- Angelo e sire -

Racconto di Lafaiette

- Ricordi -

Il sogno che faceva ogni notte era brutto, triste, ma allo stesso tempo gli ricordava tante cose belle, dolci, felici.
Tutto era avvolto nella luce.
Proveniva da chissà dove, forse dall'alto, forse dal basso.
O forse nasceva da tutti i punti di quel mondo strano, con colonne che si levavano nel cielo, fino a toccare quelle che sembravano nuvole.
C'era un ponte: all'estremità destra, un portone malandato, con incisioni particolari e i cardini arrugginiti.
Dall'altra parte, un portone completamente diverso: magnifico, dorato come la luce che lo sfiorava dolcemente, e le sue incisioni erano delicate, solenni, ma allo stesso tempo semplici.
Lui si trovava sempre vicino al portone vecchio e malandato, incerto sul da farsi.
Sapeva che voleva con tutto il cuore giungere dall'altra parte, ma sapeva anche che era complicato, terribilmente complicato.
Muoveva i primi passi e già si sentiva insicuro, senza forze.
Ma non demordeva e continuava la sua marcia coraggiosa: la luce diventava più abbagliante e gli occhi cominciavano a dolere.
Possibile che in un luogo del genere esistesse il dolore?...
Se lo chiedeva ogni volta che il sogno prendeva forma nella sua mente.
Mentre la distanza diminuiva, cominciava a intravedere ciò che veramente gli stava a cuore.
Non era il portone dorato, no, era quella figura immobile, alta, forse dalla forma un po' strana.
Più si avvicinava, più quella figura diventava chiara.
Aveva i capelli neri, corti, vestiva come un soldato: ecco perché la sua forma era buffa.
L'armatura lo rendeva così, visto da lontano.
Ma il viso! Quello non riusciva mai a vederlo, neppure la bocca o il naso, nulla!
Per colpa di quella luce simile ad una coperta, il viso di quella persona rimaneva celato.
E lui non poteva rivedere quegli occhi, se non con l'ultima immagine che gli era rimasta impressa nella mente.
Due occhi colmi di dolore, di triste speranza.
Avrebbe voluto dimenticarli e mettere al loro posto i due occhi gioiosi, infantili che tanto aveva amato.
Ma non ci riusciva e se la luce avesse continuato a splendere non li avrebbe più rivisti come voleva...
Cominciava a correre, nonostante quei raggi maledetti che lo accecavano.
Inciampava, si rialzava coraggiosamente, trovando la forza nel desiderio di rivedere quella persona.
Anche questa gli correva incontro, ma ad un certo punto il ponte si rompeva.
Così, all'improvviso, come per impedire che i due potessero ritrovarsi.
E lui cadeva, cercando di aggrapparsi all'altra metà del ponte, ma invano: la roccia gli tagliava le mani e la parte che cadeva con lui lo feriva alla schiena con i suoi pezzi di ferro staccatisi dagli altri.
Lacero e sanguinante, come ultima immagine di quel sogno insensato vedeva quella persona che si sporgeva disperata, ma il viso era come sempre celato dalla luce, che un tempo gli fu tanto cara.

Si svegliò di colpo, madido di sudore freddo.
Sentiva la foresta vivere, muoversi, crescere intorno a sé.
Il re, poco distante da lui, dormiva profondamente.
Alzò lo sguardo verso il cielo e si accorse che era quasi l'alba.
Si strinse la tunica argentata al corpo: il vento gelido soffiava senza pietà e lui era sudato fradicio.
Ben presto cominciò a tremare e desiderò, con tutto il suo cuore, un letto caldo e un camino.
Sentì il re muoversi, ma non si voltò; posò la guancia sulla terra ghiacciata e restò in silenzio.
Una mano gli toccò la spalla.
"Stai bene, Eroe?" chiese una voce impastata dal sonno.
"Sì, Maestà. Torni a dormire."
"Hai freddo, stai tremando! Vuoi la mia veste?"
"No, grazie. Riposi, tra poco dovremo cambiare isola."
La mano scivolò lentamente via e, poco dopo, il re era già sprofondato nel sonno.
L'Eroe rimase in quella scomoda posizione, aspettando che il vento cessasse di soffiare.
