- Angelo e sire -

Racconto di Lafaiette

- Sopravvivenza -

La terra tremò di nuovo.
L'uomo seduto sulla collinetta osservava con cupa rassegnazione l'acqua invadere quello che, poche ore prima, era stato un regno di infinita e anziana bellezza.
Vicino a lui, una bianca lapide, quasi brillante sotto i colpi dell'ormai debole sole.
L'uomo si voltò a guardarla: nei suoi occhi non comparve nessuna nuova emozione.
Non provava alcuna tristezza per ciò che quella tomba rappresentava.
Una nuova scossa, più forte della precedente.
Strinse le mani sul caldo terreno, per provare almeno un pizzico di sicurezza in quel caos assurdo in cui era precipitato.
Pensò a sua figlia.
Ormai era lontana, trasformata in chissà quale modo.
Suo fratello divenuto anima per punizione.
Si sentì solo, terribilmente solo.
Vedeva davanti a sé la prateria che aveva tanto amato, ma gli sembrò di trovarsi in una sala cupa, orribile, senza via d'uscita, con un milione di problemi senza soluzione.
Chinò il capo e lasciò il cuore soffrire, piangere, disperarsi.
Mentre si asciugava le lacrime con la preziosa veste, udì dei passi.
Alzò lo sguardo e vide un giovane, vestito di una tunica argentata, splendente, aperta davanti, così da mostrare una maglietta e dei pantaloni del medesimo colore.
Aveva gli occhi blu e i capelli biondi, che ricadevano sulla fronte in due ciocche.
Sembrava un ragazzo, ma l'uomo sapeva che in realtà era anziano, ultimo testimone di un regno ormai scomparso.
Regno che stava per sparire nuovamente.
L'uomo sospirò con tristezza, aggrappandosi più forte alla terra a causa di un'altra scossa.
Il giovane lo fissava serio: dal suo volto privo di rughe non traspariva alcuna emozione.
"Che cosa succede, Eroe? Lasciami solo con il mio dolore." disse l'uomo, senza avere il coraggio di ricambiare lo sguardo.
"Il suo dolore, Maestà, è anche il mio."
Il sovrano emise una risatina ironica.
"Non mi sembra." replicò strofinandosi le mani con forza: provava un gran freddo. "Non piangi. Il tuo volto è di pietra. Come quella."
Indicò la lapide lì vicina.
"Sire, quella è una tomba. Io lo sono, forse?"
Con rabbia, l'uomo si voltò.
Non intendeva offendere l'Eroe del Tempo, ma quelle parole, aggiunte a tutto ciò che era accaduto, lo colmarono di una rabbia ardente, vertiginosa.
"Per favore!" esclamò, cercando di non urlare contro il giovane. "Lasciami in pace! Te ne prego!"
"Non posso. Neanche volendo."
"Perché?"
"Sire, lei cosa pensa?"
L'uomo chinò il capo e lo scosse lentamente.
"Non penso più nulla, Eroe. Ho perso tutto. Sono condannato in questo mondo sommerso, che un tempo è stato il mio regno. Cosa dovrei pensare e provare?"
"Non intendevo questo, Maestà. So cosa sentite dentro. Mi riferivo al perché mi trovo ancora qui con voi."
"Non ne ho idea."
"Aiuto."
Il re tornò a guardarlo, chiedendogli spiegazioni con lo sguardo perplesso.
"La devo e voglio aiutare. Non può farcela da solo. Quando sarà pronto, la lascerò."
Il sovrano scosse la testa.
"Perché mai dovrei sopravvivere? Non mi è rimasto niente, Eroe. Niente. Mia figlia, mio fratello... preferisco morire piuttosto che..."
Il ragazzo lo interruppe con decisa cortesia.
"Mi perdoni, sire, ma un re dovrebbe essere l'ultima persona a parlare in questo modo."
L'uomo si alzò di scatto, incapace di contenere la rabbia di fronte a quel giovane così calmo e pacato che lo rimproverava con quella dolcezza irritante.
