- Snowmen -

Racconto di Sally

"Penso che tu debba seguire quell'odore. Lo ricordi?"
"Come potrei scordarlo?".
Quando per la prima volta il mio corpo ha assunto forma animale, cedendo alla forza irresistibile di un incanto ultraterreno, ho creduto d'essere impazzito. Come prestar fede a quanto l'ormai debole e offuscata vista mi mostrava? Quattro zampe, anzitutto, che si muovevano proprio come fossero mie; e la prospettiva attraverso la quale scrutavo il mondo non era per nulla la solita, ma una inferiore, come se fossi stato privo di gambe, eppure sulle mie gambe – quante! - mi sentivo ben solido. Tutti questi disagi messi assieme, tuttavia, erano assorbiti interamente da una novità che impiegò presto tutte le mie energie, per sciocca che possa sembrare: il mio olfatto era enormemente amplificato. Percepivo come ogni cosa fosse dotata d'un odore distinto dagli altri almeno quanto il suo colore, e già tra i colori mi era difficile operare una distinzione. Gli effluvi più penetranti confondevano i miei sensi e li inebriavano; quelli più fievoli erano tra loro indistinguibili e inestricabili come i fili della trama di un tessuto. Mi era sempre più difficile tenere a bada i miei impulsi viscerali, e il primo e il più importante di essi m'imponeva di riempirmi i polmoni di quell'aria così ricca, di strofinare il naso su ogni cosa che si trovasse a portata della mia ridicola altezza. Piacere e dolore erano entrambi ridotti a sensazioni intense ed immediate, da procacciarmi o evitare in maniera immediata. Ancora sovrana di questo nuovo me stesso, la mia mente; benché affaticata dall'incredibile potere assunto in così poco tempo dalla mia parte irrazionale.
Adesso vivo con maggiore dimestichezza e con una certa, segreta soddisfazione questa doppiezza: nei brevi istanti che precedono la mia trasformazione consapevole mi guardo attorno con attenzione, per riversare ogni minimo dettaglio visivo, ogni luce e ombra nella mia mente. Alcuni di questi colori mi danzano ancora dietro le palpebre quando riapro occhi quasi ciechi. D'altra parte, quando riacquisto aspetto umano preferisco non attutire immediatamente la forza tremenda delle sensazioni, che permane in me per qualche momento come le deformazioni nella realtà al risveglio da un sogno; godo ancora infantilmente del fruscio dell'erba che calpesto con gli stivali, del profumo della terra bagnata, della ruvidezza della corteccia di un albero.
"Andiamo a caccia, cucciolo?"
"Nulla di meglio di una pelliccia per attraversare la tormenta," sogghigno, prima che la sofferenza che prelude alla mia metamorfosi mi stringa agli arti e il puzzo dei reekfish mi raggiunga per poi tracciare come una via, un percorso da seguire. Il gelo pungente che mi turbina attorno assieme ai cristalli di neve in un mare di candore è notevolmente attenuato dal fitto pelo che mi ricopre, e dal peso confortante e tiepido di Midna sul mio dorso.
Nella mia rapida, ferina e fieramente impulsiva corsa mi ostacolano alcuni demoni ghiacciati, bestie feroci dagli occhi gemmei e dal respiro gelido che tentano di azzannarmi e saltarmi al collo. Immediatamente comprendo l'origine di tanti racconti: "sfortunato il viaggiatore che s'imbatte nei lupi delle nevi, gli spettri inferociti dei viandanti smarriti! Hanno vitreo lo sguardo e acute le zanne, e il loro alito fetido ha il potere di mutare l'uomo in statua di ghiaccio". Sciocco che sono stato a non dar retta alle favole.
Preso dall'affanno dopo un lungo cammino, mi accorgo di aver trovato dove scavare; la neve mi ferisce i polpastrelli e mi spezza le unghie ma proseguo imperterrito, conscio di stare attraversando un passaggio che mi condurrà presso l'oggetto della mia ricerca. Quando finalmente la luce del giorno, che si rifrange sulle creste di neve divenendo abbagliante, inonda i miei occhi torbidi, intravvedo una sorta di grosso masso appollaiato su un picco nevoso.
Mi affretto a riacquistare aspetto umano; non un masso ma una creatura delle più strane mi fronteggia, fortunatamente girata di spalle. Sembra possedere un'enorme coda tondeggiante e squamosa e un candido manto; con una delle possenti mani dalle dita spesse stringe un pesce il cui odore disgustoso continua a stordirmi.
"Midna..." mormoro, inspiegabilmente agitato.
"Cosa c'è?"
"Quello è il mostro?"
"Immagino di sì".
"Da bambino mi dicevano che mi avrebbe mangiato vivo, se avessi disubbidito".
"E tu credevi a queste storie?"
"Sì... no... non lo so. Non so più a che storie avrei fatto bene a credere. A questo mondo molte favole sono vere".
"Sei l'eroe designato, abile con la spada e con l'arco... e hai paura dell'orco cattivo?" Midna ride la sua bella risata argentina. "Nonostante tutto, sei ancora un ragazzino".