Forse si addormentò, ma fu svegliato quasi subito dai versi di alcuni uccelli.
Decise di alzarsi: inutile rimanere lì a far niente.
Uscì dal boschetto, si avvicinò alla riva dell'isolotto e si bagnò il volto con l'acqua terribile che il sovrano tanto detestava.
Guardò il suo riflesso e sospirò.
Come gli era sembrato nobile, tanti secoli prima!
Ora invece si sentiva...
"Eroe, già sveglio?"
"Sì. Dobbiamo andarcene. Non abbiamo più niente da fare qui. Ha imparato perfettamente come riconoscere i cibi commestibili da quelli che non lo sono."
"Cosa devi insegnarmi, ora?" domandò il re avvicinandosi al ragazzo.
"Come curare ferite e cose del genere."
Il sovrano lo osservò con preoccupazione: il giorno precedente erano riusciti a sfuggire alle domande impetuose delle Fate, ma l'Eroe era diventato ancora più silenzioso e triste.
In lui erano stati risvegliati ricordi lontani e dolorosi, di questo il sovrano era certo.
Lo toccò delicatamente con una mano sul braccio.
Il giovane si voltò lentamente e attese una richiesta.
"Stai bene?"
"Sì."
L'Eroe tornò a guardare l'acqua, ma nel farlo mormorò:
"Avevo molti amici."
"Come?"
"Avevo molti amici." ripeté il ragazzo, sfiorando l'acqua con la punta delle dita.
Il re si fece più attento, felice che l'Eroe del Tempo condividesse il suo passato con lui.
"Ero diventato Generale Supremo delle Guardie di Hyrule. La principessa stessa aveva guidato la mia cerimonia di investitura. Mi affidò un gruppetto. E diventammo amici."
Alzò lo sguardo dall'acqua e osservò l'orizzonte rosato.
"C'era Leys, un vero e proprio genio. Adorava i libri."
L'Eroe sorrise debolmente e questa volta il suo sorriso era vero, non una semplice maschera di cortesia.
"C'era Antar, così serio e deciso. Si allenava sempre con la spada."
Il sorriso svanì subito e gli occhi dell'Eroe si fecero ancora più infelici.
"E infine... c'era..."
Daphnes annuì per farlo continuare, lo sguardo puntato sul volto del ragazzo.
"C'era Mark."
Il re attese un commento anche su questo amico, commento che però non arrivò.
"Non aveva... nessuna particolarità?" domandò il sovrano, provando un'amara vergogna, come se stesse violando i segreti più intimi di una persona.
"Oh, ne aveva molte." rispose l'Eroe, riportando l'attenzione sul mare gelato. "Lui..."
Si interruppe: sembrava in lotta con un mostro interiore troppo potente.
"Era il fratello minore di Antar. Era tutto il suo contrario. Era un ragazzino, aveva appena diciotto anni. Allegro, pieno di vita, gioioso. Rideva in qualunque momento, vedeva del buono in chiunque, anche nella peggiore situazione."
La vergogna del re divenne odio verso se stesso.
Non doveva insistere su quegli argomenti... ma sentiva di non poterne fare a meno, trovandosi di fronte un personaggio del genere, che aveva cambiato le sorti di Hyrule e scritto una parte della sua storia più importante.
"E poi?"
L'Eroe sembrò svegliarsi da uno stato di trance e batté gli occhi due volte, prima di rispondere.
"Non c'è altro."
Ma il suo volto, per la prima volta, mostrava qualcosa: una bugia malcelata.
Il re se ne accorse e la sua espressione si fece dura.
"Se non vuoi dirmelo, non importa." disse gelidamente.
A quelle parole, l'Eroe sembrò come colpito da uno schiaffo e arrossì leggermente.
Era la prima volta che Daphnes lo vedeva in difficoltà.
La cosa lo rendeva insicuro, ma lo faceva anche ridere, stranamente.
"Non è così..." mormorò il giovane, torturando la veste stringendola e tirandola come se non trovasse pace. "È solo che..."
Tornò, d'improvviso, l'Eroe che il re conosceva, serio e distante.
"La mia vita passata non la deve interessare: non le sarà di alcun aiuto, qui. La dimentichi."
