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Racconto di Skull Kid
Gli animi dHylia e Sheikah non erano oppressi
dallincalzar di nemici in arme o minacce straniere da lunga data, pertanto vi fu per
Hyrule lungo tempo di pace. In gloria e prosperità Castle Town crebbe, più grande che
mai la sua magnificenza, scintillante fra le città sotto il lume del sole, durante la
reggenza di Aton Mah, saggio fra i Signori di Sheikah.
Pesante foschia era però destinata a gravare sui cieli del regno dei Popoli Uniti e di
tutte le genti nel settentrione, sopra e sotto la Montagna. Si seppe che una sconosciuta
potenza si aggirava guardinga per gli alti reami di pietra, lungi dalla cittadella, e a
lungo i Due Popoli trascurarono tale presenza, ritenendo quegli eventi lontani o
credendoli dicerie e falsità. Il potere arrivò a stabilirsi nella Montagna, e ben presto
si sparse la voce che non giacesse perpetuamente nei rossi abissi, ma sovente si muovesse
serpeggiante da Death Mountain, scendendo e perlustrando a sud come nube di sventura. Zora
delle acquatiche grotte avevano sentore dun roboante fender daria
allesterno, il cui passaggio recava fiamma e rovina. Il Re Hylian non dava peso agli
ultimi avvenimenti, che non allarmarono gli abitanti di Castle Town, che, nella loro
quiete, parevano confidare in unimperitura buona sorte.
Ora, fra i leali servitori del Re di Hyrule era un mago di corte, al servizio di suo padre
era entrato molto tempo addietro, ultimo di un ordine dimenticato. Stava solitario nella
grande biblioteca di cui era custode, il giorno in cui ricevette la visita di un giovane,
che soleva recarsi di frequente al suo cospetto. Egli traeva grande diletto dai suoi
racconti e dallascolto dei frutti della sua erudizione. In quel momento il mago era
ancora ben disposto allinsegnamento, potere e sapienza non avevano oscurato pazienza
e saggezza.
Gherva sedeva su un alto sgabello e scribacchiava su di una pergamena, appoggiato ad un
tavolo rotondo di scuro legno intarsiato posto al centro della biblioteca, da cui si
dipartivano cinque lunghi corridoi, alle cui pareti erano poggiate alte librerie. Situata
nellala nord del Castello di Hyrule, la sala era dominata da un vago baluginio, dato
dalle finestrelle ovali ai limiti dei corridoi. La concentrazione del mago venne distolta
dalla chiave che si girò nella toppa, nonostante lavesse chiusa. La porta, dritta
avanti a lui, si aprì, come sospinta da uninvisibile forza. Apparve sulla soglia un
giovane dai capelli biondi, come lui era uno Sheikah. Alla sua vista il mago pose la
pergamena allinterno di un vicino manoscritto e si alzò. Con una limpida risata
accorse ad accogliere lospite.
< Pareva insolita la mancanza di una visita da parte vostra questoggi, caro il
mio Imdo. Ma ben voluta se lintento era quello di esibire simili arti, che vi vedo
apprendere al solo osservarmi! > Gli disse, ma il ragazzo non condivideva
lentusiasmo.
< Altri scopi mi portano ad indugiare nelle vostre aule, signore... richiedo
urgentemente la vostra presenza nei bastioni esterni, dovete vedere una cosa... > Disse
laltro, teso e frettoloso, porgendogli un vecchio bastone di legno intagliato
appoggiato al muro, come invitandolo ad incamminarsi e seguirlo. < Oh... al momento
avrei detto desser costretto dagli impegni a rifiutare, ma a ben vedere il vostro
aspetto, credo sia preferibile accettare la proposta... > Rispondeva, facendosi beffe
dellaltro, mentre prendeva da un appiglio un cappello simile ad un turbante, ed un
mantello bianco che copriva gli indumenti aderenti. < A cosè dovuta
questansia? Anticipatemelo... non saranno truppe in grado despugnar il nostro
forte? >
Il suo sorriso fu spento da un rombo ed uno scossone, il terreno tremò, polvere si alzò
dagli incunaboli sugli scaffali, la fievole luce si fece cremisi. < Credo di cominciare
a capire il motivo di tanta agitazione... > Disse il mago aggrappato al bastone,
lievemente scosso.
