- Il Ghiaccio e il Fuoco -

Racconto di Nephenee

Sheik mosse alcuni passi, incurante dell'acqua gelida che gli arrivava alle caviglie e gli intorpidiva i piedi, s'inginocchiò e studiò attentamente il proprio riflesso.
Si ritrovò così a osservare nuovamente il proprio viso come se si specchiasse per la prima volta. I lineamenti sottili e gradevoli erano alterati dalle piccole onde increspate che i suoi movimenti avevano generato e gli occhi, le cui iridi scarlatte ricambiavano lo sguardo attento, parevano grandi e deformi. I capelli dorati erano in netto contrasto con la carnagione scura e alcuni ciuffi ribelli ricadevano fastidiosamente sulla fronte. Stoffe candide erano avvolte sul capo e attorno al collo, e celavano la parte inferiore della faccia. L'intero volto sembrava annaspare per rimanere a galla. Sheik ne seguì le forme con un dito, immergendolo di mezzo centimetro. Passò alcuni minuti così, chino a scrutare se stesso, perfettamente immobile salvo la mano che nella sua fantasia ricalcava il proprio volto su un instabile foglio d'acqua. Più volte il suo braccio cambiò direzione, seguendo i lineamenti di un altro ipotetico viso, diverso dal suo eppure in qualche modo simile... esile, femminile quasi, ma corrispondente nei tratti delicati che la sua mano percorreva distrattamente. Quando questo accadde per la terza volta, lo Sheikah si ritrasse, scosse la testa e immerse completamente la mano sinistra accanto a sé; nel momento in cui l'acqua superò il polso, il palmo aperto incontrò il pavimento freddo ad alcuni centimetri dalla superficie. Spostò parte del peso sul braccio e, bilanciandosi sulle gambe, si rialzò.
Il suo sguardo spaziò libero attorno a sé. Si trovava in una stanza completamente bianca e all'apparenza senza confini, come solo una potente magia avrebbe potuto creare. Uno strato d'acqua gelida spesso una spanna copriva interamente il pavimento. La porta che conduceva lontano da lì, parallela a quella da cui Sheik era giunto e non troppo distante, sembrava portare in nessun luogo; aprendola, ci si sarebbe trovati solo dall'altra parte del legno massiccio di cui era composta. Fin dove lo sguardo poteva arrivare, erano visibili solo due rocce ai lati, che emergevano e s'innalzavano verso il cielo bianco, e infine un albero esattamente al centro, privo di foglie, le radici semisommerse, i rami che si ergevano verso un sole assente come braccia protese, scheletriche. L'aria era carica di umidità, tanto densa che pareva perfino possibile afferrarla tra le dita e tastarla. Sheik tremava dal freddo e, nel tentativo di scaldarsi strofinandosi le braccia, si accorse che anche gli abiti erano bagnati fradici. Si sentiva come se si fosse addentrato in una nuvola bassa. Quel niente che lo circondava lo turbava, gli dava l'impressione di annullarsi a sua volta mentre il gelo gli penetrava nelle ossa; così si diresse istintivamente verso l'unica cosa viva che pareva affrontare quel vuoto, l'albero.
Non era troppo lontano, forse a una ventina di passi di distanza, eppure Sheik ebbe l'impressione che per raggiungerlo fossero occorse ore invece che pochi secondi. Ogni passo era stato faticoso, i piedi erano diventati insensibili e l'acqua, stranamente più densa e pesante del dovuto, aveva reso l'impresa ancora più ardua, costringendolo ad arrancare. Quando finalmente sfiorò il freddo tronco con le mani, lo Sheikah si abbandonò a un lungo sospiro di sollievo che tuttavia si mozzò a metà. Esitò, incerto su cosa lo avesse spaventato, e impiegò una manciata di secondi prima di capire che il vago senso d'inquietudine che lo aveva scosso proveniva proprio dall'albero. Al contrario di ciò che gli consentivano le sue capacità, non percepiva alcun segno di vita sotto la corteccia che le sue dita accarezzavano con avidità: era morto.
