- Kafei e ciò che non avrebbe mai voluto accadesse -

Racconto di Lafaiette

- Capitolo uno: piccola presentazione di una vita odiosa -

A Clock Town era una fresca giornata d'autunno. Le pianticelle di un noto albergo crescevano rigogliose, i bambini si facevano due scatole così a forza di sentirsi dire "Copriti bene che fa freddo!", le vecchiette chiacchieravano tranquille tra loro.
La porta dell'albergo si aprì e uscì un bambino dai capelli blu (andava di moda lì a Termina), gli occhi da despota e la bocca contratta in una smorfia di dolore.
Il bimbo aveva infatti un braccio ingessato.
Borbottando parole senza senso, il piccolo si sedette su una panchina e si mise a parlare ad alta voce. Le vecchiette, sedute anch'esse su una panchina, lo osservarono come si osserva un pluricentenario che balla il cha cha cha.
La porta dell'albergo si aprì di nuovo e questa volta uscì una bella ragazza, sui vent'anni, con i capelli rossi (naturali, per carità) e gli occhi castani, dolci e simpatici.
Si guardò intorno e quando vide il ragazzino, corse da lui.
"Oh, Kafei!" gli disse. "Perchè sei scappato in tal modo? Non si abbandona una donna durante una litigata!"
"Anju, quanto sei scema, dovrei avere vent'anni e invece mi ritrovo nel corpo di un bambino di otto anni, ma che otto proprio non ne dimostra! Secondo te, vado a pensare all'educazione durante una litigata??"
Anju si indispettì.
"Quanto sei cafone!" borbottò la giovane. "Ma perchè ti lamenti? È stato appena scoperto che tutti i sortilegi della Majora finiranno tra due settimane! Altri quattordici giorni e potremo finalmente andare in giro come una vera coppia!"
Kafei neppure rispose, non si diede questa pena, si limitò ad alzarsi e a tornare all'albergo, seguito da Anju che aveva cominciato a parlare della loro casa, dei futuri figli, delle bollette che lui sarebbe dovuto andare a pagare alla Posta, del lavoro che lui avrebbe cercato...
Ma a dir la verità, Kafei, in quei mesi d'agonia adolescenziale, aveva capito che il matrimonio non era poi stata tutta 'sta gran cosa. Di vantaggi, non ne aveva visto neppure uno, anzi.
Suo suocera lo disprezzava, diceva che era veramente troppo basso, e glielo diceva in faccia per di più.
Quando arrivava qualche cliente, lui doveva fare la parte del cugino piccolo di Anju. Nessuno a Termina sapeva che lui in realtà era suo marito: di certo gli abitanti di Clock Town non avrebbero preso bene la notizia... E la madre di Anju voleva a tutti i costi avere una buona reputazione.
Così, quando arrivava qualcuno, Kafei si doveva mettere a giocare con il Lego o con le Micro Machine. E tutti, quando lo vedevano, dicevano: "Ma che bel ragazzino! Quanto è dolce!"
Lui naturalmente doveva sorridere come uno scemo e rispondere: "Grazie, siete davvero gentile!"
Ciò aveva rovinato il già pessimo carattere di Kaf, divenuto pietoso da quando era stato trasformato in un tappetto di otto anni che addirittura Super Mario superava.
Anju pensava che lui fosse felice.
È proprio vero che noi donne siamo delle illuse, a volte...

Ma torniamo a Kafei, che rientrò nell'albergo, aspettando di udire la voce della suocera.
Ma non sentì nulla. Felice come una pasqua per non essersi beccato l'ennesima lezione su come "crescere in altezza in pochi giorni", il "bambino" salì nella camera che divideva con Anju.
Ovviamente, dormivano in letti separati.
La madre era stata molto decisa su questo.
Ed era stata ancora più decisa quando Kafei si era opposto.
Non vi dico neppure cosa gli fece.
Sappiate solo che il nostro amico si ritrovò il braccio rotto che, come ho scritto prima, ancora gli doleva da matti.
Ma ora riprendiamo la storia.
Kaf si buttò sul suo letto, mentre Anju prese il suo vestito migliore da un vecchio armadio e andò in bagno.
Ne uscì poco dopo, vestita e truccata di tutto punto.
"Io vado in città, c'è la festa di compleanno del sindaco, ricordi? Vuoi venire?"
Per sorbirsi altre frasette stupide come "Anju, il tuo cuginetto è un amore!" o "Cara, quanto è bellino, questo tesoruccio!!"?
No, grazie. Sarebbe sopravvissuto anche senza.
Ma naturalmente questo non lo disse alla moglie.
Rispose solo: "No, grazie. Magari l'anno prossimo. Salutami il sindaco".
"Oh. Okay".
Il solito bacino sulla fronte e via!, di corsa alla festa.
Ancora più depresso per non aver ricevuto neppure un bacio sulla guancia, Kaf cominciò a prendere a pugni il cuscino.
Immaginava che fosse la suocera.
In un certo senso, riuscì a calmarlo...