"Io non sono più nessuno! Non cercare di farmi credere che c'è ancora speranza, perché non è così!"
L'Eroe aggrottò le sopracciglia.
Sembrava un poco confuso.
"Temo di aver sbagliato." disse, strofinandosi il mento con una mano. "Lei non può essere Daphnes, re di Hyrule. Se non sbaglio, era una persona molto coraggiosa e decisa. Voglia scusarmi, signore."
Si inchinò leggermente e cominciò a discendere la collinetta.
L'uomo lo osservò per qualche attimo, poi gli corse dietro.
"Aspetta, Eroe!" esclamò. Non osò toccarlo, ma solo sfiorargli la veste con una mano.
"Sì?" fece il ragazzo, voltandosi.
"Se sai cosa provo, allora non prendermi in giro. Le cose non sono facili."
"Maestà, non lo sono mai." sospirò l'Eroe, per la prima volta con un'espressione veramente triste.
Tornò però subito serio e portò le mani dietro la schiena, assumendo un aspetto un po' solenne.
"Come ho detto, verrò con lei e le insegnerò come vivere in un posto del genere. Quando potrà cavarsela da solo, ci diremo addio."
"Va bene."
"Per prima cosa..."
"Aspetta!" lo interruppe il re. L'Eroe tacque e attese, attento.
"Perché lo fai? Solo per ubbidire al volere delle Dee... oppure perché ti faccio una gran pena?"
"Lei non mi fa pena, sire."
L'uomo alzò gli occhi al cielo.
"Non hai risposto alla domanda, Eroe. Ti prego, non è proprio questo il momento per discorsi enigmatici."
"Lo faccio perché me lo hanno ordinato. Ma anche se non lo avessero fatto, l'avrei aiutata lo stesso." rispose il ragazzo.
"Ti ringrazio."
"Sire, aspetti a ringraziarmi. Dovrà darsi una bella svegliata."
Daphnes arrossì leggermente.
"Prego?"
L'Eroe scosse la testa, schiarendosi la gola, un poco imbarazzato.
"Mi perdoni, sire. Sarà meglio procedere."
Il re gli indicò con un gesto della mano il regno ormai devastato dall'acqua.
"Come faremo a muoverci in un luogo del genere?"
"Le Fate sono rimaste. Potremmo chiedere a loro."
In realtà, il re si aspettava qualcosa tipo "Non si preoccupi, la porterò io, posso volare" o "Dimentica i miei poteri, Maestà".
Quel giovane era l'Araldo delle Dee, in fondo. Perché mai si comportava come una persona qualsiasi?
Non chiese spiegazioni al ragazzo, ma replicò:
"E se non dovesse passare nessuno?"
"Allora resteremmo qui, sire, in attesa. Speriamo arrivi qualcuno, quindi. L'aria è diventata fredda."
L'Eroe si sedette sull'erba e intrecciò le mani sulle gambe.
Daphnes rimase in piedi vicino a lui e cominciò a scrutare il cielo ormai scuro.
Dopo un po', disse:
"Non vedo arrivare nessuno. Mi sono stancato di aspettare, cercherò una via sufficientemente percorribile."
L'Eroe del Tempo scosse la testa e gli fece cenno di rimanere dov'era.
"Sire, imparerà che la pazienza è una grande amica."
Il re sospirò, cominciando a stancarsi anche di quel ragazzo.
Perché era così irritante? Lo faceva apposta?
"Guardi." esclamò l'Eroe d'un tratto.
Gli indicò delle forme che volavano nel cielo.
"Sono Fate!" gridò il re.
"Sì. Provi a chiamarle."
Il sovrano gridò più volte, ma le Fate non si avvicinarono.
"Eroe, aiutami! Non ci vedono!"
Il giovane scosse la testa e si alzò in piedi, pensieroso.
"Ci hanno visti. Ma hanno paura."
Abbassò lo sguardo: l'acqua stava quasi per sommergere la collina, mancava poco ormai.