"Non si raccontano di queste storie, da voi?" domando, conscio di non sapere bene a chi io stia alludendo con quel "voi".
"No... se ne raccontano altre, di gran lunga più spaventose!" dicendo questo muove le braccia, mimando uno spettro.
"Piantala".
"Ma se sei così buffo! Noi quanto meno non ce la prendiamo con gli altri". "Gli altri?"
"Sì, gli altri... forza, vai a parlare a quel poveretto".
"Devo proprio?"
"Link!"
Lo spiritello svanisce, rifiutandosi di dire altro. Sospirando, muovo qualche timido passo verso la cresta rocciosa dove il mostro sta sventolando il pesce ancora guizzante come uno stendardo, a fianco di un albero ricoperto di neve.
"Ehu... salve," esordisco, ancora sorprendentemente intimorito. Le mie dita tremano lievemente intorno all'impugnatura della spada.
Il mostro, sorpreso, si volge a guardarmi, e subito mi rendo conto che la qualifica di "mostro" certamente non è la più appropriata. Il suo volto bruno ha l'aspetto di una maschera, che piuttosto che incutere timore ispira il rispetto dovuto auna creatura secolare; sul capo ha calcato una sorta di cimiero. Invece che a un mostro ho l'impressione di guardare a un dio, maestoso nella sua orrida bellezza.
"Chi è tu?" muggisce, molto poco divinamente. "Tu è asceta? Cosa tu va cercando... tuo vero te stesso?"
Quando senza pensarci annuisco, la creatura ride fragorosamente ("scherzi da Yeti", dice), costringendomi immediatamente a illustrargli la vera natura della mia ricerca.
"Ah, tu cerca pezzo di specchio. Oggetto bello, Yeto piaciuto. Però pauroso; compariscono mostri, moglie cade malata, curiosissimi accidenti cadono come pioggia. Yeto può mostrare te specchio. Tu fa come Yeto, seguire, come scheggia, tu vede?". Con un colpo secco e un rumore di tuono fa cadere dall'albero una lastra di ghiaccio, sulla quale salta con insospettabile leggerezza, per poi scivolar via per i declivi innevati in gran fretta.
"Aspetta! Come..." grido, ma la sua sagoma già rimpicciolisce in lontananza. Borbottando tra i denti, tento di procurarmi un pezzo di ghiaccio altrettanto liscio e solido e sufficientemente largo per potervi appoggiare i piedi; affrontare questa discesa in altro modo sarebbe impensabile. Non appena riesco a rimediarne uno, vi monto sopra con un balzo fin troppo sicuro; con uno scivolone rovino miseramente a terra, immergendo il viso arrossato nella neve indurita dal gelo. Odo distintamente una fievole risatina, ma sono troppo preoccupato per la mia sempre minore capacità di resistenza a una temperatura tanto rigida per curarmene. Con grande cautela, pongo i piedi sul mio insolito destriero nel modo più sicuro; barcollando, azzardo a muovermi lentamente, equilibrandomi con le braccia che spiego con enorme impacciataggine, come ali troppo grandi d'un uccello neonato. Acquisto una velocità incredibile prima d'essere capace di gestirla; urto uno spuntone di cui non m'ero accorto a rovino a terra nuovamente e, stavolta, ben più dolorosamente. Non sento alcuna risata echeggiare tra le pareti granitiche delle montagne.
Il gioco inizia a irritarmi e a divertirmi al contempo. Mi arrampico una terza volta sulla stele di ghiaccio, con la goffaggine d'un bambino che stia muovendo i suoi primi passi; mi rizzo in piedi e, tenendo a mente l'inclinazione corretta da tenere, prendo a scivolare piano, con un leggero fruscio ad accompagnarmi. Facendo altra pratica divengo persino in grado di controllare la direzione; sono stupito nello scoprire una tecnica persino dietro a questo sistema tanto infantile di muoversi. Presto gioisco per ogni distanza ben percorsa, m'incaponisco sugli errori, avverto emozionato un vento gelido sferzarmi le guance e ustionarmi le narici, ogni tanto ammiro fugacemente i monti e gli alberi intorno a me, i turbini di neve che esalano al cielo e al sole, come se volessero restituirgli uno splendore passato, e infine quest'intero, colossale complesso di roccia e ghiaccio, immoto come una statua e bello altrettanto, antico e venerando, d'un bianco accecante e stupefacente.
Divenuto capace di muovermi con scioltezza, mi lancio impavido giù per il pendio, sempre più veloce e abile nell'evitare gli ostacoli. L'aria che fendo con il mio passaggio sibila e soppianta il flebile suono del mio respiro; socchiudo gli occhi lacrimanti, sorridendo. Salto un ponte interrotto; ogni balzo nel vuoto ha il dolce sapore del rischio e dell'avventura. Vorrei gridare, ma so che rumori troppo intensi potrebbero risvegliare le forze profonde celate nel ventre delle montagne.
