- Il vecchio -

Racconto di Lafaiette

- CAPITOLO QUATTRO -

Gli appartamenti erano grandi e pieni di luce.
I letti a baldacchino, le cui colonne erano di corallo, erano comodissimi e un grande lampadario pendeva dal soffitto.
Un mosaico sul pavimento mostrava delle battaglie ormai lontane nel tempo.
"Direi che un po' di riposo non fa male a nessuno." disse il vecchio. "Ma vorrei sapere qualcosa su quel ciondolo. Che ha di così speciale?"
Raler scosse la testa.
"La regina è impazzita. Affidare un oggetto del genere ad una bambina. Hylia, per di più! Non fa parte della Famiglia Reale degli Zora!"
"Ma a cosa ci potrà servire?" insistette il vecchio.
Celus lo prese dal collo di Rida.
"È molto potente. È uno degli oggetti fondamentali per raggiungere la Triforza, o almeno così si racconta."
L'Anziano rimase di sasso.
"Cosa??"
"Sì. La leggenda narra che millecento anni fa, l'Eroe del Tempo aprì la Porta del Tempo con Tre Pietre. Una di queste, sembrerebbe essere lo Zaffiro Zora."
"Avevo letto della Porta." mormorò il vecchio. "Ma su i miei libri, non c'era scritto nulla riguardo a queste Tre Pietre."
"Una apparteneva ai Goron, un'altra ad un popolo di ragazzini eterni e l'ultima a noi Zora. Così si racconta."
Rida divenne pallida.
"Con quel ciondolo... possiamo aprire la Porta?"
"Se è tutto vero, credo che non ci basterà. Dovremo trovare le altre due Pietre. Ma quello sarà il problema finale. Prima dobbiamo trovare questa persona adatta a diventare Eroe Supremo." replicò Raler.
Bemus scosse la testa.
"Non è affatto un problema secondario." disse con un tono preoccupato. "Se il Male trova le due Pietre, le cose si metteranno male."
"Ti ricordo che la terza l'abbiamo noi." fece Raler, sorridendo in modo saccente.
"Allora ti consiglio di fare meno il gradasso e di essere estremamente cauto." lo ammonì il vecchio. "Il Male potrebbe rubarci la Pietra e allora sì che sarebbero guai."
Raler sbuffò, infastidito dalle prediche del vecchio.
"Per questo la Pietra non deve essere affidata ad una ragazzina. È meglio che un adulto, una persona saggia la tenga con sé." disse.
La prese dalle mani di Celus e se la mise al collo.
"Ecco, ora sì che è al sicuro!" esclamò.
Il vecchio sospirò e Bemus cercò di riprendere il gioiello, ma Raler lo spinse via.
"Smettete di essere così ottusi! Chi meglio di me può averla? Sono forte, coraggioso, non mi fanno paura i mostriciattoli del Male."
Strinse la Pietra e continuò: "Sono la persona giusta. E ora, se non vi dispiace, io andrei a dormire."
Entrò nella stanza accanto e sbatté la porta con violenza.
"Raler sembra diverso..." commentò Rida.
"È sempre stato così." rispose Celus. "Ambizioso ed egocentrico."
Con queste parole nella mente, andarono a coricarsi.

