- Gli anziani delle acque -

Racconto di Lafaiette

I suoi capelli argentati hanno sempre celato i fili d'oro, ma io sapevo che un tempo era molto affascinante.
Lo è tuttora.
Mi piace osservarla quando prepara il tè: le sue dita che lavorano le foglie sono agili e veloci, il suo canto mentre attende che tutto sia pronto è soave e melodioso. Ma la caratteristica più bella che possiede la nonna sono gli occhi.
Azzurri come il mare, limpidi come il cristallo.
Li guardo per ore e a volte lei ride, un po' imbarazzata dalle mie occhiate.
I miei genitori sono morti.
Non so come.
La nonna non ne parla quasi mai.
Quando, da piccolo, le chiedevo qualcosa su di loro, diventava improvvisamente taciturna e mi lasciava nel dubbio.
Ora, a quattordici anni, ho imparato a non chiedere più nulla.
Cerco di scoprire da solo ciò che mi interessa.
Non voglio far piangere la nonna.

Lei ama raccontarmi dei pirati.
A volte mi chiedo come faccia a sapere così tante cose sul loro conto.
Un giorno, ricordo che le chiesi:
- Nonna, ma tu sei stata una piratessa? -
Lei rise, ma i suoi occhi no.
Non mi rispose.
Si limitò ad alzare le spalle, i capelli corti mossi dal vento di maggio.
Quando desidera parlarmi delle gesta dei pirati, mi indica la porta dello studiolo.
Io capisco subito e dato che amo questi racconti, mi precipito nella camera.
È la stanza più bella della casa.
Il nonno ci passa le ore, qui dentro.

Già, il nonno.
Cosa dire di lui?
È molto buono e sa tantissime cose.
Quando ho qualche problema, gli chiedo consiglio.
Lui, con la sua voce calma e gentile, mi spiega cosa fare.
Gli occhi del nonno non sono belli come quelli della nonna, ma sono ugualmente affascinanti.
Ma non li osservo attentamente, come faccio con la nonna.
Possiedono qualcosa di infinitamente triste.
Un dolore enorme.
Di cosa si tratta?
Non lo so.
Non ho mai fatto una domanda del genere al nonno.

Lui è molto alto, magro e pallido.
I capelli sono bianchissimi, accecano quasi.
La nonna mi ha detto che un tempo erano biondi, come i suoi.
Spesso, cerco di immaginarmi i nonni da giovani, ma non ci riesco.
Anni fa, chiesi a mio nonno di farmi un suo ritratto da giovane.
È bravissimo a dipingere.
Lui accettò e qualche giorno dopo mi mostrò la sua opera.
Mi offesi.
- Mi hai preso in giro! - esclamai. - Perchè non hai fatto il tuo ritratto? -
Il nonno mi osservò a lungo, la piccola tela in mano.
- Non ti ho preso in giro. -
Sbuffai e indicai il soggetto del disegno.
- Tu eri così, da giovane? Non prendermi in giro! -
Il nonno rise.
- Perchè non ci credi? - mi chiese, con un tono quasi triste.
- Non esistono persone con gli occhi bianchi. - dissi più dolcemente. - E il corpo nero. -
Il nonno ripose la tela sulla scrivania, gli occhi bassi.
- Un tempo esistevano. - mormorò.
Rimasi zitto.
Il ricordo di quel dipinto mi accompagnerà tutta la vita.
Quegli occhi bianchi mi avevano spaventato.
Quella notte, ebbi degli incubi.
Non ricordo quali, ma mi svegliai urlando e la nonna mi cullò per molto tempo.
Poi, quando credette di vedermi addormentato, corse da mio nonno e si misero a litigare.
Non capii le loro parole, ma sapevo che discutevano del dipinto.
Il nonno lo fece sparire.
A volte, vorrei rivederlo, osservarne i particolari, ma non posso.
Il nonno conosce la casa meglio di chiunque altro, chissà dove lo ha riposto.
Non l'ha distrutto, di questo ne sono certo.
Non so se mi ha preso in giro o se quello... era il suo aspetto, ma sinceramente desidero non saperlo.
Ci sono cose che devono essere celate, dice la nonna.

