- Il suono di una lacrima -

Racconto di Kaepora's Wings

La pioggia batteva sorda, furiosa, incessante.
Tra le lingue di nebbia una esile figura percorreva la strada del villaggio.
Camminava leggera, con una grazia antica, concentrata sul cerchio di luce disegnato della sua lucerna. Quando giunse al porticato della casa abbassò il cappuccio, liberando i capelli verdi appena venati da fili d'argento.
Si scrutò attorno con occhi tristi e profondi e, quando lo vide, rimase impietrita.
Il viso era il suo, senz'altro, pur se affinato dal tempo e disegnato dalle rughe, le era famigliare da tempo immemore.
Ma gli occhi!
Erano bianchi, privi di vita, lattiginosi come due sfere di vetro smerigliato.
– Benvenuta Saria – l'accolse con una voce incredibilmente serena.

– Come hai fatto a riconoscermi? – chiese lei stupita.
– Da quando i miei occhi si sono spenti ho imparato a riconoscere le cose dal loro suono, le persone dal profumo della loro anima. – rispose sorridendo.
Lei rimase a guardarlo, tristemente, affettuosamente, quasi timorosa di percepire fino in fondo, come tanto tempo fa, le vibrazioni della sua anima.
– Non temere, da anni ormai non conosco più la sofferenza – la consolò dandole l'impressione di essere capace di leggerle i pensieri.
– Non mi aspettavo di rivederti, ero convinto che non avresti mai lasciato il tempio della foresta – disse sinceramente stupito.
– Il mio tempo come saggio è finito, allora ho affidato il tempio alla mia erede, affinché potesse saggiarne il peso sulle spalle, e sono venuta a cercarti. Erano anni nessuno aveva più tue notizie. – rispose lei.

– Non c'è molto da raccontare – disse lui con voce serena.
– A Hyrule era ormai tornata la pace. Finito il primo periodo febbrile di ricostruzione tutto era tornato nella quieta normalità. A cosa sarebbe servito un eroe? Sarei diventato un cimelio da ammirare, come una vecchia gloriosa spada appesa al muro, da spolverare ogni tanto con un sospiro di nostalgia. Ho preferito andarmene e devo dire che i primi tempi sono stati fantastici. Le lunghe cavalcate, la pesca, questa piccola casa in questo piccolo villaggio mi avevano messo in pace con me stesso. Ma col passare del tempo qualcosa ha iniziato ad avvelenarmi l'anima. Un veleno nero, di rimpianto ed autocommiserazione, una rabbia sorda contro tutto e contro tutti, una pazzia che attribuiva agli altri una irriconoscenza e un isolamento che mi ero autoinflitto. Rabbia e dolore crescevano alimentandosi a vicenda l'un l'altro, in un crescendo inarrestabile, fino a quella notte, quella notte in cui decisi. – fece una pausa, quasi si aspettasse di rivivere il passato.

– Quella notte mi sono strappato l'anima e l'ho inchiodata al muro. Con un coccio di vetro l'ho raschiata lentamente, con cura, meticolosamente. Ne ho amorevolmente ricucito gli strappi e rattoppato i buchi. L'ho tinta di grigio, non troppo chiaro perché non fosse abbagliata dai sorrisi, non troppo scuro perché non fosse sedotta dal dolore. Ora sono qui, sereno, in attesa di dissolvermi come la mia era. – tacque di colpo percependo un suono che solo lui poteva udire.
– Non piangere Saria, la vita di un guerriero non vale il suono di una tua lacrima. Ricorda, quando nasce una donna fa un patto con la vita, un uomo con la morte.