- Senza volto -

Racconto di Sally

Bind me - I still can sing -
Banish - my mandolin
Strikes true, within -

Slay - and my Soul shall rise
Chanting to Paradise -
Still thine -

(E. Dickinson)

Vi canto ciò ch'è degno di memoria,
ciò che agli annali sfugge della Storia.

"Posso vedere il tuo viso?"
Scuoto pigramente la testa. Gli effluvi dei liquori mi intorpidiscono; mi sento stordito e vuoto, come una roccia cava.
"Hai gli occhi di uno strano colore, di un colore cattivo, ma guarda che lineamenti fini, che capelli d'oro. Canti bene, anche. Ti ho sentito, prima. Una strana storia, mai ascoltata. Tu sei diverso dai frequentatori di questa locanda. Posso vederti in viso? Come puoi cantare con quel bavero a impicciarti?"
Non credo vi sia una ragione sensata per cui questa fanciulla, della quale distinguo a malapena il viso, in penombra, non possa vedermi. Semplicemente, tenere la pelle coperta mi comunica un senso di protezione se rinunciassi al quale, lo sento, ne morirei. Vedere equivale a svelare; e io, se mi svelassi sparirei in una nuvola di fumo. Vorrei non potere più pensare; il mondo che mi circonda è irreale e sento che presto svanirà, inghiottito da una storia più sensata della mia. Perciò non mi muovo; perciò sono inerte. Morto il poeta, è morta ogni voce. Canto, e nessuno mi ascolta.
"Ti senti bene?"
Certamente questa non è una donna perbene; il suo profumo è sgradevole e i suoi modi sconvenienti. Ma cosa importa? È forse meno degna del signore che ci governa? No di certo. È un mondo sghembo, questo, un mondo storto che pende sulle mie spalle come l'amnesia che annega i miei ricordi in un mare opaco di nebbia.
La locanda è fosca, illuminata dalla fioca luce di qualche candela; fuori tuona e piove a grandi scrosci; gli avventori ridono sguaiatamente e bevono, qualcuno canta, qualcun altro batte i piedi con fragore sulle assi di legno del pavimento. Il mantello che ho annodato al collo è zuppo e ha un peso terribile; le mie membra sono di legno. Morto il poeta, sono morto anch'io. Vivo senza più distinguere la gioia dal dolore; respiro spesse polveri invece che aria.
Le dita della ragazza mi fanno sussultare, ma non ho forza sufficiente da reagire; avverto la pressione delle unghie sul viso e non riesco a muovermi, pendono immoti i fili che mi governano. Sento il bavero scivolarmi sul naso e quindi sul mento; le labbra a contatto con l'aria si ustionano, le dischiudo interdetto. Quest'aria è urticante e fredda; d'istinto mi porto entrambe le mani al viso, ma invece di coprirlo premo i polpastrelli contro le guance, stupito dal contatto con la mia stessa pelle. Ero convinto d'esser divenuto una mummia, con la cute aggrinzita tesa sulle guance d'osso.
"Com'è bello," mormora la fanciulla portandosi le mani alle labbra. Qualcuno si protende a guardarmi, come se davvero avessi un volto invece che dei segni indistinti sovrapposti l'uno all'altro senza uno scopo. "È un ragazzo," osserva qualcuno. "Ha l'aria stanca," dice una donna, "fatelo dormire". Mani invisibili mi sospingono verso un pagliericcio; stringo a me con urgenza la cetra. "Ha cantato tutta la notte di guerre e cimiteri; dovrà riposare".
"Non avvelenatemi," biascico. Mi rannicchio al suolo come se ne fossi parte; è freddo e scomodo ma non quanto la prigione di un dissidente. Una rabbia improvvisa prende a scorrermi nel sangue; premo furiosamente le membra contro il terreno, immiserito dalla mia incapacità di provare dolore.
Dita cortesi mi sfiorano i capelli; il viso della giovane donna, confuso dal trucco, si china sul mio. "Vieni da me, cantore".
"Non posso accontentarti," replico infastidito. "Trovati un altro".
Il sonno mi raggiunge prima che possa coprirmi il volto, ammantandomi le palpebre di nero.