< Si. E stato avvistato una seconda volta... ora è più vicino! > I due
corsero immediatamente fuori dalla stanza.
Fuori dal Castello Gherva si rese conto con sgomento della gravità della situazione. Il
pallido luccicore a cui era ridotta la luce del giorno era dovuto alladdensarsi si
intense esalazioni fumose nei cieli, che già avvolgevano Death Mountain in lontananza
duno spesso alone grigio scuro, che anneriva della sua ombra la parte della città
più arroccata ai piedi del vulcano. Alcune persone correvano gridando per le strade e
viuzze, colte dallinaspettata paura, mentre altre osservavano spaventate dalle
finestre, o rimanevano silenziose nelle abitazioni, fiduciose che spade avrebbero cacciato
in breve il pericolo. Il panico maggiore si era diffuso nella cerchia più esterna, fuoco
lambiva case ad ovest, nella zona più isolata, ubicata in un ripiano più basso del resto
di Castle Town.
< Soldati! E arrivato il momento in cui larcano orrore di Death Mountain
arrivi a minacciare anche noi? > Urlò Gherva in direzione di un gruppo di guardie,
giunto sul luogo. < Finalmente siete qui! Abbisognavamo della vostra presenza sire
Sheikah... purtroppo è così. > Replicarono ansimanti. < Ringraziate dunque Imdo,
figlio del Signore Aton Mah, lesto messaggero. Parrebbe che la vista della Famiglia Reale
sia stata meno acuta del solito, se siamo stati colti tanto alla sprovvista. Ma possiamo
rispondere in fretta... ditemi, dove si è diretto lassalitore? > Chiese loro
Gherva. < In realtà lo vedemmo da lungi, scendere su di noi. Molti Sheikah si
approntarono ad accoglierlo nei luoghi più elevati... fu inutile. > Diceva una della
guardie con tono grave. < Passò dritto sopra le mura, turbinando come fascio
ardente... si verificò quellesplosione... non vera soldato che resistesse al
suo passaggio. >
Alludir cotali parole, Gherva diede un tocco al bordone che mutò con un bagliore
bianco in una liscia asta gialla dalle nere decorazioni e lestremità superiore
biforcuta e acuminata, subito prese a salire la scalinata di un torrione. Quando fu sul
camminatoio si vide circondato da ciò che rimaneva di uno squadrone di arcieri Sheikah: i
soldati stavano acquattati dietro le mura, come reduci duna dura lotta, osservando
per le fessure fra i merli, tra loro stava in piedi il Signore Aton Mah, reggendo un ampio
scudo annerito e fumante. < Vedo che Imdo ti ha raggiunto... non so se potresti
qualcosa, ma non sei qui per tempo. Osserva i Campi! >
La sterminata brughiera si estendeva sotto i loro occhi innanzi la muraglia, cosparsa di
nere macchie di terra bruciata, davanti e dentro il fossato erano alcuni corpi morti, da
cui emanava un ributtante odore di bruciato. Le tracce della devastazione portavano lo
sguardo a distinguere del movimento: una compagnia di cavalieri Hylia aveva allontanato
laggressore di quasi un miglio dalla città.
Improvvise lingue di fuoco e funeste luminescenze erano i segni della presenza del nemico,
che pareva essere accerchiato, non avendo probabilmente prospettato una resistenza tanto
pronta e tenace. Alcuni cavalli atterriti fuggivano imbizzarriti, parecchi cavalieri
caddero in preda al terrore o agli improvvisi attacchi. Presto la compagnia si ridusse a
meno di venti elementi, che arrivarono a stringere il cerchio irto di punte attorno alla
forza opposta. Immobile per qualche istante diede il tempo ai più rapidi di scattare.