Oggi il nonno non c'è.
È uscito.
Lo fa ogni settimana, esce la mattina e torna verso sera.
La nonna non si preoccupa.
Dice che è normale.
Anche adesso che me lo sta ripetendo, però, sembra triste.
Ha i capelli raccolti sulla nuca, con un nastro rosso.
Sta preparando il tè.
L'odore buono e calmante riempie la stanza e questo mi fa ricordare una cosa.
Una risata.
Mi risuona in mente e mi spavento.
- Cosa...? - mormoro.
La nonna si volta, una tazza di legno in mano.
- Come dici, caro? - chiede, con quella sua voce così dolce.
- Niente, nonnina. - mento.
Rimaniamo in silenzio: il rumore del cucchiaio che sbatte contro il legno mi dà i nervi.
Mi alzo e vado nello studiolo del nonno.
Mi avvicino ad un mobiletto. Ci sono delle fotografie, sopra.
Le prendo e le osservo per la centesima volta.
Mamma e papà.
Lei ha i capelli biondi e gli occhi azzurri come quelli del nonno, lui i capelli neri e lunghi e gli occhi blu scuro.
Nella prima foto, sono in braccio alla mamma: sullo sfondo, una nave.
Nella seconda, è papà a tenermi in braccio.
Ci troviamo su una terrazza: è quella del mulino dell'isola.
La mamma è poco distante da noi e abbraccia la nonna.
Sfilo le foto dalle cornici e dietro posso leggere

Nadia e Hans , in partenza per l'Isola del Drago

e

Elliot e Hans sulla la terrazza

Queste foto sono le uniche cose che mi collegano a mamma e papà.
Nonna Dazel non le guarda mai.
Nonno Nem invece, ogni tanto, le prende e le osserva per ore, sorridendo.

Un giorno, ricordo che chiesi a nonno Nem:
- Come è morta la mamma? -
Anche lui non amava questo argomento e non rispondeva.
Ma quel giorno mi disse:
- Tua madre aveva capito molte cose e questo le costò caro. -
Non disse altro.

