- I due eroi -

Racconto di Lafaiette

- Capitolo quattro -

Noiva si allontanò dal villaggio, stringendo in una mano il foglio trovato sotto al letto di Moroalt.
Non sapeva dove cercarlo. Poteva essere ovunque, era sfuggente come un'ombra.
Si guardò attorno: la Pianura, vasta, ricoperta dal suo guscio d'erba, si estendeva per chilometri.
All'orizzonte, vedeva il Monte Morte, imponente e ricoperto da cerchi di fumo grigiastro.
Sospirando, Noiva decise di andare dai Goron. La sua era una caccia al tesoro senza indizi, poteva solo affidarsi al caso e alla fortuna.

Il Patriarca grugnì, nervoso.
- Non mi sembra una buona idea. - disse con tono e aria seccata.
L'uomo davanti a lui ridacchiò, divertito. Per lui era un gioco, il Patriarca lo aveva capito, e questo lo innervosiva molto.
- Perchè, amico mio? Ti sto dicendo solo la verità. - disse l'uomo, con un gesto pacato della mano. Del suo volto, nascosto sotto le pieghe di un cappuccio, si potevano vedere solo due furbi occhi giallastri.
- Non sei mio amico! - esclamò l'anziano Goron, alzandosi dal suo scranno.
- Ciò che mi hai riferito non mi convince per niente. Oltretutto, dicono tu sia un mago e i maghi non sono i benvenuti, qui. -
L'uomo chinò il capo, come per esprimere tristezza, ma lo rialzò subito, più sicuro e spavaldo di prima.
- Ascoltami, amico mio. - sottolineò queste due ultime parole. - Io voglio aiutarvi.
Gli umani si approfittano della vostra nobiltà d'animo e usano i ricavati della vostra miniera come fossero acqua. Non vi resterà più niente. Questo non vi preoccupa? Sapendo anche che la principessa vuole attaccarvi, dovreste essere ancora più furiosi e indignati! -
Il Goron scosse la testa, confuso.
- Non possiamo essere sicuri di ciò che dici, mago. - ribattè. - Perché la principessa Zelda dovrebbe attaccarci? Non le abbiamo fatto nulla, anzi, come hai detto tu aiutiamo moltissimo gli Hylian. -
L'incappucciato scoppiò in una sonora risata. I Goron che si trovavano a guardia fuori dalla stanza, si sporsero dalla porta per vedere cosa stesse accadendo.
- È questo il punto! - esclamò l'uomo, puntando un dito contro il Patriarca. - L'aiuto che voi date agli Hylian... è così importante che ne vogliono di più. Ma non possono domandarne altro, vi pare? E così, lo vogliono conquistare. Sarebbe tutto più facile. Potrebbero usare queste miniere come loro pare.
Ben presto, si scatenerà la guerra. Morirete. Siete in pochi: forti, ma pochi, in confronto ai pesanti guerrieri Hylian. Sì, ho detto pesanti. Non sarà facile batterli, con quelle armature resistenti. -
Il Patriarca era sempre più confuso, arrabbiato e amareggiato.
Il ragionamento di quel misterioso individuo non faceva una piega.
Ma c'era ancora una cosa da chiarire.
- Ti rendi conto che mi stai svelando i piani della tua principessa? Così causerai un danno alla tua... razza. - gli fece notare il Goron, accarezzandosi il mento duro come la roccia. - Perchè lo fai? -
Moroalt sospirò con fare teatrale.
- Io non ho nulla a che fare con loro. Loro non mi interessano. -
- Allora cosa ti sta a cuore? - insistette il Patriarca, il cui nome era Don Ardesio.
L'incappucciato sembrò irrigidirsi.
- Hyrule, ovvio. - rispose dopo una breve pausa, con un tono asciutto.
- Non mi pare. - borbottò Don Ardesio. - Anzi, tu mi proponi di allearmi con te per vincere questa imminente guerra contro il popolo Hylian. Non cerchi di impedirla. -
Moroalt rise, ma questa volta anche lui sembrava irritato, quasi sulle soglie dell'ira.
- Dee, io non posso fare miracoli! Preferisco vedere persone veramente nobili vincere, piuttosto che quegli stolti Hylian! Dunque, accetterai la mia proposta? Ti assicuro che farò il possibile perchè le miniere restino nelle vostre mani. -
Il Goron riflettè un attimo, poi si voltò verso l'ex-capo della tribù, Dalboss, per avere una sua opinione.
Con lo sguardo, il possente Goron gli riferì che era d'accordo con Moroalt.
Don Ardesio sospirò e annuì più volte, lentamente.
Infine, si rivolse all'uomo:
- Bene. Ci fidiamo. Attaccheremo per primi. E con il tuo aiuto. -
Moroalt represse un sorriso e fece un profondo inchino.
- Saggia decisione... amico mio. Io vi consiglio di attaccare domani. Oggi avrete tutto il tempo di organizzarvi. Vedrete, sarà un successo. -
Don Ardesio scosse la testa.
- Non posso crederci. - mormorò con un sospiro. - La principessa che... -
- Lo so. - lo interruppe Moroalt. - È difficile da sopportare, vero? Un tradimento è una cosa molto brutta. Il dolore penetra nel cuore, marcisce lentamente e divora l'anima, dilaniandola con le sue fauci e stritolandola con le sue braccia velenose.
E quando si crede di impazzire, ecco che il dolore diventa odio, fuoco bianco che brucia... -
L'uomo si interruppe, notando lo sconcerto dei Goron.
- Perdonatemi. - ridacchiò nervosamente. - Ho esagerato. -
Si voltò, dopo un secondo inchino, e se ne andò, canticchiando un macabro motivetto, simile ad una marcia funebre.