Lance furono scagliate a vuoto, qualcosa pareva strisciare sfuggente fra i cavalli, ma
così non era. Quellentità non aderiva sul terreno ma lo sorvolava a gran
velocità. Improvvisamente uno scuro, lungo e possente braccio balenò nella confusione e,
afferrato un cavallo per una zampa posteriore, lo lanciò allindietro con forza,
scaraventando a terra un altro paio di cavalieri con gran clangore. Un secondo cavallo
nitrì come trafitto da un tizzone ardente per poi essere trascinato a terra, un arto
schiacciò in un momento la testa del cavaliere inerme. Altri due caddero sotto una
vampata di fuoco che scaturì violentemente dal bel mezzo della formazione,
laggressore vorticava ora in ogni direzione, mietendo vittime inarrestabilmente. Una
testa lunga oltre due braccia si levò infine, rivelandone la mostruosa identità. Enormi
fauci simili a quelle della vipera si aprirono, si udì un atroce stridere, seguito da
unaltra fiammata. Uno dei cavalieri riuscì a lanciare in sua direzione una corda
uncinata, che si avvolse attorno alla bocca, forzandola a chiudersi. Il cavallo, spronato,
tirò indietro con tutte le forze ed un compagno colpì il nemico con la lancia
allaltezza della gola. La testa si innalzò ergendosi sui due in uno spasimo di
dolore, una cresta di fiamma che andava dal capo al collo si svelò, dalle narici sputò
due sfere infocate che si schiantarono contro il guerriero che lo tratteneva a stento. Lo
scudo blu su cui campeggiava lemblema dei Popoli Uniti lo salvò a malapena, ma il
mostro era libero e lo catturò con la coda. Il soldato urlò, stretto da terribili spire,
mentre il ferro dellarmatura surriscaldato lo ustionava, prima di essere lanciato
via dal grande avversario, che si alzò librandosi alto. Quale serpe che strisciasse
nellaria pareva, volgendosi come lingua di fuoco che si torcesse scompostamente, gli
inseguitori furono allora inseguiti dalle sue fiamme. Quando ritenne di essersi liberato
di quellintralcio, il drago si volse in volo, scagliandosi tosto su Castle Town. Ma
tre intrepidi cavallerizzi persistettero inseguendolo di gran carriera. I dardi scagliati
da alcuni Sheikah dalle mura non ebbero alcun effetto, ma dimprovviso il drago prese
a volar basso: un uomo comparso sul ponte levatoio ora abbassato aveva attirato la sua
attenzione. Il manto bianco che lo copriva mostrò una tuta sulla quale figurava rosso
lOcchio Sheikah e doro la fulgente Triforce, era Gherva. La serpe di fuoco
gridò nel pieno della sua collera, puntandolo, ora i cavalieri poterono ingaggiarlo da
presso. Unalabarda fu calata con vigore sul suo dorso, ferendolo, un raggio di luce
si sprigionò dallasta del mago, riflessa sulla dorata spada che brandiva con
laltra mano dritta sui suoi occhi. Il drago desistette, e volò alto, fuggendo
lontano, mentre alcuni dardi venivano sprecati in sua direzione. Gherva abbassò il
bastone sospirando, osservando sparire la striscia arancione nelloscura polvere
ammassata sopra di loro. Dacché i Due Popoli ebbero occasione di tastare la terribilità
di quella minaccia, il mago avrebbe rimuginato a lungo insieme al Re e i suoi consiglieri,
sul modo di liberare Hyrule dal suo gravare. La costrizione ad immergersi nel fossato di
Castle Town, in un secondo assalto, pareva lunica soluzione possibile, ma non
vera una forza tale in Città da compiere una simile impresa. La fine della
Verminosa Fiamma era vicina, non sarebbe potuta giungere per mano degli Hylia, i quali non
sospettavano che altrove qualcuno potesse estinguerla. Il drago, stremato, si diresse su
Death Mountain, non per recarsi nelle profondità del vulcano, bensì per recar visita ai
suoi abitatori... la battaglia aveva generato in lui un rinnovato appetito. Dal momento
della sua venuta, il cielo dei Goron non vedeva la luce del sole, nella raccapricciante
attesa di una sua discesa in caccia trascorrevano i giorni del Popolo Roccia, che ne
subiva le angherie da prima che le altre razze sapessero della sua esistenza. Il popolo si
barricava nei cunicoli di Goron City, inviando allesterno solo esigui gruppi, di
tanto in tanto, con il compito di raccattare il cibo di cui si sostentava. Fu così che un
gruppo di Goron venne colto alla sprovvista dal ritorno del dragone, che li localizzò
mentre approfittavano della sua lunga assenza e scattò precipitosamente su di loro.