Avvicinò il suo viso a quello di Daphnes e l'uomo vide, nei suoi occhi blu, una stilla di rabbia, simile ad una piccola sorgente che, se stuzzicata, sarebbe cresciuta fino a diventare un fiume in piena.
"Mi lasci in pace." sussurrò l'Eroe con la sorgente d'ira negli occhi.
Si alzò e tornò nel boschetto, lasciando il re sulla riva.

Ricordava bene la parte militare della Città: le mura alte e resistenti, gli ambienti in pietra e legno scuro, l'odore di paglia e di antico.
Non sapeva neppure lui come spiegare quella fragranza: proveniva dalle pareti, dal terreno, come se il tempo fosse penetrato in ogni cosa.
Rammentava i volti dei fabbri che creavano armi e armature, che lo salutavano con gli strumenti in mano, ammirandolo.
Ricordava anche le mogli gentili che portavano dolcetti non solo ai loro mariti, ma anche a tutte le altre Guardie.
Anche lui aveva ricevuto quelle leccornie, ricordava addirittura i loro sapori che lo facevano impazzire.
Leys si lavava subito le mani, per paura di sporcare di glassa i suoi preziosi libri.
A causa di una spinta, un giorno ad Antar era caduto il dolce che una vecchietta gli aveva generosamente offerto dopo aver fatto visita al nipote.
Lui gli aveva dato il suo, ridendo del suo imbarazzo.
Il cuore dell'Eroe accelerò i battiti quando si ricordò di Mark.
Era goloso come un bimbo, con gli occhi dolci e tristi andava da tutti i soldati che avevano ricevuto qualcosa per ottenere qualche altro pezzettino di cibo.
Era il più giovane del campo e, bene o male, rimediava sempre qualcosa.
A lui non chiedeva mai niente.
Una volta, aveva detto, rossissimo: "Non sarò certo io a togliere il cibo di bocca all'Eroe del Tempo!"
Lui lo aveva rimproverato senza rabbia, dicendogli di smetterla con quelle sciocchezze.
Ma Mark aveva scosso con decisione la testa, con il viso rabbuiato e scarlatto, ed era rimasto zitto.
Ricordava quando quel ragazzo era troppo giovane per entrare a far parte delle Guardie di Hyrule.
Antar montava sul cavallo, sotto lo sguardo triste e deluso del fratellino, lo salutava con la mano e raggiungeva gli amici che lo aspettavano lì vicino.
L'Eroe aveva impresse nella memoria le espressioni che faceva Mark quando il fratello gli ripeteva per l'ennesima volta che era troppo giovane e inesperto.
Quando il giorno fatidico dell'investitura era arrivato, il ragazzo era rossissimo, tremava e capiva a malapena ciò che gli diceva la principessa Zelda.
E quando lo avevano assegnato alla squadra dell'Eroe del Tempo, di cui faceva parte anche suo fratello, aveva gridato di felicità sino a quando Antar non lo aveva zittito con un colpo sulla nuca.

L'Eroe si riscosse dai ricordi.
Sapeva che era pallido come uno straccio e cercò di calmarsi.
Non doveva pensare a certe cose. Non più, gli faceva solo del male.
Si strinse la testa tra le mani, disperato, e aspettò qualche minuto, sperando che non arrivasse il re.
Doveva infondergli sicurezza, in quel difficile periodo, nient'altro.
E già si era lasciato sfuggire troppo dolore, troppi ricordi!
"Dimentica quelle cose... è passato, non deve interferire con il presente! Calmati!" si disse, dondolandosi avanti e indietro, seduto sulla solita roccia.
Sentì dei passi, alle sue spalle, e si alzò di scatto, ancora pallido e tremante.
"Eroe, dove sei?" la voce del re attraversava i rami degli alberi per giungere a lui. "Perdonami, non volevo offenderti!"
"Sono qui." rispose il ragazzo. Il sovrano comparve da dietro un cespuglio e sorrise.
"Non sei offeso?"
"No."
Daphnes si avvicinò, si pulì gli abiti dalle foglie e chiese:
"Dobbiamo aspettare le Fate?"
"Sì."
Quelle risposte monosillabi non convinsero Daphnes: l'uomo però non chiese più nulla al ragazzo.