Apprendere che la pianta non viveva più ormai da tempo lo sconvolse in una maniera che non avrebbe mai ritenuto possibile; un profondo senso di solitudine s'impadronì di Sheik, ora che aveva scoperto che l'unica scintilla di vita in quella stanza oltre a lui in realtà si era spenta molto prima del suo arrivo. Quella nuova emozione lo stordì.
Fin dal primo istante, dal primo passo che aveva mosso in quel luogo, Sheik si era sentito debole, svuotato, confuso, e ora la situazione non era certo migliorata. I pensieri si susseguivano senza un ordine logico e la mente era annebbiata. Qualcosa gli suggerì nel profondo della sua coscienza che ciò che gli stava succedendo, qualsiasi cosa fosse, era causato da quel nulla impenetrabile che lo avvolgeva come un freddo manto, come se l'intera stanza fosse stata concepita per indebolirlo. Lo Sheikah si prese la testa fra le mani, cercando di riordinare le idee. Doveva andarsene da lì. Doveva superare quel labirinto e attendere l'Eroe del Tempo all'esterno per offrirgli tutto il suo aiuto e guidarlo nel suo viaggio...
"Sei in... ritardo."
Anche i riflessi dello Sheikah si rivelarono inibiti dalla magia di quel luogo. Una figura nera gli fu accanto con un balzo, sollevando schizzi in ogni direzione, e con agilità sorprendente lo colpì allo stomaco. Sheik si piegò in avanti per il riflesso condizionato dello spasmo. Barcollò, instabile sulle gambe malferme, e con un secondo colpo fu spinto a terra. Cadde riverso, stordito dall'acqua gelida che gli schiaffeggiò il volto e gli irrigidì i muscoli. Prima che potesse reagire sentì il peso dell'assalitore su di lui e una mano gli premette con forza il viso contro il pavimento, sommergendolo completamente e privandolo del respiro.
Sheik fu preso dal panico. Si dimenò, la bocca colma d'acqua, mentre i polmoni reclamavano l'aria vitale. Non poteva morire così. Non ora. Appoggiò le mani in terra e, facendo leva sulle braccia, tentò inutilmente di rialzarsi; poi cercò disperatamente di scrollarsi di dosso lo sconosciuto, mentre pregava silenziosamente. Agitandosi, improvvisamente si vide liberato dalla morsa che lo costringeva a terra e spruzzando acqua ovunque scattò in piedi, scosso da una tosse furiosa, incredulo di tale miracolo.
Tremante per lo spavento e per gli abiti gocciolanti, si scostò dagli occhi i capelli bagnati e fissò incerto l'aggressore, in piedi a meno di due metri di distanza, accorgendosi che egli pareva perfino più confuso di lui. Sheik cercò nella sua mente una parola per definirlo e non faticò a trovarla: ombra. Colui che lo aveva aggredito era nulla più che un'ombra, in netto contrasto con il bianco onnipresente della stanza. La fisionomia era senza dubbio umana: braccia forti stringevano una spada scura come una notte senza stelle, e il corpo magro bilanciava il proprio peso su gambe atletiche. Legato alla schiena, portava uno scudo di medie dimensioni. Tutto in lui era nero, la pelle, gli abiti, i capelli, tranne gli occhi: erano cremisi, ardenti, brillanti come due stelle infuocate nel vasto cielo del suo cupo viso. Sul volto si potevano riconoscere dei tratti che parevano una discreta imitazione di una faccia umana, ma non era necessaria un'osservazione attenta per capire che in quel momento erano tesi in un'espressione sorpresa. I due si fissarono, attoniti, per lunghi istanti.
"...Link?"