Appena lo videro seppero che veniva a prendersi il suo pasto, e, appallottolatisi,
fuggirono a rotta di collo. Tuttavia uno di loro non fu abbastanza svelto. Catturato ancor
prima di partire dalle fauci dallassalitore, venne strattonato un po, per poi
ricevere un desueto colpo di grazia. Generalmente il drago carbonizzava le vittime
catturate, per poi farle a pezzi e mangiarle, ma dallonta subita unira
fiammeggiante covava in lui, così uccise subito la preda schiantandola addosso ad una
parete del Monte, per poi riprenderla in volo, arrivando ad ingoiarla in un sol boccone,
si da gettarsi subito allinseguimento degli altri, seppure le carni di quel Goron
fossero più che sufficienti a saziarlo. In mezzo alla desolazione che empiva il sentiero
verso la loro dimora di macigni e rocce franate, ai residui vomitati dal vulcano e alla
spessa coltre che oscurava laria in ogni angolo della Montagna, non sarebbe sembrato
possibile un ritorno, se non dopo lunghe ore di estenuante cammino. I Goron furono però
in grado di risalire rapidamente la via, si rifugiarono al villaggio sotterraneo prima di
essere raggiunti dal fuoco del nemico, rotolarono evitando ogni ostacolo, come guidati dal
solo tocco della viva roccia sotto di loro. Una volta entrati, alcuni massi, di dimensioni
e pesantezza tali da resistere alla furia del nemico, vennero depositati ad ostruire la
soglia da due Goron dalle incredibili proporzioni, i quali quasi toccavano il soffitto con
la testa. Rassegnazione era nei volti sconsolati ed affranti di quanti si recavano ad
accogliere gli ultimi arrivati, rendendosi tristemente conto dellassenza, e
raccogliendo le scarse pietre nutrienti riportate, che venivano trasportate nella seconda
cerchia della città. Quivi si radunavano gli abitanti e si spartivano il cibo, mentre
dallesterno giungeva il rumore delle grida del drago, e dellira che dalle sue
fauci si riversava contro le pareti della Montagna. Ma quel giorno, per quanto grande
fosse la rabbia del serpente lavico, il suo ruggito si faceva sommesso, giacché un suono
più tonante ancora veniva dalla città. Lintermittente colpo del fabbro proveniva
dalla cava est della seconda cerchia, pareva il battere di un incommensurabile tamburo che
dal nucleo del mondo ne trapassasse le membra fino in superficie, e ad ogni battito la
Montagna vacillava, ed i Goron vi erano rassicurati. Nellistante in cui la
distribuzione dei viveri ebbe fine il battito cessò, subito alcuni si gettarono verso il
cunicolo, fermandosi in attesa. Il barlume rosso che proiettava la soglia fu spezzato da
unombra, con passo sicuro qualcuno avanzò, gli sguardi frementi di ogni Goron si
volsero in quella direzione. Un Goron si fece avanti, accolto dai saluti di molti,
maestosa la sua altezza, come scolpito nella nuda roccia il corpo. Condivideva il grasso
ventre dei membri del suo popolo, ma la sua robustezza non aveva pari, la sua massa era
sorretta da gambe corte e tozze, mentre le braccia, spesse quanto giovani fusti,
sfioravano terra, i polsi e le caviglie erano stretti da bracciali di cuoio nero. Una
serie di lunghe trecce raccoglievano la folta barba bianca e le lunghe ciocche di capelli,
spiovendo verso terra come una cascata e ricoprendone il possente corpo.
< Boss... il lavoro è concluso?... > Chiese la voce di uno dei più vicini.
< Così è. > La risposta echeggiò fino al soffitto del vasto salone, ed il Goron
levò in alto un braccio con un gesto imperioso. Unimprovvisa luce sfavillò sulla
sua mano, argentando i volti di tutti i presenti. Era Darahta, leader della tribù, e
teneva alto innanzi alla meravigliata vista del suo popolo il frutto dei suoi sforzi negli
ultimi giorni passati allinterno del pozzo di lava, quale incandescente fucina. Dal
calore del cuore di Death Mountain, dalla lavorazione delle sole mani del più puro
metallo vulcanico, era nata larma che si sarebbe opposta allinvasore.
