si arrogherà il diritto di sedere sul suo grottesco trono." "Ma prima che questo accada perderai anni interi della tua vita. Anni interi di esperienze, gioie... se mai ti risveglierai, con che occhi ti guarderò? Saprò riconoscerti, bambina mia? Sarà tornato il tuo sorriso e vorrai ancora rivolgermelo?"
"Forse che il mio regno non vale tutto questo?", rispose con tristezza. "So che è una decisione che non può piacerti. Non piace neanche a me, credimi: da quando l'hai accettata ed è divenuta improvvisamente reale e prossima ogni respiro mi è divenuto caro. Ma se a Link è stato imposto dall'alto lo stesso destino, non sarò io che invece ho avuto scelta a tirarmi indietro. Quando lo incontrerò nuovamente, e so che accadrà, non voglio dover solo chinare il capo in segno di riconoscenza. Ci ritroveremo da pari perché avremo entrambi compiuto il nostro dovere, anche se per me si tratterà, in fondo, solo di farmi da parte. Non pensi che mi crederà una debole per questo, vero? Saprà capire perché l'ho fatto?", chiese in preda ad un'ansia improvvisa. Il timore che il suo gesto venisse frainteso l'aveva colpita come un pugno nel petto, l'idea che tutti i pensieri e le emozioni che le ribollivano nel petto potessero essere scambiati per rassegnata vigliaccheria era orribile, ma cosa poteva farci? Proprio in virtù di quei pensieri e quelle emozioni non poteva arrendersi.
"Hai preso la tua decisione; non farmi parlare oltre. Dimmi questo soltanto, per quanto ancora potrò godere della tua compagnia, Zelda, mia signora? Un'ora, un giorno ancora?"
Per quanto la sua voce fosse salda e il suo atteggiamento composto la mostrasse solo come la saggia guida del suo popolo qual era, Zelda le era abbastanza vicina da saper vedere oltre. Si sedette ai suoi piedi e pianse anche per lei che non voleva né poteva concederselo.

"Conducimi alla grotta", rispose in seguito. "Voglio veder finire un mondo prima di andarmene, voglio vedere l'oceano e l'orizzonte che lo tocca. Discenderemo insieme verso la costa, guiderai i miei passi fino alla sabbia lambita dall'acqua. Non ti saluterò prima di allora", concesse ad entrambe.
"Così sia."

***

Sarà un ragazzo, vicino all'età adulta, che possa maneggiare un'arma con abilità. Non però innamorato della guerra, perché dalla sua prudenza dipenderà la mia salvezza;
amerà al contrario la solitudine e la riservatezza, che al meglio lo potranno proteggere da sguardi indiscreti;
lotterà come io avrei voluto lottare, porterà aiuto agli oppressi come io avrei voluto portarlo e non mi è stato dato;
quando il tempo sarà maturo aiuterà l'Eroe, che non resterà solo come nella sua prima impresa; sarà uno Sheikah, così che tu possa istruirlo nelle vie della tua gente e consegnargli canti, rime e leggende che da generazioni non hanno abbandonato la ristretta cerchia del popolo ombra e della famiglia reale; infine, il suo nome sarà Sheik: un nome vuoto, perché vuota sarà la sua essenza.

