- Non servono le ali -

Racconto di Kaepora's Wings

Seduto per terra con le spalle appoggiate ad un albero guardava le rovine del castello; nere, lucide come catrame, si stagliavano contro un cielo tornato azzurro e oro. Non provava dolore. Aveva appreso come incapsulare i ricordi nel fondo dell'anima in quella zona glaciale in cui i sentimenti, anche i più tiepidi, vengono cristallizzati.
Dopo aver trascinato il corpo di Kaepora all'interno del tempio, aveva giurato vendetta al cielo e alla terra ed era partito alla caccia di quello che sapeva essere la causa del dilagare del male. Erano stati anni dominati dalla solitudine. Aveva macinato miglia e nemici come un mulino, nella più desolante solitudine. Questa volta nessun guerriero velato gli aveva indicato la strada, nessuna principessa, nessuna ragazza dai capelli verdi o dalla pelle azzurra aveva impedito che dentro di lui si prosciugasse ogni goccia di umanità.
Si sentiva un guscio vuoto e spezzato tenuto insieme dal ferro del coraggio.

Ripensò allo scontro finale: anche chi aveva osato manipolare il tempo era stato dal tempo stesso beffato. L'unica forma che il male riuscì assumere fu quella di un enorme animale che ogni volta che rinasceva, abbattuto dai colpi, era sempre più sciancato e zoppo. Dopo l'ultimo colpo si dissolse con un lamento.
Ma non era successo quello che l'uomo, una volta chiamato Link, sperava. Il cielo era tornato azzurro e quasi tutti i mostri erano scomparsi, ma il mondo era rinato contorto. Le foreste erano rifiorite a macchie e gli abitanti erano ridotti ad un piccolo manipolo di individui che si aggiravano intimoriti. Nonostante avesse ripercorso più e più volte tutti i luoghi che conosceva non incontrò nessuno di coloro che tanto ardentemente aveva sperato di ritrovare.

Si alzò svogliatamente, assicurò la spada al fianco e lo scudo sulle spalle e si avviò verso la valle Kokiri. Camminava con passo sicuro, la mano appoggiata all'elsa della spada, tormentandosi nervosamente l'orecchino. Abiti impolverati e logori, occhi freddi e inespressivi piantati in un viso che sembrava una maschera di cuoio, non aveva certo un aspetto rassicurante. La gente, anche se riconoscente per il fatto che li liberava dai pochi mostri rimasti in circolazione, lo evitava impaurita. Solo un vecchio pazzo che suonava ossessivamente un organetto sembrava non temerlo.
Per chi sa quale mistero l'unico albero rimasto in vita nella valle era quello su cui aveva abitato da bambino, in un tempo di cui solo lui non aveva perso memoria. Guardava pensoso la piccola tunica verde, il suo primo abito, che aveva disteso su quello che una volta era stato il suo letto ed ora sembrava essere solo un giocattolo.
Improvvisamente avvertì un fruscio ai piedi dell'albero. Con la coda dell'occhio percepì un movimento rapido e silenzioso. Si lanciò letteralmente dalla piattaforma, atterrò rotolando a terra e incominciò ad inseguire l'ombra.

L'ombra si spostava ad una velocità incredibile con imprevedibili scatti e cambi di direzione- ma quella era la sua valle – pensò - e niente e nessuno avrebbe potuto sfuggirgli.
Inseguì l'ombra per tutte le Lost Woods , fermandosi ad ogni svolta attento a non subire agguati, ma non riusciva a guadagnare terreno. Improvvisamente sbucò nella piccola radura dove tanto tempo fa aveva incontrato un bimbo perduto che suonava il flauto. Al centro c'era l'ombra che lo aspettava. Era come se la sua stessa ombra si fosse solidificata, si fosse plasmata con la materia di cui è fatto il buio.
Non temeva il nemico, lo aveva già battuto in passato, si lancio senza esitazione nel combattimento. Come aveva previsto l'ombra ribattè tutti i suoi attacchi costringendolo a sferrare colpi su colpi per portarne uno solo a segno. Sapeva che doveva mantenere il sangue freddo, che alla fine l'ombra avrebbe perso ogni energia, ma non riusciva a mantenere la concentrazione. La sua mente, di solito calma, scricchiolava come una diga sotto la spinta delle emozioni, fino a quando ne fu travolta. Anni di esperienza e combattimenti furono spazzati in un solo colpo.
Iniziò a combattere come un ossesso, senza curarsi di parare i colpi. Per la prima volta non combatteva per dovere ma per odio, era come se anni di solitudine e dolore si fossero distillati in un fiume di fiele senza argini. Mentre la sua fatica cresceva sempre di più l'ombra, ad ogni attacco che subiva, diveniva sempre più forte. Ormai non più lucido e quasi privo di energia, non si avvide che l'avversario stava caricando il colpo che lo scaraventò a terra.

Ormai battuto capì di essere stato sconfitto da se stesso. L'ombra altro non era che la materializzazione del rancore che si era illuso di controllare; per tutto il combattimento non aveva fatto altro che alimentarla fino a renderla invincibile.
Rassegnato, quasi sollevato, stava attendendo il colpo di grazia quando l'ombra si girò di scatto. Una piccola furia bionda, vestita di verde, irruppe improvvisamente e si scagliò contro l'ombra. Aveva una spada poco più grande di un coltello e un piccolo scudo di legno ma attaccava ad una velocità incredibile. Sembrava una vespa impazzita: colpiva, rotolava, parava, saltava, colpiva alle spalle mentre ricadeva, mentre i colpi dell'ombra andavano a vuoto. Il combattimento fu incredibilmente breve, l'ombra fu sbaragliata.
Due occhi incredibilmente limpidi girarono intorno alla ricerca di qualcosa fino a quando videro un cerchio di luce azzurro. In un attimo in quel cerchio di luce il bimbo scomparve.

Non seppe spiegarsi come riuscì a raggiungere il tempio nelle condizioni in cui era. Fu un cammino lungo e penoso ma non incontrò nessun nemico sulla sua strada. Alla vista della clessidra tornata in posizione normale provò un sollievo enorme e si arrampicò in cima allo scalone per lasciarsi andare di schianto sul letto di pietra. Le pietre, tornate verdi, ronzavano e lui iniziò a provare nuovamente un senso di calmo benessere.
- Sei tu?- chiese quando avvertì un lieve fruscio.
- Sì, sono io – rispose la voce familiare.
- Come è possibile che tu sia tornato - chiese stupito.
- Hai sconfitto chi aveva alterato il tempo e il flusso del tempo, seppur deviato, ha ripreso il suo corso.
- Ed ora che accadrà, cosa ci succederà in questo nuovo corso del tempo? -chiese con una voce in cui sembrava racchiusa tutta la stanchezza del mondo.
- Dormirai a lungo, molto a lungo- rispose la voce rassicurante – il nostro destino è ormai compiuto. - Ti ritroverò al mio risveglio? – Sì, ci sarò, ed insieme voleremo in un luogo dove per volare non servono le ali.

Molte miglia più a Nord, in quel momento, un ragazzino biondo con una tunica verde guardava curioso in alto verso un ramo su cui era appollaiato un giovane gufo che lo scrutava ironico.