< Mirate Goron! Lo Strumento è forgiato, Megaton Hammer! Esso potrà colpire colui che
ci assedia, e che da un tempo così lungo costringe le nostre genti ad unesistenza
di paura e sofferenza, poiché non esiste arma maggiore sotto il Reame di Din. Possa esser
giunta lora in cui il suo dominio termini, possano finire una volta per tutte le
vane maldicenze lanciate in suo nome. Mi recherò nella sua tana, e allora reclamerò il
trono che mi spetta di diritto. Reclamerò la padronanza sulla pietra ed il Monte, e
sicuramente morrò. Può darsi che dinnanzi alla forza del Martello egli possa essere
comunque scacciato e che il Popolo Roccia ritrovi la libertà. Io Big Boss Darahta, ho
parlato. > Darahta era un capo baldo, ma giudizioso, e nessuno ebbe da ridire sulla sua
scelta, che seppur disperata pareva invero lultima delle speranze. Per recarsi al
cratere avrebbe intrapreso una rapida via sotterranea, senza dover oltrepassare la
devastazione del sentiero principale, e le ripide alture ove in quel periodo scorrevano
fiumi di fuoco liquefatto. Si recò dunque nella sua sala, la più profonda della città,
e mentre vi indugiava ammirando gli stemmi e le decorazioni della sua tribù dipinte ogni
dove, nei tappeti come nelle pareti, le torce dellintera Goron City si illuminarono,
la Grande Anfora fu fatta rotare in suo onore. Il Big Boss poggiò largenteo
Martello su di una panca e, afferrata a due mani unantica scultura consunta posta al
centro del muro, raffigurante un alto lanciere Goron, la sospinse allindietro,
rivelando un passaggio segreto. Si ritirò allinterno della grotta dalle pareti
perfettamente squadrate, scavate con la maestria di cui era capace la sua gente, e
richiuse lapertura, trascinandosi dietro la statua, come partisse per un viaggio
senza ritorno. La temperatura fu da subito altissima, e appena procedette il tunnel si
fece più largo, doveva muoversi a tastoni, la luce arancione della sua sala era svanita,
e tutto attorno era oscurità, fatta eccezione per una fioca luminosità più avanti.
Spesse stratificazioni, ormai solidificate ma ancora caldissime, di colate recenti
ricoprivano il terreno, sgretolandosi sotto il suo passo pesante. Dopo un breve percorso
ebbe modo di vedere più chiaramente le pareti della grotta, che terminò, immergendolo
dun tratto in unancora più forte ondata di calore. Ma la sua era la pelle di
un Goron, e non vè corazza più efficace a protezione dalle infernali temperature
delle fornaci di Hyrule. Un chiarore scarlatto, a volte più tenue, altre più intenso, lo
avvolgeva, illuminando il cratere nella sua immensità. Si trovava in un grande costone di
roccia irregolare e sdrucciolevole, che poco più in basso si gettava a precipizio nelle
viscere della montagna, le quali si muovevano, serpeggiavano e borbottavano, ridondanti
dun interminabile bollore. Si mosse verso il limite e si fermò ad osservare di
sotto, pensando che la sorte non gli era del tutto avversa, il vulcano era quieto, forse
compassionevole verso i suoi abitanti nel momento del bisogno. Laere appariva alla
vista sfocato e tremolante, dritto avanti a lui torreggiavano, emergendo dai roventi
liquami, due imponenti pinnacoli rocciosi, attorno ai quali sattorcigliavano spirali
di fumo ondulate, mentre oltre lo strapiombo a destra, era unaltra massiccia
sporgenza di pietra, che si prolungava a sua volta in alto, verso un vasto piazzale e la
galleria principale. Nel fondo di quel pozzo infuocato erano visibili resistenti ponteggi
di legno posizionati anticamente, probabili residui delletà dei Saggi e
delledificazione dei Templi consacrati alle Divinità cosmiche. Tutto pareva
tranquillo, il nemico non era visibile. Era forse addormentato? Avrebbe potuto colpirlo di
sorpresa? No, il frastuono del drago aveva smesso di farsi udire da troppo poco,
sicuramente laveva sentito arrivare e gli tendeva un agguato. Tentare di scovarlo
nei meandri del suo territorio non era sicuro, e lattesa di uneventuale
comparsa spontanea avrebbe potuto protrarsi troppo a lungo, perciò Darahta risolse
dinvocarlo, le spalle al muro, al sicuro da un attacco traditore. La gigantesca
serpe poteva emergere dalla terra sotto i suoi piedi, ma non dalla parete dietro di lui.