Sogno schiere di lapidi prive di iscrizioni conficcate nel suolo erboso di una collina. Il sole inonda il terreno, le imbianca con la sua luce accecante; il vento le flagella senza scuoterle. Vorrei raggiungerle, ma la distanza tra me ed esse sembra raddoppiare a ogni mio passo. Cos'è una memoria senza nomi? Le creature animate trascorrono, le parole permangono. Ma in mancanza di parole? Una selva di pietre sepolcrali anonime sembra quasi farsi beffe della memoria. Forse che la memoria non appartiene a questa mia stirpe? Una stirpe estinta; questi sassi sono dunque tutto ciò che ne resta?
Le lapidi svaniscono. Mi ritrovo a fianco di un ragazzo, o forse una ragazza; tutto ciò che riesco a scorgerne è minima parte del viso e un ciuffo di capelli grigi, il resto è velato, fasciato, celato. Avanziamo nella penombra, in un corridoio umido e tetro di massi squadrati. I suoi occhi si spalancano, atterriti; è solo adesso che mi rendo conto dell'occhio che ha dipinto in porpora sul petto.
"Copriti," mi ordina, "copriti subito!"
"Perché?" domando. Ha occhi color del sangue.
"Sei impazzito? È proibito! E se ti vedessero?"
"Mi hanno già visto," replico sorridendo.
"Sei stato visto? Pazzo! Morirai!"
"Non si muore di lusinghe. Conoscevo un poeta, sai? Lui è morto, ma non certo di lusinghe".
"Prega che le dee siano clementi con te; hai deviato dal cammino che ti è stato prescritto".
"Che posso farci? Ho dischiuso le labbra senza parlare, ho goduto del loro contatto con l'aria; e la pelle bruciava".
"Tu non hai labbra, non hai voce, non hai nome!"
"A dir la verità, ne ho uno: Sheik".
Il ragazzo, o forse la ragazza, si prende il capo con entrambe le mani e lancia un grido. Grida talmente forte da scuotere le pareti; sbarra gli occhi e pesta i piedi.
"Sta' calmo; che succede?" chiedo, preoccupato.
"Sei l'ultimo," strilla, "sei l'ultimo!"
La voce dell'individuo si disperde nello spazio sconfinato fino ad attenuarsi e cessare. La scena d'improvviso ruota e cambia; adesso a scrutarmi è un giovane viandante con indosso larghi abiti verdi, in compagnia d'una piccola fata.
"Accompagnami," mi esorta tendendomi le braccia. "restami accanto".
"Ma com'è possibile? Tu sei il primo," rido, "e io sono l'ultimo".
Il pianto dell'eroe giovane e smarrito mi si torce dolorosamente nel petto prima che la luce della fata, fattasi sempre più intensa, esploda e mi riporti alla vita.

Giaccio sul modesto letto di una stanza di piccole dimensioni; il chiarore dell'alba mi rischiara il viso scoperto piovendo attraverso la finestra. "Ti ho vegliato tutta la notte". Sollevo il capo; la fanciulla è al mio capezzale, il bruno groviglio dei capelli sciolto sulle spalle. "Hai avuto febbre, hai delirato".
Distendo i lineamenti in una sorta di sorriso. "Il tuo aspetto," mi dice, "mi ricorda la rugiada del mattino, limpida e lieve".
"E tu sei una rosa gualcita. Mi hai ascoltato, ieri sera? Cos'hai imparato?"
"Sono molto ignorante, è difficile che impari qualcosa. Ma adesso so che ogni tiranno ha in odio tutti fuorché se stesso, e non rispetta nemmeno la morte. Ma la superbia è destinato all'oblio e non alla prevalsa".
"Ti ringrazio. Posso continuare a cantare".
"Oh sì, per favore. Qual è il tuo nome?"
"Ha importanza?"
Si leva, dischiude le ante della finestra, mostrando chiaramente le vesti rattoppate e sporche, il corpo sfiorito anzitempo.
"Sheik," mormoro.