- Le pietre di Reijin -

Racconto di Nephenee

- Capitolo secondo: Il giuramento -

Link vide in lontananza suo padre e sua madre: erano sulla porta di casa, e lo salutavano sorridenti. Mirzan invece era affianco a lui. Link corse verso di loro.
La terra si squarciò tra lui e la sua casa, un cupo abisso senza fondo. Rischiò di precipitare, ma si fermò in tempo.
La casa fu circondata dai mostri.
Vide suo padre lottare per difendere la moglie. Combatteva con un grosso spadone. Le orride creature però lo afferrarono e lo gettarono nella buia voragine.
"Padre!" urlarono i due fratelli all'unisono.
I mostri con gioia si lanciarono nella casetta. Un grido squarciò l'aria. Una voce di donna... la loro madre!
Link portò la mano sinistra dietro la schiena, ma non sentì sotto le dita né l'arco, né la faretra, né la spada. Ma anche se fosse stato armato, come avrebbe potuto difendere la madre? Non sarebbe mai riuscito a saltare dall'altra parte.
Impotente, guardò la casa bruciare, le urla della madre che gli risuonavano nelle orecchie.
L'ultimo grido...
In seguito, vi fu uno strano silenzio, innaturale. La casa scomparve nello squarcio e la terra si richiuse. I mostri sparirono.
I due fratelli rimasero a guardare quel triste nulla che rimaneva dell'accaduto.
Poi, una figura vestita di nero apparve là dove prima c'era la casa. Rideva, una risata maligna. Link fu sicuro di aver già sentito quella voce... ma dove?
Urlò il nome dei suoi genitori e si alzò di scatto. Un dolore lancinante al petto lo costrinse a rimettersi giù. "Ma dove..." pensò, confuso. Era a letto. Lentamente ragionò... "È stato un sogno... Un incubo... i miei genitori non sono morti. Sono ancora con me. Casa nostra non è bruciata... i miei genitori... ma cosa... ci faccio qui...?"
La confusione lo assalì. Decise di accattonare un attimo i pensieri e tentò di riprendere sonno, ma non riuscì. L'inquietudine non lo fece riaddormentare.
"Link!" gridò una voce. Link voltò lentamente la testa e mise a fuoco suo fratello. Stava attraversando di corsa la stanza, diretto verso di lui. "Stai bene?" chiese, raggiunto il letto. "Io... credo... di sì..."
"Mirzan! Lascialo riposare. Ha bisogno di quiete e molte cure. Avanti, vai fuori".
Una donna piuttosto grossa (o grassa, Link non vide bene la differenza) spinse fuori Mirzan a forza. Chiuse la porta e si avvicinò al letto. "Come ti senti?" chiese.
"Bene" mentì Link, il petto dolorante. Lentamente si tirò su a sedere, e tra vari gemiti riuscì a mettersi schiena al muro. "Cos'è successo...?" domandò con un filo di voce.
"La tua famiglia è stata trucidata da mostri" rispose la donna con voce fredda.
Link si sentì come se l'avessero schiaffeggiato. La notizia gli era arrivata così diretta e terribile... "No..." pensò. "Sto ancora sognando... non è vero..."
"È successo anche in questo villaggio, e scommetto in molti altri" continuò la donna. Mentre parlava lavava delle erbe. "Dei mostri ci hanno attaccato. Hanno aggredito i bambini, distrutto le nostre case. Sei fortunato ad essere ancora vivo, e anche tuo fratello".
Link lentamente sentì un dolore terribile al petto, ma stavolta non erano le ferite. "Non è possibile..." continuava a ripetersi, ma il tarlo del dubbio lo tormentava...
"Ora rimettiti giù. Devo medicarti ancora, poi devo fasciarti il petto. Credo che tempo pochi giorni e sarai di nuovo in piedi".
Link tentò di protestare, ma il dolore fu troppo e si limitò ad obbedire. Avrebbe voluto alzarsi e correre fuori...
Passò ancora tre giorni a letto, e furono tre giorni orrendi. Gli incubi continuavano a tormentarlo, le sue paure ancora di più...
Il pomeriggio del quarto giorno finalmente riuscì ad alzarsi (con ancora qualche gemito). Recuperò le sue armi, custodite dalla guaritrice che l'aveva ospitato e si diresse verso il luogo dove aveva abitato fino a pochi giorni prima.
Trovò i resti della casa bruciata e dei corpi dei mostri. Link avanzò lentamente.
Poi sentì una voce che piangeva. Accelerò leggermente e trovò suo fratello, in ginocchio.