"Maestà, temo dovremo nuotare." disse l'Eroe del Tempo. "Ne è capace, vero?"
"Sì, sì."
Il ragazzo immerse una mano nell'acqua e rabbrividì.
"È fredda. Sire, desidera la mia tunica? La terrà più al caldo."
"No, grazie. Mi abituerò."
L'Eroe immerse le gambe nell'acqua e rimase immobile per qualche secondo.
Il suo viso era, come sempre, imperscrutabile.
Possibile che non mostri emozioni? pensò Daphnes, perplesso.
Mentre rifletteva sui comportamenti strani dell'Eroe, questi si tuffò e gli fece cenno di seguirlo.
"Aspettami!"
Il re immerse subito le gambe, ma gli sfuggì un grido, tanto era gelido quel mare.
L'Eroe lo aspettava più avanti, con quegli occhi seri e distanti che lo osservavano con calma.
Il re, imbarazzato da quello sguardo, cercò di resistere all'acqua e si lasciò cadere.
Per un attimo, gli sembrò di svenire: l'acqua era troppo fredda e sentì addirittura delle scottature lungo la pelle causate dal gelo.
Quando tornò in superficie, gli parve di vedere tutto avvolto in una luce bianca.
Si accorse di tremare e si chiese come facesse l'Eroe a resistere.
Poi si ricordò che era l'Araldo delle Dee e che lo stava anche aspettando.
Cercò di fare qualche bracciata, ma si sentiva stanco, debole.
Voleva abbandonarsi a quel gelo, quand'ecco che sentì due forti braccia sorreggerlo.
"Maestà, le avevo detto di prendere la mia tunica."
L'Araldo lo strinse e cominciò a nuotare senza mostrare fatica.
"Lasciami... ce la faccio..." mormorò il re, tossendo. Nonostante le sue parole, strinse un braccio attorno al collo dell'Eroe.
"Maestà, mi dispiace, ma non posso proprio ubbidirle."
"Ora l'acqua non è più fredda... Posso farcela."
L'Eroe scosse la testa e allungò una mano: solo allora il re si accorse che erano arrivati su un pezzetto di terra rimasto a galla, simile ad una piccola isola.
Con forza, il ragazzo si issò e aiutò Daphnes a fare lo stesso. Dopodiché, il sovrano sedette con un sospiro tremante.
"È pallido, sire." mormorò l'Araldo: nel suo tono, si poteva avvertire preoccupazione. "Prenda la mia tunica."
"Ti ho detto di no!" esclamò debolmente re. "Quest'acqua... è terribile... sembra impregnata di tristezza..."
Voltò la testa per osservare il mare che li circondava: era grigio, senza alcuna forma di vita.
"Dov'è il mio regno...?" mormorò Daphnes. Si coprì il volto con una mano e tacque.
Sentì l'Eroe muoversi e una mano sulla spalla.
"Le insegnerò io come nuotare in queste acque. Chiamiamola "prima prova"."
"Ma cosa devo fare qui? Il mio scopo... qual è?"
L'Araldo tolse la mano dalla spalle e strinse quella del re.
"Maestà, ricorda le mie parole, quando annunciai il volere delle Dee?"
"Sì. Chi lo desiderava poteva rimanere in questo mondo sommerso."
"Lei crede che tutti gli Hylian siano entrati nel Crepuscolo?"
Daphnes non rispose: non ci aveva mai pensato.
"Vuoi dire... che Hyrule è ancora... viva?"
L'Eroe del Tempo si strinse nelle spalle e lasciò la mano del re.
"Questo si vedrà con il tempo, sire."
Daphnes chinò il capo, pensieroso.
Continuava a tremare e non riusciva a scaldarsi: l'aria fredda era una tortura!
L'Eroe del Tempo si accorse del suo problema, si tolse la sua tunica preziosa e gliela gettò sulle spalle.
"Con questa starà bene."
"Ma tu sentirai freddo, Araldo."
"Non si preoccupi."
Improvvisamente, udirono delle voci sopra le loro teste.