Attesero per ore che qualche Fata passasse sopra il loro isolotto: finalmente riuscirono a lasciare quel luogo e si fecero portare su un'isola più grande, ospitale e calda.
"Per oggi lasciamo perdere gli insegnamenti." disse l'Eroe, più allegro. "C'è molto tempo."
Il re annuì, grato: non aveva voglia di ascoltare lezioni su come curare le ferite o cose simili.
Preferiva sedersi e osservare il cielo, che era diventato più azzurro e bello, perdendo il suo colore grigio, noioso.
L'Eroe lo raggiunse dopo aver acceso un fuoco.
"Dobbiamo battere la paura per quest'acqua..." disse il ragazzo, osservando il mare.
A quelle parole, il re impallidì e scosse la testa.
"No, assolutamente. Non ce la faccio. È..."
"Lo so, ma le Fate non potranno aiutarci per sempre."
Il sovrano si sentì invadere da una grande rabbia: lui era l'Eroe del Tempo, era normale che tutto gli sembrasse così facile, così stupido.
Ma lui era un semplice uomo, non proveniva dal Regno Sacro, cosa si aspettava?
Si alzò di scatto, rosso in viso, e cominciò a dire, con ira, senza preoccuparsi di avere davanti l'Araldo delle Dee:
"Tu sarai anche in grado di affrontare qualsiasi cosa, ma io no! Sei saggio, coraggioso, non ti spaventa nulla! Continua pure così, ma non credere che io sia come te! Io ho delle debolezze e queste almeno mi rendono umano!"
L'Eroe non rispose a quelle parole.
Continuò a guardarlo con la solita espressione seria e imperturbabile e non disse niente.
Questo fece infuriare ancora di più Daphnes, che continuò:
"Qual è il tuo problema? Ti credi superiore? Forse lo sei, è vero, ma non è giusto essere così falso e distante, come se io fossi feccia! Sei l'Eroe del Tempo, porta rispetto, dai il buon esempio!"
"Certamente dovrei dare un buon esempio a lei." replicò il ragazzo, freddamente. "Lei è molto ingrato, sire."
"Ingrato?" ripeté il sovrano, guardandolo quasi con odio. Non avrebbe mai immaginato una cosa del genere e invece stava accadendo. Sentiva che forse stava sbagliando, ma quello sfogo lo faceva sentiva più vivo che mai.
"Sì, ingrato." confermò l'Eroe, senza mostrare ira o dolore. "È un peccato."
"Tu non mi sei di alcun aiuto!" gridò Daphnes. "Anzi, mi rendi ancora più cupo. Non sai far altro che dare freddi consigli; perché non provi a capire come mi sento dentro, invece di spiegarmi quali cibi mangiare?"
"Non posso lasciarla sola, Maestà." disse l'Eroe, scuotendo la testa bionda. "Devo venire con lei."
"Non credo proprio. Ti ordino di andartene. Posso farcela benissimo da solo."
"No. Ricorda quando attraversammo per la prima volta quest'acqua? Mi disse di non aiutarla, Maestà. Io cosa risposi?"
Daphnes sbuffò.
"Che non potevi ubbidire."
"Sì. Non posso neppure ora, sire. Mi spiace."
Il re si chinò e lo afferrò rudemente per un braccio.
"E tu, Eroe, ricordi cosa mi hai detto qualche ora fa?"
Il giovane arrossì leggermente, ma non diede risposta.
"Lasciami in pace." sibilò Daphnes, gli lasciò il braccio e si allontanò a grandi passi, il volto rosso di rabbia.

"Quante volte ti ho detto di non impicciarti?! Li hai sporcati!"
"Sei proprio fissato con questi libri! Volevo solo dargli un'occhiata!"
"Ti ho ripetuto almeno un milione di volte che devi avere il mio permesso per farlo! Sono preziosi!"
Antar sbuffò, seccato, e gliene porse uno che era sfuggito alla sua vista.
Leys lo prese con delicatezza e rabbia insieme e lo ripose vicino agli altri volumi, su un tavolo basso.
"Basta litigare."
Antar e Leys arrossirono e annuirono, rivolti alla persona seduta sul letto, dall'altra parte del piccolo alloggio.