Queste erano le sue volontà. Non avevano parlato d'altro lungo il sentiero, lasciando che fossero i silenzi a raccontare il resto.
Avevano raggiunto la grotta all calar del sole e, prima che sorgesse di nuovo, erano tornate per la via. La vista dell'oceano aveva incantato Zelda, che, per raggiungerlo, aveva accelerato il passo più di quanto le sue ginocchia stanche permettessero, costringendole a una sosta imprevista all'ombra di un vecchio pino marittimo. Eppure, prima che il mattino terminasse, erano giunte a destinazione: la costa rocciosa aveva lasciato spazio a una piccola spiaggia scura che avevano tacitamente eletto a termine del loro viaggio. Inebriata dal vento, dalla salsedine e dallo sciabordio delle onde, Zelda aveva lasciato alle spalle ogni dubbio e si era abbandonata a una breve corsa al limitare della risacca, lasciandosi infine cadere sulla sabbia umida. Quando ebbe ripreso fiato si rialzò e proseguì con passo più lento, attenta a seguire con ogni passo la traccia lasciata dall'onda, equilibrista al confine fra due mondi.
Impa la osservava da lontano, in piedi e con le braccia conserte, concedendosi un sorriso. Non aveva svolto male il suo ruolo di educatrice, pensava. C'erano così tante promesse in quella bambina-ragazza-donna che, quando il tempo fosse giunto a reclamarle, non sarebbe rimasto deluso. Se fosse giunto a reclamarle... e proprio quello sarebbe stato, da quel momento in poi, il suo compito. Accentuò il sorriso. Sarebbe stata salda, incrollabile come una roccia, basando la sua sicurezza, come sempre era stato, su quella stessa responsabilità che avrebbe schiacciato una persona più debole. Era la sua vita, il suo stesso essere. La principessa le aveva dato forza col suo nuovo compito, quello di istruire quello 'Sheik' – quel vuoto – che l'avrebbe protetta. Lavoro non da poco e nuovo vincolo di fiducia dopo lo smarrimento dei giorni precedenti, quando da guida si era d'un tratto trovata guidata. Qualunque donna della sua gente, infatti, avrebbe potuto istruire un bambino o un ragazzo come Zelda chiedeva. Ma quello che l'attendeva era un'incognita, una creatura il cui pari non era mai stato scritto né cantato nel regno – sempre che di ‘creatura' si potesse parlare.
Le sue arti potevano nascondere il vero, ma annientare quel vero e crearne un altro in sua vece, che respirasse e parlasse e agisse, non poteva spettare ad altri che a Zelda stessa e Impa dubitava delle capacità e dell'intima convinzione necessarie a un tale passo, per decise che fossero sembrate le sue parole. Non ne aveva parlato durante il viaggio perché sapeva bene che l'avrebbe solo resa ancora più testarda e arroccata sulle sue posizioni in un momento in cui avevano bisogno di tutto tranne che di discussioni. La scelta, in fondo, era ormai presa e Impa era altrettanto sicura di poter governare la situazione anche – soprattutto – se si fosse rivelata un fallimento secondo il metro di misura della compagna. Forze mortali non potevano creare la vita a piacimento, pensava, non potevano né voleva che potessero, perché l'idea di un'esistenza vera creata e scartata a piacimento per i propri scopi, nobili o meno, le risultava difficile da accettare. Ma un pupazzo, una marionetta, un'illusione da muovere con mani esperte come sarebbe stata la loro creazione...

Zelda la chiamò dalla riva, interrompendo i suoi pensieri. E lei la seguì, come sempre.

***

Dormi bene, bambina mia, siano dolci i tuoi sogni. Una lunga, fredda notte sarà passata sul mondo prima del nostro prossimo incontro. Ti augurasti morte e un doppio e ora l'una, tramite l'altro, si appresta ad accoglierti... perdonami però se la tua lungimiranza mi è ignota e i miei occhi, ora, non riescono a scorgervi altro che disgrazia.

Impa si voltò, non desiderando guardare oltre quel corpo straniero, ma così facendo non notò i tre triangoli illuminarsi sulla mano bendata, incuranti della fitta rete di sigilli, illusioni e magia, e pulsare come un piccolo cuore dorato prima di scomparire del tutto. Non li vide né li percepì e, se l'avesse fatto, si sarebbe risparmiata un percorso di dubbi e accettazione iniziato col sopportare per la prima volta uno sguardo inaspettatamente inquisitore e durato per ben sette anni.
Un successo fin troppo completo, come ebbe a confessare in seguito di fronte a una tomba vuota.

***

Sheik vide per la prima volta il suo riflesso sulla lama del pugnale con cui giurò fedeltà a un regno morto e a una principessa in esilio. Gli parve di scorgere, dietro ai lineamenti che la memoria ancora intonsa faticava a riconoscere come suoi, un altro volto, più pallido e giovane, che lo osservava carico di dubbi e aspettativa. Ma quando riaprì gli occhi era di nuovo solo.

Yet, even then, we ran like the wind,
whilst our laughter echoed under cerulean skies...