Quel nome affiorò spontaneamente alle labbra dello stanco Sheikah, che poi si girò da un lato e sputò altra acqua. Per quanto fosse palesemente ovvio che l'essere davanti a lui non era Link, non aveva potuto ignorare l'incredibile somiglianza con l'Eroe del Tempo. La statura, gli abiti, le armi, tutto in lui pareva ispirato a Link; Sheik pensò che, se avesse osservato l'ombra del ragazzo in una giornata di sole, avrebbe visto esattamente ciò che ora si trovava a pochi passi di distanza e ricambiava il suo sguardo.
Sul volto della creatura si delineò un sorriso malriuscito. "Sembra che... cerchiamo la stessa persona. Vero?" La sua voce risuonò vuota, atona, monotona, come un mormorio svuotato di ogni guizzo vitale. Solo allora Sheik si ricordò che quell'essere, solo pochi istanti prima, lo aveva aggredito; l'aver appreso che il suo aggressore era così simile all'Eroe lo aveva confuso e spaesato. Si portò una mano dietro la schiena e le dita si strinsero attorno all'elsa di un grosso coltellaccio. Non era certo di poterlo affrontare - si sentiva ancora troppo debole - ma di certo non si sarebbe fatto cogliere nuovamente di sorpresa. L'ombra fissò lo Sheikah con un misto di curiosità e interesse, gli occhi ardenti che malcelavano le sue emozioni; se si era accorta dell'arma che l'altro aveva impugnato, non l'aveva dato a vedere.
"Beh," riprese l'essere, battendo con una certa incertezza uno stivale contro l'altro, "io... non sono Link. Ma neanche tu". La mano sinistra si sollevò in un vago gesto d'intesa. "Spero che... mi perdonerai. Non sei tu che cerco. Non ti farò... male. Sento che siamo simili. Stessi occhi. Possiamo essere... amici... sì?"
Sheik, sempre all'erta, cercò di scrutare nelle reali intenzioni di quella creatura, ma non riusciva a leggerne lo sguardo come invece accadeva con gli uomini comuni e non comprendeva se le labbra erano increspate in un sorriso beffardo o sincero. La voce inespressiva di certo non era interpretabile, e le parole sconnesse nuocevano alla comprensione. Prendere tempo per valutare la situazione e le possibilità che aveva era certamente la cosa migliore; e la domanda che doveva porgli per prima era ovvia. Combattendo ciò che restava di quel vago senso di confusione, e ignorando ciò che l'ombra aveva appena detto, parlò.
"Chi... o che cosa... sei?"
"Che cosa... sono? Io?" L'ombra ripose la spada nel fodero a tracolla con lentezza esasperante. Compiuto il gesto, mosse qualche passo avanti. Si comportava come se stesse chiacchierando del tempo. "Che cosa sono?" ripeté. "Un riflesso. Non credi? Anche tu l'hai notato... Come Link... Sono come il tuo amico, sì. Dark Link. No?"
"Mi duole correggerti, ma la tua ultima affermazione è falsa. Non sei come l'Eroe del Tempo, e lo dico senza timore di errare. Gli assomigli, solamente; e io voglio sapere perché."
Sheik indietreggiò appena, per mantenere la distanza che l'essere stava lentamente accorciando.
"Le tue parole... tu parli molto, e bene. Le parole sono... la tua arma. Vero?" Dark Link continuava ad avanzare, ma pareva quasi non esserne consapevole. Il suo sguardo brillante era fisso in quello dello Sheikah e rivelava soltanto un crescente interesse misto a una sottile confusione. "Tu canti, e suoni. Sei un... bardo? Un poeta? Ma non importa, no. Io sono un guerriero. Ma non importa. Tu e io... ci assomigliamo. Un riflesso. Stessi occhi. Non credi?"
"Ciò che dici non ha alcun senso" ribatté lo Sheikah.
"Riflessi... esseri artificiali." L'ombra di Link continuava a parlare, ma dava l'impressione che non controllasse perfettamente le sue parole. "Non siamo nati. Siamo... stati creati. No? Magia. Creati per uno scopo. Sento che... sei... proprio come me."