L'Eroe rise, vedendo le loro espressioni piene di vergogna.
"Sembrate due bambini! Antar, lo sai che ama quei libri, non li toccare!"
"Ma Eroe! È il fascino della cultura!" scherzò il soldato, scatenando la rabbia dell'amico dai capelli color paglia.
"Non prendermi in giro! Sono veramente colmi di una sapienza che neppure immagini!"
Finse di offendersi e si sistemò, a testa alta, gli occhialini rovinati.
"Sei l'unico, insieme a me, che sappia usare la magia, Leys." disse l'Eroe, alzandosi. "Non ti sta prendendo in giro, questo simpaticone."
Diede una pacca amichevole sulle spalle robuste di Antar e si guardò attorno.
"Dove sono?"
Leys capì e gli mostrò una cassa, appoggiata al muro.
L'Eroe ringraziò e l'aprì, sorridendo.
"Grazie, Leys!"
Erano alcune mappe dettagliate che rappresentavano le zone più importanti di Hyrule.
Le aveva disegnate Leys stesso, con cura e pignoleria.
"Vanno bene?" chiese, mentre Antar osservava le mappe da sopra la spalla dell'Eroe.
"Sì, bellissime!" esclamò il Generale. Le mostrò ad Antar, che annuì, e le posò sul letto.
"Vado in infermeria." disse improvvisamente l'Eroe.
Leys sorrise.
"Per Mark?"
Intervenne Antar:
"Io ci sono appena stato. È pallido come un morto, quello scemo."
Era imbronciato, ma sia l'Eroe sia Leys sapevano bene che era preoccupato.
"Si riprenderà in fretta, vedrai." disse il soldato sistemandosi di nuovo gli occhiali.
"Ha ricevuto una bella ferita, in quello scontro." lo ignorò Antar, tornando vicino al tavolo.
"È un ragazzo robusto." replicò l'Eroe. "Tra pochi giorni starà bene."
Antar lo osservò, divertito.
"Non fa altro che parlare di te, Eroe. Però si vergogna a farti chiamare in infermeria."
Il Generale sorrise.
"Motivo in più per andarci."

Mark giaceva in un caldo letto bianco, i capelli neri sparsi sul cuscino, il volto pallido e gli occhi arrossati.
L'Eroe sedeva vicino a lui, piegato leggermente in avanti, le mani intrecciate, e lo osservava.
"La febbre ti passerà tra poco, vedrai. Pazienta."
Il ragazzo annuì con decisione, ma in fondo al suo sguardo si intravedeva una grande preoccupazione che cercava invano di nascondere.
Dalla spalla sinistra in giù era completamente ricoperto di bende.
Durante un attacco da parte dei Ribelli, era stato ferito ad un fianco e alla spalla.
Era riuscito a mettersi in salvo, ma era presto svenuto e lo avevano portato di corsa in Città.
Era rimasto incosciente a causa della febbre alta per molti giorni: quando si era svegliato, la vista del sangue che macchiava le bende lo aveva spaventato a morte.
L'Eroe gli aveva portato un libro da leggere, per passare il tempo, ma Mark sembrava inquieto.
Quando era entrato il suo volto bianco quanto le lenzuola, era diventato rossissimo e aveva sorriso.
Ben presto, però, era di nuovo tornato muto e serio.
"Mark, non temere, guarirai presto!" cercò di calmarlo l'Eroe, toccandogli delicatamente un braccio.
"Non è questo, Eroe." ribatté il giovane. Sembrava ancora più piccolo, con quel viso colpito dalla sofferenza e dalla febbre.
"Allora cosa?"
"Quando Antar è venuto a farmi visita, ha cominciato uno strano discorso."
L'Eroe si fece più attento, la mente colpita da un terribile dubbio che il cuore non voleva accettare.
"Ha detto che non sono portato... per fare la Guardia Reale." Mark sembrò sputare quelle parole come veleno.
Non guardava il Generale, forse perché temeva di vedere una conferma delle parole del fratello nei suoi occhi.
L'Eroe aveva sentito spesso le lamentele di Antar riguardo a Mark: diceva che era troppo buono e delicato per quel tipo di incarichi.