Noiva era quasi arrivato al Monte Morte. Si sentiva già odore di zolfo e nell'aria volavano piccole sferette di cenere.
Aveva attraversato il villaggio Kakariko, per arrivare lì, e per un attimo era stato scambiato, ancora una volta, per l'Eroe.
Sospirò e continuò l'arrampicata. Aveva dovuto lasciare il cavallo nel villaggio.
Quel territorio non era proprio adatto ad un quadrupede.
Arrivato a metà del tragitto, si rese conto che, al contrario di ciò che aveva sentito in giro, non c'era nessun Goron a sorvegliare il sentiero che conduceva alla Sala Centrale.
Finalmente arrivò in cima: ma davanti all'entrata principale, c'erano due possenti soldati Goron, armati di guanti di metallo.
Non appena lo videro, sorrisero amichevoli.
Si resero conto, però, che non era Link e la loro espressione tornò truce.
- Cosa vuoi? Che cosa ti manda qui, moscerino? - chiese uno di loro.
Noiva deglutì, pallido. La vista di quei guanti infilati in quelle mani gigantesche, non lo rendeva per niente contento.
Si chinò sulla terra secca e arida e disegnò la figura di Moroalt.
I suoi unici modi per comunicare: scrivere o disegnare. Ora che aveva perso la voce, poteva servirsi solo delle mani.
I Goron riconobbero all'istante il misterioso uomo che aveva parlato con il Patriarca.
Quest'ultimo li aveva appena avvertiti che ci sarebbe stata una guerra contro gli Hylian, a causa delle miniere.
Dapprima, la tribù era rimasta a bocca aperta, incredula.
Ma quando Don Ardesio aveva spiegato loro il ragionamento di Moroalt, si erano resi conto che aveva perfettamente ragione.
Dovevano diffidare, sino al giorno della battaglia, ovvero l'indomani, di qualsiasi Hylian. Poteva infatti essere una spia, un sabotatore.
I due Goron si guardarono negli occhi, per un attimo, poi fecero un cenno al ragazzo, che aspettava impaziente.
- Vieni. - dissero. E lo fecero entrare.