La nonna entra nello studio.
Mi vede con le foto in mano e un'ombra le appare sul volto.
- Il tè è pronto. - dice, seccata.
- Arrivo. -
Mi alzo, sistemo le fotografie e la seguo in cucina.
Sul tavolo, ci sono tre tazze fumanti.
- Il nonno non c'è. - le ricordo.
Ma la nonna non risponde. Tira fuori un coltello e si mette a tagliuzzare delle erbe.
Qualcuno bussa alla porta e vado ad aprire.
Un Falco Viaggiatore.
- Nonna, c'è posta! - grido verso la cucina.
Il Falco ride e si china per abbracciarmi.
- Ehi! - urlo.
- Come somigli a tua madre! - esclama il Falco.
Arriva la nonna e sorride.
- Ciao, Falin. - dice la nonna.
Guardo il Falco Viaggiatore: è molto anziano, ma ha delle bellissime ali.
- C'è Nem? - chiede.
- È uscito. - rispondo io, un po' seccato.
Cosa vuole?
- Vieni a sederti. C'è tè in abbondanza. - dice la nonna, indicando la cucina che si intravede.
- Molto volentieri. - annuisce Falin, entrando in casa.
Ha gli occhi scuri, ma pieni di vita.
Li seguo in cucina e mi siedo vicino alla nonna.
Questo Falin non mi piace; lo guardo torvo.
Lui sembra non accorgersene e beve lentamente il suo tè.
- Dove è andato Nem? - chiede.
La nonna tira fuori il sorriso che usa per nascondere i misteri.
- È uscito. - ripete.
Falin scuote la testa, divertito.
- Posso farle una domanda? - dico, il tono scontroso.
Falin mi guarda da sopra la tazza e annuisce.
- Come era il nonno da giovane? -
La nonna mi osserva perplessa, ma resta in silenzio; Falin ridacchia.
- Era molto silenzioso. -
- Intendo il suo aspetto. - replico, sempre più seccato.
Falin ride ancora.
- Aveva i capelli di un biondo così chiaro da sembrare bianco. -
- E...? - lo incito.
- E cosa? - dice lui.
- Non aveva delle caratteristiche particolari? -
Falin guarda mia nonna, sorpreso.
- Non avete detto nulla a questo ragazzino! - esclama. - Perchè? -
Nonna Dazel scuote la testa.
- Meglio restare in silenzio. -
Guardo la nonna e Falin, perplesso.
Non capisco.
- Cosa dovrei sapere? -
Falin mi prende una mano e la osserva.
- Non ha il simbolo. -
- Ti ricordo che Corin non è morto. - dice la nonna.
Mi sono stancato. Cosa sono tutti questi misteri?
- Chi è Corin? -
- Perchè non donargli il Potere prima della morte? - sbotta Falin. Sembra seccato.
Nonna Dazel scuote la testa.
- Chi è Corin? - ripeto, adirato.
Falin mi lascia la mano e sorride.
- Un amico. È molto buono. -
Si rivolge alla nonna:
- Non potete più chiamarlo, vero? -
Nonna Dazel sembra divertita.
- Quante cose hai dimenticato, Falin. - mormora. - Corin non è più qui, lo sai. Ma dato che Hans non ha ancora il simbolo, immaginiamo che sia ancora vivo... -
- Ma di cosa parlate?? -
Mi ignorano.
- Gli avete parlato di Link? -
- No. -
Falin sembra ferito.
- Oh,Dazel... - sussurra.
Nonna si alza, arrabbiata con se stessa.
- Lo so, siamo degli sciocchi, ma Nem non ce la fa. E neppure io. -
Falin finisce di bere il tè e si alza.
- Devo andare. - dice. - Tornerò un altro giorno, quando potrò parlare con Nem. -
Nonna Dazel annuisce, senza salutare.
Il Falco mi dà un buffetto sulla guancia e se ne va.
Guardo la nonna.
È triste.
Bevo il mio the e vado in camera.
Di cosa parlavano?

Rientra il nonno.
Nonna Dazel gli dice della visita di Falin e di ciò che si sono detti.
Nonno Nem sembra arrabbiato.
Perchè?

Seduto sul letto, disegno.
Anch'io sono piuttosto bravo con la matita.
Mentre faccio qualche schizzo, mi torna in mente il quadro del nonno.
E così, come per magia, sulla carta appare la figura misteriosa.
Mi spavento, all'inizio.
È orribile.
Ma le ho donato un'espressione triste, che il dipinto del nonno non aveva, e sembra così più umana.
"Chi sei?" penso. "Sei veramente il nonno?"
Vicino alla figura, la mia mano disegna un'altra persona.
Anzi, un animale.
Non so se lo voglio o no, so solo che lo devo fare.
Mentre disegno, sento una melodia.
Forse è Betty, la figlia del pescatore che abita qui a fianco, ma non ha mai suonato quella che sembra...
un'ocarina.
Quando la melodia scompare, il disegno è finito.
Ora ci sono due persone.
Il personaggio nero con gli occhi bianchi e un ragazzino.
Avrà due o tre anni più di me.
Dato che l'ho disegnato io, dovrei sapere chi è, ma sinceramente non lo so.
Mi è ignoto.
Ha un cappuccio, i capelli lunghi e gli occhi ridenti.
"Link..."
Questo nome mi risuona in mente senza sosta.
"Link... È colui a cui ha accennato Falin..."
Guardo il ragazzino.
E piango.

Fine