- Cristalli -

Racconto di Furulu

Era molto caldo.
La temperatura non faceva che salire, salire, salire...
Poi, come era ormai consuetudine, scendeva vertiginosamente, rasentando lo zero.
Prima caldo.
Poi freddo.
Sapeva che se avesse continuato così, sarebbe impazzito.
Eppure doveva sforzarsi, doveva riuscire a raggiungere... che cosa?
Non sapeva nemmeno perché si fosse introdotto nel Deserto dello Spirito. Lo aveva fatto e basta. Istinto Sheikah? Forse.
D'altronde, che altre possibiltà avrebbe avuto?
Le truppe di Zelda erano ormai allo stremo, il fronte era praticamente sguarnito. Non c'erano più eroi vestiti di verde, pensò con rammarico.
Rimaneva solo il ragazzo. La chiave di tutto ciò che stava accadendo, l'epicentro della situazione. La salvezza. O almeno, così sperava. Non poteva permettersi di indugiare. In ogni caso, aveva finito provviste e acqua. Non poteva tornare indietro. E sapeva che di lì a poco la tiritera si sarebbe ripetuta.
Prima caldo.
Poi freddo.
E quando il sole fosse tramontato e fossero sopraggiunti il gelo e la notte, non sapeva come l'avrebbero trovato: vivo o morto.

Fu un leggero refolo sul viso a svegliarlo. Si alzò a fatica e si guardò intorno, ancora intontito. Davanti a lui si ergeva un imponente palazzo diroccato, avvolto sia a destra che a sinistra da puro vuoto. Non sapeva dove fosse.
E nemmeno chi fosse. Ma, stranamente, gli sembrava che ciò non avesse la minima importanza. Aggrottò la fronte. Forse chi era non l'aveva mai saputo. Sì, probabilmente era così.
Aguzzando la vista, gli parve di notare un luccichio davanti al portone del palazzo. Senza una ragione particolare, gli si avvicinò. Quando fu più vicino poté comprendere di che cosa si trattava. Era un piccolo cristallo luminoso che galleggiava nell'aria. Stranamente, non vide nulla d'inusuale in ciò. E quando il cristallo sparì inghiottito dal portone, non gli venne in mente niente di meglio da fare che seguirlo. Fu guidato attraverso stanze d'ogni tipo: piccole, grandi, alte, basse, povere, sfarzose... sembravano non finire mai, e non v'era traccia dell'abbandono e della rovina che pesavano sull'esterno del palazzo.
D'un tratto si accorse che qualcosa non andava. C'era come un alone di pesantezza nell'aria, qualcosa che permeava l'intera fortezza. Come se attorno a lui l'oscurità si fosse condensata e avesse preso forma fisica. Inizialmente ne fu allarmato, ma decise di non fermarsi per non perdere di vista il cristallo.
Già, dov'era finito? Aprì una porta a caso e, che colpo di fortuna!, se lo ritrovò davanti. La pietra impallidì pian piano, perse la sua lucentezza e si afflosciò sul pavimento. Il ragazzo la raccolse. Se non altro, sarebbe stato un ottimo pendaglio. Fece per ritornare sui suoi passi, ma sbatté violentemente la testa contro il muro.
La porta era scomparsa. Beh, meno male che alle stranezze c'era abituato.
Decise che non c'era altro da fare che esplorare la stanza alla ricerca di un'uscita secondaria, quindi si mise ad osservare il locale.
Era arredato come una sala da pranzo, con un lungo tavolo che copriva la stanza per tutta la sua lunghezza, un armadio e un comò, situato dall'altro lato della stanza. Il tavolo era apparecchiato per tre, ma solo su un piatto c'era del cibo. Sembrava veramente appetitoso.
D'un tratto sentì la fame, una fame travolgente, insaziabile.
Si gettò sul cibo a velocità spaventosa, dimenticando per un attimo tutto il resto.

Un bambino che gioca allegro nell'orto di una fattoria. Un padre affettuoso che si prende cura di lui e una madre a cui vuole un gran bene. E un cagnolino piccolo piccolo, appena nato.

In preda a quella foga, dimenticò pure di masticare e divenne incurante di ciò che gli scendeva per la gola.

Una giornata passata a girovagare fra le bancarelle del mercato con papà. È sera e stanno tornando a casa. Il buio gli fa paura. Ma papà lo stringe forte e gli dice che non c'é pericolo...
Poi sentono gli ululati, e papà lo incita scappare e prende una forca in mano. Lui fa come gli hanno detto e scappa, ma i lupi lo inseguono lo stesso e lo circondano. Per fortuna arriva un signore con l'effige dell'Occhio sul petto e lo salva, scacciando i lupi...

Rimase immobile, con un pezzo di carne che gli sporgeva ancora dalla bocca: "Un signore con l'effige dell'Occhio sul petto" ripeté.
Qualcosa esplose nella sua testa, come un terremoto che smuove la terra nel profondo, e si ricordò chi era e tutto quello che gli era successo.
Anche perché era lì.
Trasse di tasca il cristallo, ormai opaco, e gli sussurrò: "Mostrami la verità".
Vi fu come un tremito lontano, il cristallo baluginò di nuova luce e l'aria pesante che aveva sentito prima gli si strinse attorno, avvolgendolo.
Strane lettere gli apparvero davanti agli occhi, memorie di un'epoca lontana, dove gli antichi eroi avevano salvato il mondo più volte. Gli sussurrarono antiche leggende, e su una in particolare si soffermarono: quella dell'Eroe che sconfisse il male usando l'oscurità stessa come arma.
Sul più bello, la visione si spezzò e tutto ritornò come prima.
Il ragazzo osservò il cristallo stizzito. Che verità era mai quella? Non vedeva l'utilità di tutto ciò che gli era stato narrato.
Poi, dopo un po' un'idea si fece spazio nella sua mente: le immagini che gli erano apparse nella visione si sovrapposero a quelle che aveva già visto, generando un'ipotesi più che improbabile.
Si alzò lentamente dalla sedia e si diresse verso il comò che aveva visto prima. Stava per aprirlo, quando esitò e si permise un sorriso.
Se avesse trovato veramente ciò che pensava, la situazione ad Hyrule sarebbe cambiata radicalmente.
Scacciando i dubbi, aprì il cassetto.

Lì, avvolti in un velo di seta, giacevano i resti del Cristallo Oscuro.

Era senza fiato. Li raccolse in tutta fretta, come se avessero potuto sottrarglieli da sotto il naso, e li osservò meravigliato.
Aveva sottomano qualcosa che avrebbe capovolto le sorti della guerra.
Però doveva sbrigarsi.
Riprese in mano il Cristallo della Famiglia Reale di Hyrule.
Pensò che quello che gli aveva svelato non era, in effetti, una verità.
Il palazzo doveva nascondere ancora qualcosa per lui, e si ripromise che sarebbe tornato per scoprire le sue verità.
Ma ora c'erano cose più urgenti a cui pensare.
"Va bene, ora portami da lui" disse al cristallo, sicuro che sapesse a chi si riferiva.

Un attimo dopo era in mezzo ad una tempesta di sabbia.
Incespicò e il vento lo fece cadere.
"Tu... qui?"
una voce rauca e talmente fievole che sembrava che un refolo di vento potesse trasportarla via con sé.
Il ragazzo si avvicinò all'uomo che giaceva stremato sulla sabbia del deserto e gli diede dell'acqua, che si era saggiamente portato appresso dal palazzo.
"Alzati, Sheik" disse "abbiamo molto lavoro da sbrigare".