Poco dopo, il vecchio udì dei colpi.
Bussavano alla porta.
Si alzò e andò ad aprire.
Si ritrovò davanti lo stesso giovane Zora che li aveva condotti in quelle stanze.
"Salve, messere. La regina vorrebbe parlarle in privato."
"Vuole me?" fece il vecchio, sorpreso ma lusingato.
"Sì. Solo lei."
Il vecchio si sistemò le vesti e seguì lo Zora lungo dei corridoi luminosi e colorati.
Il giovane si fermò davanti ad una porta e se ne andò con un inchino.
L'Anziano bussò con educazione e attese.
Nessuna risposta.
Bussò di nuovo e questa volta udì una flebile voce rispondere.
Aprì lentamente la porta e mise dentro solo la testa.
Vide il re seduto vicino ad un letto; in questo, circondata da cuscini e coperte, c'era la regina, pallida e triste.
"Entra." ordinò il re. Anche lui sembrava infelice.
Il vecchio ubbidì, sentendosi un estraneo.
In effetti, lo era, ma cercò di non mostrare il suo disagio.
"Volevate vedermi?"
La regina, con la schiena poggiata su due cuscini, sorrise debolmente e annuì.
"Avvicinati." disse con voce debole.
L'Anziano si fece avanti e si guardò intorno per qualche secondo.
A Hyrule, non esistevano edifici del genere e gli sembrava di stare in un sogno.
La stanza dei sovrani era pulita e ordinata e profumava di salsedine.
La cosa più impressionante era il numero di specchi: ricoprivano quasi tutta la stanza.
Ognuno aveva una cornice diversa e, sopra di essi, c'erano tanti fiori colorati che non appartenevano alla terra, bensì al mare.
L'attenzione del vecchio tornò sulla regina.
"Non si sente bene?" le chiese.
"È così." ammise la sovrana, stringendo le lenzuola. "La Triforza sta male. E la sua sofferenza si riflette su di me."
Il vecchio chinò il capo, in segno di rispetto.
"La Triforza..." continuò la Dama. "...sente che il qualcuno la vuole per sé. Ma sente anche che, dopo che l'avrà presa, le farà qualcosa. La Sacra non sa distinguere il Bene dal Male e pertanto solo noi mortali possiamo salvarla. Dovete trovare il giusto Prescelto!"
Tossì violentemente.
Il re le cinse le spalle con un braccio.
"Cosa... vuole fare il Male alla Triforza?" chiese il vecchio, sconcertato.
La regina sgranò gli occhi.
"Una cosa... mai fatta prima. Questo lo sente. Ma la Sacra è praticamente alla portata di chiunque, se questo chiunque vi arriva. Non possiede autodifesa."
Alzò i tristi occhi al cielo.
"Oh Dee, di quale impegno avete gravato il mondo!"
"Ho capito, Maestà, ma cosa vuole fare il Male? Lo sapete?" insistette il vecchio, deciso.
La regina lo guardò, seria.
"Non lo so. No. Non lo so." rispose.
Il vecchio annuì lentamente, deluso.
"Sapete cosa è in grado di fare il ciondolo che ho donato a Rida?" chiese la regina.
"Sì. Può aprire, se unita ad altre due Pietre, la Porta del Tempo. Dico bene?"
"Sì. È così. È importantissima. Vi prego di non perderla."
"Non lo faremo."
Il re si alzò e disse:
"Vecchio, la vostra missione è molto delicata ed urgente. Per questo, anche io ho un dono da farvi. Per facilitare le cose."
Si diresse verso uno specchio e lo spinse.
La superficie riflettente scomparve e il vecchio vide una nicchia, dove era custodito uno scrigno.
Il re lo prese e lo porse al vecchio.
"Prendi, vecchio. Si dice che l'abbia usato l'Eroe del Vento, mille anni fa."
L'Anziano aprì il bauletto finemente intarsiato e rimase a bocca aperta.
Una bacchetta d'argento.
Era così bella che il vecchio non parlò per qualche minuto.
Poi chiuse lo scrigno e guardò dritto negli occhi il re.
Oltre alla freddezza, lesse anche qualcos'altro.
C'era infelicità, causata da un destino avverso e colmo di preoccupazioni.
Preoccupazioni per il popolo degli Zora, per la Dama malata...
Tutto questo nascondeva il cuore del re, che nonostante ciò andava avanti, come gli abitanti di Hyrule.
"Il popolo degli Zora... non è molto differente da quello Hylian." mormorò il vecchio.
"Era così nel passato. Ma ora siamo molto diversi. Non paragonarmi a te." replicò duramente il re.
"Non lo sto facendo, Maestà."
"Gli Zora lottano. Voi Hylian vi rinchiudete nei vostri rifugi e tremate. Se non fosse così, avreste già trovato la breccia che conduceva alla libertà. Invece, siamo dovuti venire noi. Hyrule non è più la nostra casa, a questo punto."
Il vecchio sentì montare la rabbia.
"Perchè dici così, re?" intervenne la Dama, triste. "Hyrule è la nostra casa. E lo sarà per sempre. Non rinnegare le nostre origini!"
"Io rinnego il popolo che vive ora a Hyrule. È diventato codardo." disse il sovrano.
"Non è così!" gridò il vecchio. "Noi... abbiamo perso tutto. Era destino che succedesse ciò."
Il re scosse la testa.
"Non parliamo di questo argomento. Ormai non fa più differenza."
Il vecchio si strinse al petto lo scrigno e sussurrò:
"Questa bacchetta... appartenne all'Eroe di mille anni fa?"
"Sì. Si dice che comandi il vento. Non so se sia vero. Ma se è così, vi sarà forse utile." Il tono del re era, se possibile, più glaciale di prima.
L'Anziano si inchinò ai due sovrani.
"Grazie. Ora vado a svegliare i miei compagni: partiremo subito. La missione sarà lunga e difficile da portare a termine. Lo sento."
La regina sospirò.
"Addio, uomo misterioso. Sento che non ci rivedremo."
"Ma se il Male non conquista la Triforza, lei..." disse il vecchio, ma si interruppe.
No, la regina sarebbe morta.
Lo capì solo ora.
La Triforza, anche andando al Prescelto, avrebbe segnato il destino della Dama.
La regina sarebbe morta comunque...
Per farla vivere, la Triforza doveva rimanere nello stato di attesa, senza "inquietarsi."
Ma ciò era impossibile.
"Maestà..." mormorò il vecchio. Si sentì terribilmente triste.
"Non preoccuparti." sorrise la Dama. "E non dire nulla ai miei sudditi. Il pensiero che la loro missione mi porterà alla morte, impedirebbe loro di andare avanti. Lascia riposare questa verità nel silenzio, ti prego."
L'Anziano si voltò a guardare nuovamente il re.
Quella tristezza...
Il vecchio strinse i pugni, impotente.
Lo scrigno gli sembrò pesare così tanto...
"Maestà... perdonateci." disse.
Si inchinò e uscì.

Dopo tanti anni, il volto del vecchio conobbe di nuovo le lacrime.

CONTINUA NEL CAPITOLO CINQUE