"Forse sa combattere, ma gli è inutile. Non sarebbe capace di uccidere o ferire nessuno!"
Infatti, durante lo scontro con i Ribelli, l'Eroe si era accorto che il giovane non osava colpire.
Chinò leggermente il capo e Mark interpretò il suo gesto come un assenso.
I suoi occhi si riempirono di lacrime di rabbia, ma strinse le labbra per non piangere.
"Non credo sia vero." disse l'Eroe, rialzando la testa. Era così, non la pensava come Antar.
Mark sembrò calmarsi, a quelle parole, ma le lacrime scivolarono ugualmente lungo le guance.
"Sei ancora giovane, ti manca un po' di esperienza!" continuò il Generale, sperando di calmarlo.
Si alzò e si sedette sul letto, afferrandogli il polso.
"Vedrai che diventerai bravissimo! Non dare retta a tuo fratello!"
"Lui non apprezza mai... quello che faccio."
"Ti vuole molto bene. Sei la cosa più preziosa che ha."
Mark rise cupamente, le lacrime che gli rigavano il viso delicato.
"L'unica cosa a cui veramente tiene sono i complimenti che gli fa la gente, dopo aver sconfitto qualche orda di Ribelli. Per lui, io sono solo un peso."
Colpito da quello sfogo improvviso, l'Eroe tacque per qualche secondo.
Non aveva mai notato il dolore di Mark: lui ed Antar gli erano sempre sembrati due fratelli che si facevano dispetti con amore.
"Non è così." l'Eroe scosse la testa con forza. "È solo un po' severo. Dopo la morte dei vostri genitori... è cambiato."
Il ragazzo ferito non rispose: si asciugò le lacrime e tirò su con il naso.
L'Eroe cercò di cambiare discorso: vederlo piangere lo faceva star male.
Gli indicò un piatto fumante posato su un tavolino.
"Mangia qualcosa."
Il ragazzo non degnò di uno sguardo il cibo e scosse la testa, ancora triste.
Il Generale gli diede un colpetto sulla mano e sorrise, rassicurante.
"Parlerò io con tuo fratello! Pensa a guarire e a continuare il tuo dovere!"
Mark sorrise debolmente, con gratitudine, e allungò un braccio per prendere il piatto di minestra.
L'Eroe glielo porse, per evitargli sforzi, gli diede una carezza sulla testa arruffata e uscì.

L'Araldo tirò fuori la testa dall'acqua e tossì.
Vide il suo riflesso disperato e desiderò, con tutte le sue forze, di allontanarsi da quel mondo sommerso, di fuggire da qualche parte, senza ricordi, senza pensieri...
Ma un luogo del genere, per lui, non esisteva.
Si sdraiò a terra, i capelli bagnati appiccicati sul viso e sul terreno.
Ansimava e la testa gli faceva male per il gran freddo.
Chiuse gli occhi, cercando di non ricordare, ma invano.
Rischiava di diventare pazzo: la mente gli offriva immagini del passato, ma la sua anima le cacciava via, piangendo.
Era un ciclo continuo, che non dava pace.
Per di più, aveva perso di vista anche il re.
Non doveva farlo arrabbiare.
Altrimenti il suo desiderio, l'unica cosa che lo rendeva attaccato alla vita, sarebbe sfumato per sempre.
Doveva trovare Daphnes e sistemare le cose.
Si alzò, si ripulì la veste e cominciò ad avviarsi.
Ma mentre pensava a cosa dire al re, un dolore terribile gli attraversò un fianco.
Senza fiato, abbassò la testa e vide una freccia, nera, ricoperta del suo sangue.
Per un attimo, il mondo girò, ma non svenne.
Cercò di estrarla, ma ecco che fu colpito di nuovo, questa volta sulla schiena.
Cadde, urlando, ed ebbe la forza sufficiente solo per alzare un poco la testa, verso il cielo.
Vide solo delle ombre misteriose: volavano in cerchio, come avvoltoi, ma la loro forma era umana.
Cercò di alzarsi, ma invano.
Le frecce dovevano essere avvelenate, perché i muscoli erano paralizzati e la mente annebbiata.
Poco prima di svenire, sentì una mano rude afferrarlo per i capelli: poi il nulla.