Erano le Fate che avevano scorto poco prima.
"Tu sei l'Eroe del Tempo!" gridò una.
"Perdonaci, non ti avevamo riconosciuto!"
Volarono da loro e si inchinarono.
Quella che sembrava la più anziana, aveva i capelli corti, neri, l'altra ricci e biondi.
Vestivano corti abiti colorati e le loro ali brillavano sotto la luce delle stelle, spuntate da poco nel cielo.
Alla vista del re, le Fate si inchinarono di nuovo.
"Maestà, siamo liete di vederla. Peccato in una Hyrule così triste e..."
"Perché siete rimaste?" interruppe l'uomo.
Quella con i capelli corti sorrise, gioiosa.
"Finché continueremo a riporre speranza, Hyrule non cesserà di esistere."
"Anche se ormai sommersa" continuò l'altra Fata "noi costruiremo la superficie che la custodirà."
"Chi altro è rimasto?" continuò Daphnes, commosso.
"I Goron. Abbiamo anche visto gli Zora dirigersi a nord, ma non sappiamo cosa vogliano fare."
Intervenne l'Eroe del Tempo.
"Il vostro amore per Hyrule è una bella cosa. Sono felice di sentire queste parole. Che le Dee vi assistano."
Disegnò un triangolo in aria con l'indice ed il medio e continuò:
"Ora, se non vi è di troppo disturbo, posso chiedervi di trasportarci in un luogo sicuro?"
Le due Fate si guardarono e annuirono.
"Certo, Eroe. C'è un'isoletta piuttosto grande, con un boschetto ed un ruscello. Lì starete bene."
Li afferrarono per le braccia e spiccarono il volo.
Dall'alto, il re poté rendersi conto che alcuni lembi di terra erano rimasti a galla e offrivano rifugio e cibo in abbondanza.
Non vide, però, altre forme di vita e questo lo spaventò.
L'isoletta sulla quale atterrarono non era colpita dal vento gelido e ospitava alberi da frutto e il piccolo ruscello di cui avevano parlato le Fate.
Le ringraziarono per averli portati lì e le osservarono volare via silenziosamente.
"Dovrà imparare a sopravvivere, sire." disse l'Eroe, guardandosi attorno. "Non tutto può essere mangiato o bevuto."
Gli indicò un frutto a terra.
"Questo, per esempio. Lo mangerebbe?"
Daphnes lo osservò.
Era una sorta di mela, gialla, dall'aspetto morbido, con qualche macchia scura.
"Sembra buono." ammise.
"Se lo mangiasse, morirebbe all'istante."
Il re arretrò lentamente, sorpreso.
"Non credevo che a Hyrule esistessero simili cose."
"Con la Grande Inondazione parecchio è cambiato."

Per il resto della giornata, l'Eroe del Tempo insegnò a Daphnes come riconoscere il buono dal cattivo, il velenoso dal curativo.
Il re, verso sera, si dichiarò stanco di girare per il boschetto, e si sedette su una roccia, osservando con cupa irritazione i vestiti sporchi di terra.
L'Eroe notò il suo sguardo e si lasciò sfuggire un breve e raro sorriso.
"Con un bel bagno andrà via, Maestà."
Il pensiero dell'acqua malefica che li circondava, spaventò il sire, che scosse la testa.
"Dovrà bagnarsi di nuovo, temo. Non dobbiamo rimanere qui." disse il ragazzo, captando anche quel profondo disagio.
"Perché no? C'è tutto quello di cui abbiamo bisogno!"
"È questo il punto. Deve imparare a cavarsela con poco o niente. Hyrule non offre più nulla."
Il re sospirò.
Non aveva voglia di fare niente.
Desiderava solo sdraiarsi a terra, chiudere gli occhi e magari morire, per non vedere più quella desolazione, per non udire più quelle parole distanti, benché gentili, pronunciate con tanta calma.
Mentre si abbandonava a quei pensieri, gli venne in mente un racconto che aveva sentito da bambino.