"Si diverte, il ragazzino," commenta compiaciuta la voce di Midna.
"È incredibile... vorrei che tu potessi provarlo!"
"Ti ringrazio, ma ne faccio a meno. Ci sei già tu a provarlo. Basti tu".
Senza che ne comprenda bene la ragione, il sorriso che ho dipinto in volto va allargandosi. Mi accorgo d'avere qualcosa di granuloso tra i capelli; brina...?
Salto giù appena in tempo per la fine della corsa. Di fronte a me si erge imponente un fastoso palazzo in pietra, dall'aspetto antico e nobiliare.
"Che casa, per uno Yeti! Ma di' un po', hai ancora paura?" chiede Midna.
"Certo che no," ridacchio, agitando una mano come ad allontanare l'idea, salendo i gradini che conducono alla porta d'ingresso.
"Non è poi così mostruoso, no? Mi sembrava intenzionato a mangiare soltanto il pesce".
"È strano, non saprei come definirlo".
"Facile: è diverso".
La riduzione spettrale di Midna scompare di nuovo, prima che possa domandarle cosa intenda dire. L'ampia porta in legno e rugginoso ferro battuto del palazzo cigola; un lungo tappeto rosso attutisce il rumore dei miei passi mentre faccio il mio ingresso in un vasto atrio. Ricchi lampadari pendono dal soffitto; grandi quadri macchiati e stinti sono appesi alle pareti; alti scaloni diroccati incorniciano il salone annerito e piuttosto sinistro.
"Non è che hai sbagliato indirizzo?" domanda Midna, beffarda.
"Non è che un giorno o l'altro ti mordi la lingua?" ribatto, spingendo un battente dall'aspetto invitante. Un calore improvviso m'investe; mi trovo di fronte a un caminetto acceso, parte di una sala lussuosa quanto la precedente, e altrettanto lisa e disordinata. Davanti al fuoco è seduto un esserino di dimensioni assai più ridotte di Yeto; è alto poco più di me, arrotondato e dotato di un manto simile a una trapunta colorata, e grandi e miti occhi neri a ornargli il viso piccolo e scuro.
"E questo?" domando, ancora percorso da una vaga inquietudine.
"Questo è quello che mangia i bambini, ovviamente. Non si vede?"
"Non scherzare! Non può essere della stessa specie del tizio di prima".
"Perché non glielo domandi tu stesso?"
Traggo un respiro profondo, sapendo di non poter più controbattere. Avanzo con la dovuta cautela, attento a non spaventare la creatura che ha decisamente un aspetto inoffensivo; a una minore distanza mi rendo conto che sembra esser priva di braccia.
"Piccolo, grazioso umano," mormora, ravvisandomi, con voce roca. "Marito detto di te. Io moglie, Yeta. Tu cerca specchio, Yeta sa. Io va se io sta bene, ma io malata, tu vedi. Febbre confonde testa, ma io può indicare tu strada, se te vuole".
"Un momento," interrompo, "vi ringrazio, ma ho viaggiato a lungo, sono affaticato e ho molto freddo; mi permettete di scaldarmi al vostro focolare?"
"Sicura! Tu siede. Io ama molto compagnia. Se tu fame, mio marito offrire zuppa lui preparato me. Yeta molto malata".
Rabbrividii appena mentre rivolgevo i palmi delle mani verso il fuoco; l'odore disgustoso di quel pesce sembrava impestare l'intera magione. "Vi ringrazio". Mentre il sangue tornava a pulsare regolarmente attraverso le vene e le mie dita e il mio viso abbandonavano il loro colore bluastro, rimanemmo a lungo in silenzio.
"Come conoscete la mia lingua?"
"Come?"
"Chiedevo, come avete imparato la mia lingua?"
"Da piccole bestie con pinne di pesce, chi sta in cascata. Noi ascolta, noi impara. Noi può sempre servire, avere deciso così. Pensato giusto, sì?"
"Molto giusto. Per "bestie" intendete gli Zora?"
"Zora, sì, questo nome di loro speci. Memoria a Yeta no buona quando malata. Cosa è di strano?"
"Niente... il sentirli chiamare "bestie", per me è insolito".
"Non offesa, ma loro... è così buffi! Viste squame? Viste pinne, zampe di anitri? Loro come pesci-uomo. Strane creature, tu no trova?"
"No, è così... sono strani, in effetti". Ridacchio.
"Quando io era piccola," prosegue mogia Yeta, "madre dire sempre me: "tu fa brava, o uomini pesce viene a spolpare te fino ossa!", ma lei questo dire in lingua di Yeti, sicuro. Io molta spaventata, trema sempre".
"Davvero?"
"A te no raccontava questi storie di bambini?"
"Sì, me ne raccontavano," ammetto. Provo l'inesplicabile desiderio di avvicinarmi alla gentile creatura che ho dinnanzi, di tenderle una mano.
"E tu credere? Spaventare?"
"Un tempo, forse! Ora... è diverso". Sorrido. Il fuoco scoppietta in maniera così allegra, ardendo i ciocchi.