"Non puoi arrogarti del diritto di parlare anche per me."
Dark Link lo ignorò, o forse semplicemente non l'aveva udito. Mentre parlava, le braccia erano abbandonate lungo i fianchi e gli davano l'inquietante aspetto di una marionetta abbandonata. "Siamo creature ispirate a... altre vite. Che non ci appartengono. Imitazioni. Siamo entrambi... imitazioni... Vero? Non viviamo davvero. Noi..."
Sheik iniziava a spazientirsi. "Taci, Ombra. Non sono giunto fin qui per sentirmi raccontare teorie insulse sulla mia esistenza da una creatura che si illude di conoscermi, quando oggi in realtà è il nostro primo incontro. Le tue parole sono prive di significato, e tu stesso ti dimostri incerto nell'esporre i tuoi insensati argomenti. Come puoi parlare di me ed esser certo di dire il vero? E come puoi aspettarti che io creda ad una creatura di origini ignote che solo pochi istanti fa ha tentato di porre fine alla mia vita? Non so perché tu mi stia parlando di tutto ciò e posso solo immaginare che cosa speri di ottenere, ma..."
S'interruppe, sorpreso. I lineamenti abbozzati e imprecisi dell'essere che fronteggiava si erano stretti in un'espressione senza dubbio triste. L'ombra si agitò, come in preda a una forte emozione.
"Dici che... mento? Io dico... menzogne? Tu non lo senti? Non senti... freddo..."
Sheik improvvisamente provò una strana compassione per quell'essere che ora tremava, sconsolato. Fece per parlare, ma per la seconda volta Dark Link dimostrò la sua incredibile agilità: scattò accanto allo Sheikah e gli afferrò il braccio sinistro, quello che reggeva il coltello. Un gelo improvviso gli penetrò fin nelle ossa, una morsa di ghiaccio ancora più fredda dell'acqua che lo aveva intorpidito, dell'aria umida che faticava a respirare. Perse la presa sull'arma, che cadde con un tonfo attutito dall'acqua, e gemette.
"Lo senti?" Il viso dell'ombra era a un soffio da quello di Sheik, che sentiva il suo gelido rantolo scivolare su di lui come gocce di pioggia. "Senti... freddo? Io non vivo... io esisto. Lo senti?"
Sheik si ritrasse bruscamente, scosso, il braccio che doleva. Il cuore batteva furiosamente. Il freddo intenso che lo aveva colpito era stato tremendo e doloroso, come se centinaia di piccoli aghi avessero trafitto ogni centimetro della sua pelle; i residui di gelo ancora si agitavano nella carne come tentacoli trinciati. Sentiva che l'ombra non gli avrebbe mai fatto volontariamente del male - non sapeva perché, semplicemente lo sentiva - e che quel gesto non aveva come scopo quello di spaventarlo, però rimase all'erta. Desiderava ulteriori spiegazioni, ma al tempo stesso voleva andarsene al più presto da lì. Tuttavia la curiosità era troppa: del resto, quell'essere era legato a doppio filo con l'Eroe del Tempo, e lui doveva indagare. Stringendo il braccio dolente con la mano destra, sollevò lentamente lo sguardo, incontrando quello di Dark Link. Pareva profondamente dispiaciuto. Sheik strofinò il palmo contro l'avambraccio, per scaldarlo. Inspirò profondamente, cercando di calmarsi.
"Forse erro, ma sembri ansioso di parlarmi. Raccontami, Ombra... raccontami di te."
Il volto della creatura s'illuminò. "Mi ascolterai? Tu sei... gentile. Lei era... gentile."
"'Lei'?"
Dark Link si avvicinò all'albero. Sfiorò la corteccia con le dita, lo sguardo perso. "Io so. Io so... chi è lui. Link. Sì? Sono il suo riflesso. Tu... tu non sai. Chi è lei? Allora... non sei come me. Io so. Tu non sai."