Poco dopo, uscì per fare una passeggiata.
Il sole stava tramontando, coperto in parte dalla Torre dell'Orologio.
Le risate in piazza si potevano udire anche da lì.
Nel piccolo spiazzo di fronte all'albergo c'era solo una fata piccola.
Kafei le conosceva bene, poichè era andato molte volte nel loro centro di Cura, sperando che lo aiutassero a tornare umano il prima possibile (sinceramente parlando, due settimane di attesa gli sembravano DAVVERO troppe), ma quelle cretine non avevano fatto altro che peggiorare la situazione.
Prima della Cura aveva infatti dieci anni, dopo la Cura si era abbassato (naturalmente provocando frecciatine odiose da parte della suocera) di otto centimetri, il viso era diventato più paffuto e gli occhi più infantili ed era divenuto un moccioso di otto anni (ricordo che dimostrava di meno, sei-cinque anni per intenderci).
Insomma, già a quell'età Kafei aveva tentato tre vie del suicidio.
Causa: depressione dovuta alle frecciatine della suocera, ai discorsi pazzi e sciocchi di Anju e agli agghiaccianti commenti dei clienti che lo credevano il "cuginetto tappo".
Prima via del suicidio tentata da Kafei: aveva provato a bere del veleno, ma aveva scambiato la bottiglia di cianuro con quella del whisky. Risultato finale: si era ubriacato, con enorme disappunto della suocera.
Seconda via di suicidio tentata da Kafei: aveva provato a impiccarsi,in soffitta, ma proprio mentre si era gettato dalla sedia, la corda si era sfilacciata ed era caduto con un gran tonfo sul pavimento, spaventando i clienti che pensarono subito a fantasmi, spiriti e a gatti neri.
Anche quel giorno, la suocera si era infuriata.
Terza via di suicidio tentata da Kafei: aveva provato a tagliarsi le vene, ma la lametta che aveva trovato non avrebbe tagliato neppure un filo d'erba. Aveva provato con un coltello, ma, iella nera, gli era sfuggito di mano, gli era caduto su un piede (scalzo)... e si era ritrovato all'ospedale di Clock Town con una ferita che sanguinava 24 ore su 24. Anche quel giorno, naturalmente, sua suocera era più arrabbiata di un pitbull.

Kaf si mise a passeggiare per lo spiazzo; ogni tanto si voltava per osservare la fatina.
Questa ricambiava le occhiate e dopo un po', gli si avvicinò.
"Ma tu non sei Kafei, quel poveraccio che non è riuscito a tornare adulto?", gli chiese.
"Già, chissà perchè non sono riuscito a tornare adulto..." borbottò Kaf.
"Oh, andiamo, abbiamo solo sbagliato qualcosa!" ribattè la fata. "Capita a tutti di sbagliare!"
"Sì, certo, certo..." continuò a borbottare il ragazzino.
"Ascolta, per farci perdonare, ti faremo fare una cura dimagrante alle guance. In effetti, sei un po' ingrassato..."
Tanto non aveva nulla da fare. E in Città girava la voce che il Centro di Cura delle fate fosse diventato veramente chic, ed era frequentato dalle persone più ricche di Clock Town.
Quando lo frequentava Kafei,invece, non c'era mai un'anima.
Si diressero alle giostre; esse si trovavano in una grande piazzetta d'erba.
Oltre a due alberelli rinsecchiti, c'era un'altura e lì una grotta.
Lì dentro si trovava il Centro di Cure delle fate.
Entrarono e fu allora che cominciarono i guai...

Ma ne parleremo nel secondo capitolo...