Indietreggiato di qualche passo, avvicinò la mano sinistra alla bocca per estendere il
raggio della sua voce ad ogni anfratto della caverna. < Dove si nasconde il dragone
della lava? Mostrati, Volvagia! > Ancora lunico rumore percepibile era il
gorgoglio delle interiora del Monte, ma presto si accese un ruggito, il cui tono aumentava
progressivamente, soppiantando ogni altro suono. Qualcosa si muoveva freneticamente in
mezzo alla melma, verso la base della prominenza su cui si ergeva il Goron. Volvagia si
mostrò nella gloria del suo sembiante. Apparve ruggente, sulla lava pareva esser stato
forgiato e dalla lava fuoriuscì con unesplosione, si levò ben sopra di chi aveva
richiesto la sua presenza, movendosi senza rivolgersi a lui, volando in splendide volute,
strette ed ampie, semplici e complesse. Fu quasi fuori dal cono, quando compì
unimprovvisa discesa fino a Darahta, sorvolò lo spazio attorno a lui, sfiorandolo
con disinvoltura, come volesse giocare. < A cosè dovuto questo tuo riluttare,
dannato? Per quale motivo non attacchi? Quelli della tua crudele schiatta accolgono i
nemici con rituali tanto assurdi... ? Forse vuoi mettermi alla berlina, o hai perduto la
fame? Non credo, visto la furia con cui braccavi i miei compagni dopo averne divorato
uno... > Disse il Goron, ed alzò il tono della voce. < Cosa intendi fare? Sono qui
per porre fine ai patimenti del mio popolo... interrompi il tuo inutile svolazzare. Questa
volta dovresti temere chi invade il tuo nascondiglio, serpente... > Il drago seguitava
nel volteggiargli attorno ignorandolo; quel giorno nella cruenta lotta aveva già
macchiato i verdi Campi del sangue di parecchi cavalieri ben armati, non provava tema nei
confronti dun misero guerriero solitario, che tuttal più poteva fornire un
breve sollazzo. Contrariamente alle sue aspettative, subì in un istante il peggior colpo
che fosse stato vibrato contro di lui. Centrandolo nel dorso, fu tanto potente da
stenderlo sul terreno. La sua ripresa fu immediata ed indispensabile per scansare una
seconda oscillazione del Martello, che si infisse nel terreno sollevando una quantità di
polvere.
< Ha! Che te ne pare? Non hai da temere la spada o la lancia, dalle cui ferite le tue
carni possono rimarginarsi in breve... ma non avevi veduto ciò che brandisco... il
Martello! > Il guerriero Goron era preso dallentusiasmo. Il drago scosse il capo
scombussolato, mentre si librava più statico, poco distante dallavversario, verso
cui volse lincredulo sguardo. Darahta parlò nuovamente, con aria di sfida.
< Fatti avanti, le tue efferatezze potrebbero finire qui ed ora. Spaccherò le tue ossa
una ad una. > Il Goron vide il suo volto incorniciato fra i folti capelli, sudaticcio
ma illuminato da un sorriso di soddisfazione, riflettersi sugli occhi del drago, che
splendevano verdi, quali smeraldi che emergano dalla nera cenere. Un bagliore illuminò
quello sguardo, e Volvagia proruppe in una vampata che lo sfidante evitò abilmente. Con
un urlo rabbioso si scagliò su di lui, volava quanto più veloce gli riuscisse,
desideroso di ucciderlo il prima possibile e di non dargli la possibilità di
danneggiarlo, tentava di colpirlo sulle lunghe distanze con getti di fiamma, o di
sfregiarlo con gli artigli da presso. Darahta lo schivò a più riprese, rischiando spesso
di cadere dal precipizio,
e sferrava colpi di martello in direzione della testa, che credeva esserne il punto
debole. Quando riuscì a centrarla il drago parve colto da uno stordimento più grave di
quello precedente. Il Goron però non fece in tempo ad approfittarne che il drago si
avventò su di lui con un furibondo slancio, scaraventandolo a terra con un colpo di coda.