Sheik questa volta preferì rimanere in silenzio, concentrandosi solo sulle parole confuse dell'ombra e sforzandosi di interpretarle correttamente mentre la mano si muoveva sul braccio sinistro, partendo dal polso, salendo su oltre il gomito, e alla spalla si fermava per poi scorrere nuovamente verso il basso. Come imitando i suoi movimenti, Dark Link continuava ad accarezzare il tronco senza vita con gesti meccanici, e sembrava non accorgersi di ciò che diceva. "Lui mi ha creato... ispirandosi... a Link. Vero? Siamo uguali."
"Chi ti ha creato?" domandò Sheik, calcando il tono sulla prima parola.
Non apprese mai la risposta, poté solo indovinarla. L'ombra sembrò non udire la sua domanda e riprese a parlare. "Però non del tutto. Lui vive. Io non vivo. Non parlo... mai. Solo con te. Sai perché? Vuoto. Come... questa stanza. Freddo."
Ricominciò a tremare. La voce era sempre priva di emozione. "Io so. Ho una missione. Se lui non ci sarà più... io non sarò più un riflesso... di qualcuno. Sarò... io. Sì?"
Sheik non fece in tempo a intervenire. L'ombra quasi non prendeva fiato tra una frase e l'altra, e durante le numerose e brevi esitazioni tratteneva il respiro. "Ma tu... no. Tu non sai... chi è lei. Nemmeno il mio... signore... ha capito. Vero? Tu esisti... per aiutare. Ma non vivi. Perché? Vuoto. Freddo. Occhi rossi."
Dark Link sobbalzò. Sheik gli era arrivato alle spalle e, emulando il gesto dell'ombra, lo aveva preso per un braccio. L'altro si dimenò, tentando di liberarsi, e prese a farfugliare frasi sconnesse; ma lo Sheikah mantenne la presa sull'arto freddo. Nel mentre, provò una bizzarra sensazione di profondo sconforto; la sua mente d'un tratto la associò spontaneamente all'emozione negativa che aveva provato quando aveva toccato il tronco dell'albero, e Sheik si accorse che combaciavano perfettamente. Accantonò quella strana scoperta in un angolo della sua coscienza: ci avrebbe riflettuto più tardi.
"Sento della verità nelle tue parole, Ombra. Sento che la tua comprensione dell'esistenza va oltre la mia, e vedi cose per cui i miei occhi sono ciechi." La sua voce era ferma e ben controllata mentre parlava. "Non credo che riuscirò mai a comprendere ciò che hai detto, ma... posso distinguere il falso dal vero. Io non sono freddo, né vuoto."
Dark Link improvvisamente smise d'agitarsi e s'irrigidì, ansante, gli occhi sgranati. "Perché? Le tue... le tue mani. Sono... calde!"
Sheik finalmente lo lasciò e l'ombra, sbilanciata, cadde in avanti, sollevando piccole ondate al momento dell'impatto. Per alcuni, interminabili secondi, gemette penosamente e si contorse, come in preda a un dolore atroce; poi, improvvisamente, come se nulla fosse accaduto, si rialzò, ansante. In pochi istanti il suo respiro tornò regolare e silenzioso. Ora fissava i piedi dello Sheikah, con quella sua aria spaesata e lontana, e pareva riflettere. Lo sguardo ardente in qualche modo sembrava essersi spento.
"Vai via."
"Cosa...?"
"Vai via. Siamo diversi. E... tu vivi. Io... Io..."
La voce atona dell'ombra si ridusse a un mormorio, farfugliando frasi incomprensibili. Sheik sfruttò quella pausa per soppesare le possibilità. Link, a breve, sarebbe giunto fin lì, e allora avrebbe affrontato quell'essere che gli assomigliava nell'aspetto e nella forza fisica. Allora lui, adesso, cosa doveva fare? Attaccare e cercare di indebolirlo, se non addirittura eliminarlo? No, era troppo debole. E poi...