Riguardava proprio l'Eroe del Tempo che gli sedeva davanti, con i capelli biondi e sottili mossi dal vento freddo e gli occhi blu, quasi privi di vita, quella vera, che fa sorridere non appena la si incontra.
Non era la persona di cui narravano le leggende: sembrava più una scultura di ghiaccio, che le Dee avevano trasformato in carne, che parlava e dava saggi consigli. Ma non possedeva l'animo caldo e gioioso con cui veniva descritto nei libri antichi, quell'animo che aveva salvato Hyrule.
Lo aveva perso con la morte e con quel nuovo ruolo sacro che gli era stato affidato oppure le leggende mentivano, e in realtà quel giovane, anche durante la sua vita, era stato così imperscrutabile, lontano anni luce dal resto del mondo?
Il re dimenticò per un attimo il racconto e si concentrò solo su quella figura triste, sola, desolata, arida.
Ispirava saggezza, calma, sicurezza, ma anche infelicità, quasi palpabile.
Lo spaventava.
Al tempo stesso, però, voleva conoscerlo di più, anche se significava esplorare un abisso profondo.
"Eroe..." mormorò.
Il giovane, che si era messo ad osservare gli alberi intorno senza alcun accenno di curiosità o di qualsiasi altra emozione, si voltò lentamente e attese.
"Posso farti una domanda, Eroe?"
"Mi dica."
"Tu sei stato il Generale Supremo delle Guardie di Hyrule, in vita, vero?"
L'Eroe del Tempo non rispose subito.
I suoi occhi rimasero immobili per un attimo, come ipnotizzati da qualcosa, poi sbatté le palpebre due volte e infine le abbassò, nascondendo l'iride blu alla vista del sovrano.
"Sì." rispose in un soffio.
"Puoi raccontarmi qualcosa di quei giorni? Sono curioso."
"Non c'è nulla di interessante da raccontare, sire."
Riaprì gli occhi.
"Se proprio desidera, però... chieda pure."
Daphnes sorrise e cominciò:
"Com'era il Regno, allora? Cosa facevi? Raccontami qualche aneddoto! Qualsiasi cosa, mi interessa tutto!"
L'Eroe del Tempo sembrò non aver sentito, perché rimase in silenzio per molti secondi.
Il re si stava chiedendo se stesse bene, quando finalmente il giovane proferì parola:
"Hyrule era bella, viveva in pace e le razze si aiutavano a vicenda. La vita era tranquilla, a parte qualche piccolo problema ai margini del Deserto. La principessa Zelda di quel tempo era salita al trono dopo la morte del padre ed eravamo grandi amici."
Si interruppe, scuotendo la testa.
"Come può vedere, sire, non c'è molto da dire."
Ma Daphnes non si diede per vinto.
"I testi parlano di una guerra. È vero?"
L'Eroe del Tempo si irrigidì.
"Una guerra?" ripeté, il tono quasi divertito. "Non ricordo bene."
"Causata da alcuni fedeli di Ganondorf. Dopo il suo imprigionamento, si creò un piccolo esercito che intendeva liberarlo. Vivevano nel Deserto e cercarono più volte di attaccare il Tempio del Tempo. È così? Ora ricordi?"
Il ragazzo distolse lo sguardo dal re e non rispose, limitandosi a confermare le parole del re con il silenzio.
Il sovrano sorrise, sempre più curioso.
"Non si dice come tu sia morto. Se non ti è di troppo disturbo, puoi raccontarmi come avvenne? Quanti anni avevi?"
L'Eroe del Tempo si alzò dalla dura roccia e cominciò a raccogliere rami dal terreno gelato.
"Accendiamo il fuoco." mormorò.
Il re lo aiutò, lasciando da parte per un attimo le sue domande; ma quando la fiamma scoppiettò allegra davanti ai loro occhi, ripeté le sue curiosità.
L'Eroe sembrò in imbarazzo ed il volto, illuminato di rosso e d'oro, sembrò molto stanco.
"Sire, non sarebbe meglio riposare? È notte."