Don Ardesio era di nuovo seduto sul suo semplice trono.
La testa era posata su una mano, chiaro segno di nervosismo o preoccupazione.
Non appena Noiva entrò nella Sala, ci fu silenzio tra i Goron che discutevano della guerra imminente.
Il Patriarca sorrise debolmente, ma si rese conto quasi subito che quel pallido ragazzino dai capelli lunghi non era l'Eroe.
Il suo viso divenne più duro della roccia tanto amata dalla tribù.
Si alzò lentamente e disse:
- Cosa vuoi da noi, moccioso? Non vogliamo umani, qui. -
Noiva si sorprese.
I Goron erano una razza pacifica e generosa. Perchè questo cambiamento?
Uno dei soldati si avvicinò a Don Ardesio e gli riferì ciò che aveva fatto il ragazzo.
Il Patriarca mugolò qualcosa, un qualcosa che suonava molto adirato e fece un cenno ad altri due Goron di afferrare Noiva.
Quest'ultimo cercò di divincolarsi, ma davanti alla forza di quei due cedette.
Non poteva niente.
I due energumeni lo trascinarono in una stanza buia e afosa.
- Così impari a spiare le mosse altrui, Hylian! - gli gridarono.
Poi lo lasciarono solo, rinchiuso in quella cella di zolfo e calore.
Non c'era via di uscita.
La porta era composta da spesse lastre di ferro e c'era solo una piccola finestra con sbarre che lasciava entrare poca luce.
C'erano delle ombre, in un angolo della stanza.
I Goron non gli avevano tolto la spada e lo scudo, consapevoli del fatto che non poteva fuggire comunque.
E così, armato e in guardia, Noiva si avvicinò alle ombre.
Ma queste non si mossero.
Meno prudente, allungò una mano e sentì qualcosa di freddo e ruvido.
Afferrò il misterioso oggetto e lo portò sotto la luce: era un piccolo martello.
Lo soppesò: era piuttosto leggero e riusciva a tenerlo in una sola mano.
Poteva tornargli utile.
Ringraziò le Dee e si sedette contro la parete, riflettendo.
La porta era un ostacolo insuperabile, così come le pareti, di roccia durissima e spessa. La finestra era troppo piccola per permettergli di fuggire, una volta distrutte le sbarre. E poi, si trovava in cima alla Montagna, correva il rischio di precipitare.
Scosse lentamente la testa, cercando di trovare un modo di fuggire e capire cosa diavolo era successo ai Goron.

Intanto, la tribù aveva raccolto armi e protezioni, in vista della guerra.
Il Patriarca stava ideando un piano strategico con i migliori Goron, tra cui Dalboss, che sembrava piuttosto pensieroso.
- Cosa succede? - gli chiese Don Ardesio.
- Oh, stavo solo pensando a quell'uomo. - rispose l'ex-capo.
- Non ti convince più, forse? -
Dalboss scosse l'enorme testa.
- No. - disse. - L'ho già visto da qualche parte. Ricordo la sua voce e i suoi modi. -
Don Ardesio distolse lo sguardo dalla mappa di Hyrule che aveva davanti, e guardò intensamente l'amico Goron.
- Dove l'hai già visto? In quale occasione? - chiese, curioso.
- È questo che non ricordo. - ammise Dalboss. - Ma sono sicuro di conoscerlo. Non so, forse a qualche cerimonia tenuta dai reali per far incontrare le razze. -
Il Patriarca scosse la testa.
- Io ho sempre partecipato alle cerimonie tenute dai reali, insieme a te.
Mi ricorderei di quel bizzarro personaggio. Invece è la prima volta che lo vedo. -
Si interruppe per riflettere un momento, poi aggiunse:
- Dalboss, è possibile che abbia partecipato alla Riunioni Antiche, quelle che si svolgevano tanti anni fa, quando il Re era ancora vivo? Tu eri l'unico Goron che partecipava a quelle cerimonie. Io ancora non ti accompagnavo. -
Il Goron annuì, sorridendo ai ricordi, ma tornò subito serio.
- No. - disse con decisione. - Impossibile. È troppo giovane. Non può aver partecipato a quelle Riunioni! Risalgono a cinquant'anni fa! -
- Non lo abbiamo mai visto in volto. - gli ricordò Don Ardesio.
- È vero, ma la voce... appartiene ad una persona giovane e forte. Mi rifiuto di credere che abbia cinquant'anni e passa. -
Il Patriarca ammise che aveva ragione e, con l'ennesimo sospiro, tornò a studiare la mappa del Regno.

CONTINUA NEL CAPITOLO CINQUE