Si avvicinò. Mirzan stava piangendo davanti a due pietre, per metà nascosta nel terreno smosso. Erano incise, rispettivamente, due parole:
Alissia.
Il nome della loro madre.
Daeven.
E quello del padre.
Link rimase immobile. Il dolore al petto si intensificò. "È tutto vero... sono morti..." pensò. Gli tornarono in mente i giorni passati a giocare con i genitori quando era piccolo... La loro sorpresa quando portò a casa il primo cervo... Il giorno in cui gli regalarono la sua spada...
Il dolore si fece insopportabile. Non riuscì a muoversi. Il suo sguardo rimase fisso su quei nomi, quei nomi che fin da piccolo per lui avevano rappresentato tutto.
"Madre... Padre..." pensò, avrebbe voluto piangere, gridare la sua rabbia e la sua tristezza contro il cielo, contro gli spiriti che lo avevano punito ingiustamente in questo modo ma rimase immobile, nemmeno una lacrima bagnò le sue guance.
"Link..." chiamò Mirzan tra le lacrime.
Link si inginocchiò affianco a suo fratello, che gli gettò le braccia al collo e pianse sulla sua spalla. "Perché... perché...?"
Lo strinse forte. Sentiva il calore del fratello dargli forza. Gli era rimasto solo lui, ormai.
Tenne lo sguardo fisso sulle tombe, incapace di distoglierlo. Anche i pensieri da Mirzan passarono di nuovo ai genitori, e si sentì distaccato dal mondo, da tutto e da tutti.
Rimasero così, forse per pochi minuti, forse per ore intere, intrisi in quella disperazione che non lascia spazio nemmeno ai pensieri o alle azioni.
Poi il sole calò, e vennero avvolti dal buio della notte. Link si alzò e vide che suo fratello si era addormentato sulla tomba della madre. Non si era accorto di niente. Si chiese quanto tempo fosse passato... sembrava solo un attimo così come poteva essere un'eternità.
Con delicatezza prese Mirzan sulla schiena e lo riportò al villaggio, incurante delle protesta delle ferite sul petto.
"Eccovi! Mi stavo preoccupando! Ma dov'eravate finiti? Volevate essere ancora attaccati dai mostri?" Questa l'accoglienza della guaritrice che aveva offerto loro ospitalità quando varcarono la soglia. Link fece segno di stare in silenzio e portò Mirzan nel suo letto. Lo coprì con le coperte e per qualche minuto rimase a guardarlo. Poi si sdraiò sul letto affianco, completamente vestito, e si lasciò andare nel mondo dei sogni, senza pensieri. Si sentiva come se non sapesse più provar niente, come se dentro di lui ci fosse solo tristezza e non ci potesse stare nient'altro.
Nel cuore della notte si svegliò. Si alzò silenziosamente, prese le sue armi e uscì.
Percorse in fretta la distanza che lo separava da quella che fu la sua casa, come animato da una forza che lo spingeva dolcemente in quella direzione. Quando arrivò, cadde in ginocchio davanti alle tombe.
"Non... non dovevo scappare..." mormorò, forse rivolto a sé stesso, forse ai genitori. "Non dovevo... abbandonarvi... mi spiace... Se solo... se solo..."
Quanto avrebbe voluto piangere! Ma non ci riuscì. Il dolore era tale che non riusciva ad esprimerlo.
"Mi dispiace..."
Rimase là, solo con i propri pensieri. I ricordi riaffioravano nella sua mente e lo pugnalavano al cuore.
Quando le prime luce dell'alba schiarirono il cielo, si alzò. Estrasse la spada e la sollevò. La lama brillò quando i primi raggi del sole la illuminarono. "Giuro che questa spada verrà imbevuta del sangue dei mostri. Li ucciderò uno per uno. Non permetterò che nessun altro innocente muoia per causa loro, bambini, uomini, donne, nessuno. Combatterò per voi. Guarderò negli occhi ogni mostro che ucciderò, guarderò la loro disperazione nel sapere che la vita li sta lentamente abbandonando. Lo giuro sul mio sangue. Lo giuro per voi".
La spada sempre volta al cielo, rimase così, immobile, lo sguardo fisso sulla punta della lama. Rivisse la sua sorpresa, la sua gioia di quando la trovò ai piedi del suo letto il giorno del suo tredicesimo compleanno.
Poi nella sua mente un solo pensiero, forse l'unico che non lo feriva ma lo riempiva di felicità.
"Vi voglio bene."