"Non ho sonno."
"Come vuole."
L'Eroe del Tempo si sistemò meglio sulla roccia e finalmente cominciò a narrare.
"Ci fu una guerra... sì, ora ricordo. Ganondorf aveva un seguito di demoni molto fedeli. Questi cercarono di rubare le Pietre Ancestrali dal Tempio del Tempo, per entrare nella prigione ove era rinchiuso. Riuscimmo a fermarli molte volte, ma una notte furono in grado di entrare nel Tempio... ma non presero le Pietre."
"Perché?"
L'Eroe del Tempo si strinse nelle spalle, prese un bastoncino e cominciò a giocherellare con la polvere.
"Qualcuno li fermò. Io morii quel giorno, a trentadue anni. Mi uccise un demone mentre tentavo di difendere della povera gente. Non erano mai penetrati in Città, ma quella volta ci riuscirono e fecero una strage. Per fortuna, però, Ganondorf non fu liberato e, secoli dopo, fu esiliato nel Regno del Crepuscolo, con le conseguenze che ormai dovrebbe conoscere."
Il re, però, non sembrava convinto.
"Ti uccise un demone?" fece scettico."Non possedevi la Triforza del Coraggio?"
"La Triforza non protegge il proprio detentore. Il colpo mi arrivò alle spalle e morii." tagliò corto il giovane.
"Ma chi protesse le Pietre? Non lo sai?"
L'Eroe si alzò, i pugni serrati.
Il re temette di averlo fatto arrabbiare, ma quando lo guardò in viso per chiedergli scusa, notò che era calmissimo, come al solito.
"Maestà, la prego, riposiamo. Sono esausto."
"Sì. Scusami, hai ragione. Non ho pensato a te."
Si rese conto di avere ancora indosso la sua tunica argentata, che alla luna splendeva e mostrava i suoi ricami misteriosi.
"Riprendila. Non sento più freddo." disse porgendola al ragazzo; questi piegò leggermente il capo e la prese.

Quella notte, Daphnes si svegliò di soprassalto.
Non ricordava l'incubo che l'aveva destato in quel modo, ma avvertiva nell'animo un'inquietudine molto grande.
Voltò il capo per osservare l'Eroe che dormiva accanto a lui, sdraiato sulla terra dura.
Per la prima volta, gli sembrò indifeso, un ragazzo qualunque vestito con una tunica argentata.
Tornò a dormire o almeno ci provò: rimase per molte ore con quella sensazione nel cuore, senza riuscire a chiudere occhio. Era l'alba quando finalmente il sonno lo colse.

Fu costretto dall'Eroe ad alzarsi qualche ora dopo.
"Sire, non sta bene?" gli chiese il giovane, pulendosi la veste dalla terra.
"Non ho dormito molto."
"Mi spiace. Posso sapere il motivo?"
"Non lo so neanche io. Credo un incubo."
L'Eroe si tolse un po' di terriccio dal volto e annuì.
"Vedrà che questa notte andrà meglio. Cerchi di non pensare a cose brutte. Non va poi così male."
Il re abbozzò un sorriso e osservò l'acqua gelida che abbracciava completamente l'isolotto.
Il sorriso scomparve.
"Dovrò imparare davvero a nuotare in questo mare? Lo odio."
"Ci provi, almeno. Non potremo sempre chiedere aiuto alle Fate, non trova?" replicò il ragazzo.
Lo condusse vicino alle fredde onde e gli fece toccare l'acqua con la punta delle dita.
Il sovrano rabbrividì e sentì l'orribile sensazione di quella notte tornare all'attacco.
"Non ce la faccio. È spaventosa."
Guardò negli occhi l'Eroe e gli domandò, con ammirazione:
"Tu come ci riesci?"
"È difficile anche per me, Maestà. Avanti, provi ad immergere tutte e due le mani."
Daphnes tentò e ritentò più volte, ma invano.
Quel mare era un ostacolo troppo grande per lui.