"Vai via. Capito? Link verrà." L'ombra parlò di nuovo, interrompendo il corso dei suoi pensieri. Sheik si sorprese del fatto che stessero pensando alla stessa persona. "Nessuna parola. Perché? Non posso... parlare con lui. Lui è vero. Io no. Sì? E poi... lo affronterò. Il mio compito è... ucciderlo. Ma non posso." S'interruppe, e parve sorpreso. Presto però la sua espressione tornò impassibile. "Io non vivo. E non muoio. Solo lui... mi farà morire. Lo aspetto. È in... ritardo."
Dark Link raggiunse nuovamente l'albero e riprese ad accarezzarne il tronco. Sheik rimase immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi, per lunghi istanti, poi si chinò, raccogliendo il coltello che aveva perso, si drizzò e si avvicinò all'ombra, che non si girò. Da quella posizione avrebbe potuto ferirlo facilmente, ma quel pensiero non lo sfiorò nemmeno: non si sarebbe mai permesso di attaccare qualcuno alle spalle. E, del resto, sentiva che non stava a lui porre fine all'esistenza di quella creatura. Non sarebbe dovuto nemmeno esser lì. Ma prima di andarsene, aveva una cosa da dire.
"Forse è vero: siamo entrambi riflessi di altre persone, per usare la tua espressione." La mano libera si sollevò, accompagnando le parole con gesti nonostante l'ombra non potesse vederlo. "Non posso parlare per me, perché io, al contrario di te, non ho alcuna certezza sulle mie origini; i miei ricordi risalgono solo fino a sette anni fa, e oltre tutto è confuso. Ma anche se le tue parole rispecchiassero il vero, che cosa importa se sono l'imitazione di un'altra persona? Perché dovrebbe interessarmi chi è quest'ultima? Io sono me, e questo è ciò che conta, per me, per le persone a me care. E posso affermare senz'ombra di dubbio che tu non sei come l'Eroe del Tempo: un riflesso è perfetto, ma tu non lo sei. Hai un carattere diverso, è tuo soltanto, non un'imitazione. La mente e il cuore ti appartengono."
La mano di Dark Link si arrestò. "No. Niente cuore. Carne e sangue? No. Tu hai un... cuore. Le tue mani... sono così... calde."
Fece un gesto impacciato e impreciso, ma dal significato inequivocabile: la discussione finiva lì. Poi riprese a parlare, mormorii vuoti e privi di senso, probabilmente rivolti all'albero morto che la sua mano sfiorava con scatti mal controllati, ma dolcemente. Sheik si strinse nelle spalle e si volse, finalmente, verso la porta che lo avrebbe condotto lontano da quel luogo, ma esitò. Era ancora incerto se fosse giusto che l'Eroe affrontasse quella strana manifestazione del male - ma era davvero male? In fondo, quella bizzarra imitazione della vita ora desiderava solo la morte.
Solo una cosa comprendeva: non stava a lui decidere. Ancora debole, ma rinvigorendo ad ogni passo che lo portava lontano da quel luogo, si concentrò sul compito di mettere un piede davanti all'altro. Aveva perso troppo tempo. Mentre arrancava nell'acqua stregata, alle sue orecchie giungevano stralci dei sussurri confusi dell'ombra; ma ormai era troppo distante per afferrarne il senso.
La porta si spalancò di sua spontanea volontà appena le sue mani la sfiorarono. Sheik varcò la soglia e finalmente cedette alla tentazione di voltarsi: ora che non ospitava più un essere vivente, la sala sconfinata si era spogliata della sua illusione rivelandosi una camera di dimensioni modeste, spoglia e asciutta, in attesa di colui che avrebbe dovuto affrontarne le insidie. Sheik la paragonò mentalmente a una bestia apparentemente assopita e innocua, ma in realtà accucciata in attesa della sua preda.
Un mormorio, appena percettibile.
"...simili. Possiamo essere... amici. Sì?"
Sheik diede l'addio e si volse.