Non osava guardare in volto l'Eroe perché temeva di averlo deluso: ma fu proprio lui a dargli una pacca sulla schiena e a sorridere per qualche secondo.
"Non si preoccupi. Troveremo un altro modo."
"Perdonami. Non ce la faccio proprio."
"Le ho detto di stare tranquillo. Le Fate sono nostre amiche, ci aiuteranno."

Tre giorni dopo, nonostante numerose prove, il re temeva ancora quel mare di lacrime, tristezza e gelo.
Non riusciva a toccarlo e la sua vista lo rendeva inquieto.
Il quarto giorno, mentre sedevano davanti al fuoco, l'Eroe del Tempo si lasciò scappare una cosa.
"Anche io non resisterei molto in questo mare. È complicato nuotarci anche per me." disse.
"Perché è così... terribile?"
"Non lo so, sire. Però ha ragione: è terribile."
Il re allungò le mani verso la fiamma per scaldarsi.
"Sai, Eroe, non ti immaginavo così." ammise, un po' rosso.
"No?"
"Ti credevo..." ma non ebbe il coraggio di proseguire e chiese scusa.
"Non si crei problemi, Maestà." lo tranquillizzò il ragazzo. "Mi dica ciò che pensa."
"Le leggende parlano di te descrivendoti allegro, portatore di gioia... però, senza offesa, mi sembri molto freddo, silenzioso, non sorridi mai."
Tacque per qualche secondo, poi:
"Perché?"
L'Eroe non rispose. Guardava la fiamma che ardeva con coraggio, sfidando il vento freddo, e si accarezzava una lunga manica della veste.
Dopo un poco, disse:
"Le mie missioni non sono più quelle di una volta."
Alzò la testa e la scosse lentamente, quasi con incredulità.
"Perché la incuriosisco così tanto?"
Daphnes rise, perché quella domanda gli sembrava molto ingenua.
"Sei l'Eroe più acclamato di Hyrule, è logico che voglia saperne di più su di te!"v Il giovane tornò a chinare la testa, come rassegnato.
"Per favore, raccontami altro!" lo pregò il re.
"Sì, anche a noi!"

Erano cinque Fate.
Due di loro erano quelle che li avevano trasportati sull'isolotto.
"Vogliamo conoscere veramente bene le sue gesta!" esclamò una.
"Ci dica ogni cosa che la riguarda!" esclamò un'altra, ridendo.
L'Eroe sembrò imbarazzato, in difficoltà di fronte a quella richiesta e arrossì.
"Preferisco di no."
"Avanti, non fare così!" disse il re e lo tirò con garbo per una manica.
"Amici, vizietti, passioni... ci dica tutto! I libri di storia sono così noiosi!" fece una Fata.
Il ragazzo sospirò, sperando che il suo silenzio soffocasse l'entusiasmo dei suoi assillatori.
Un'immagine ben definita, vivida, gli passò per la mente.
Rabbrividì e divenne pallido.
Il Re si accorse di questo cambiamento e cercò di cambiare discorso: evidentemente l'Eroe era turbato da quell'argomento. Il perché ancora non se lo spiegava, ma doveva essere così.
Le Fate, però, erano cocciute e non vollero perdersi d'animo: continuarono con il loro giro di domande, ma senza risultati.
L'unico fu quello di peggiorare lo stato d'animo del giovane, il cui viso era sempre più bianco.
I suoi occhi non trasmettevano sofferenza o disagio, come al solito, ma solo calma e tranquillità; il re, invece, si preoccupò.
Avvertì l'inquietudine di quella notte assalirlo di nuovo.
Strinse la mano dell'Eroe e gli sussurrò, mentre le Fate discutevano su chi dovesse fare la prossima domanda:
"Vuoi che ci allontaniamo?"
"No. Grazie." rispose l'Eroe.
Chinò leggermente il capo, con stanchezza e tristezza, pensando a chissà quali misteri che la mente del re non poteva capire.
Forse era proprio questo che rendeva triste il ragazzo: l'impossibilità di essere compreso da qualcuno.