Ancora una volta la bocca vomitò fuoco, ancora una volta non gli valse la vittoria.
Lintrepido fu colpito dalla fiamma, ma non ne risentì, se non minimamente;
lattraversò invero, per poter sferrare un altro colpo al cranio
dellavversario, più duro che mai.
Volvagia crollò, lasciandosi andare allindietro. Darahta corse in avanti, per
osservarne la caduta, e in quel momento, lo sfolgorio vermiglio che illuminava
quellimmenso pozzo incandescente si fece abbagliante, si udì un suono come di
tuono, ed il vulcano parve essere scosso dalle fondamenta alle alture più
imperscrutabili. Si levò un immane muro di fuoco che inghiottì il drago e ridiscese,
Darahta indietreggiò, ma cadde nellirresistibile tremore, mentre svariate scorie
pietrose lo colpivano. Rombi sempre maggiori si susseguivano, Darahta, si stava coprendo
gli occhi con un braccio, e quando si guardò attorno si accorse di essere stato sbalzato
su un ponte lievemente in pendenza, da cui poteva osservare i tumulti che tormentavano il
lago magmatico sotto di lui. Vi fu unesplosione gigantesca, vaste fessure si fecero
strada sulle pareti del cratere, una pioggia ascensionale di massi fu lanciata,
londa durto fece scricchiolare ed oscillare paurosamente il ponte, ma non
abbastanza violentemente da abbatterlo. Il Goron fu salvo, almeno finché con i detriti
non si precipitò verso lalto anche Volvagia, che fece nuovamente apparizione, nel
bel mezzo dellira di Death Mountain, e si scagliò contro lavversario
vedendolo tuttora in vita. Il ponte fu distrutto, molte assi caddero dissolvendosi
di sotto, Darahta con esse, ma riuscì ad afferrarsi con una mano al drago che salendo gli
passò accanto. I due furono presto oltre il cratere. Allesterno tutto era coperto
da una fitta nube nera, voluminosi anelli di fumo scuro avvolgevano il cono della Montagna
accidentata sotto la pioggia infocata. Dalle abissali profondità cominciò un viaggio
verso i cieli, il drago sfrecciava in verticale appellandosi agli estremi sforzi, Darahta
resisteva appigliato alla sua estremità, mentre tutto attorno salivano con loro centinaia
di palle di fuoco, lapilli e macigni. Nella distruzione il drago non aveva fatto caso al
nemico aggrappato, che, con somme fatiche, arrivò ad inerpicarsi sempre più in alto nel
suo corpo, e cominciò nuovamente ad infierire su di lui con Megaton Hammer. Volvagia,
svigorito, tentò di reagire, sputando fuoco a vanvera, ma sette volte fu percosso, ed il
settimo colpo fu dato quanderano ad unelevazione indicibile. Dritto nel mezzo
del capo, tra le corna arcuate, calò la mazza, incrinando brutalmente le ferree scaglie.
Il drago era stremato, e il volo terminò. Cominciò una caduta, e fu lunga, e fu
terribile, poiché il duello proseguì anche mentre i due precipitavano. Dapprima fu
grande il rischio per Darahta, che quasi perse la presa, a causa del crine di fiamma della
serpe, che gli scottò il volto, in seguito riuscì ad assicurarsi meglio, ed ebbe modo di
attaccare nuovamente.
La terra si avvicinava sempre più, i duellanti potevano discernere i confusi contorni
della grande roccaforte degli Hylian e di Death Mountain che troneggiava su di essa.
Presto si trovarono a precipitare lungo le nordiche pendici della Montagna,
inevitabilmente diretti alla Strettoia di Gallak. Volvagia riuscì ad evitare
limpatto allultimo istante, con un rapido cambio di direzione, mentre Darahta
lasciò la presa e si mise a palla prima di cadere nel terreno, riducendo al minimo i
danni. Quando si alzò non era ancora finita. Loscuro vespero era attraversato da
minacciosi punti arancio, Death Mountain, ancora rigurgitante, si ergeva innanzi a lui,
Volvagia si stagliava su di essa. Il drago ancora non credeva nella forza del suo nemico,
e dal colpo subito lassù si era insinuato in lui un terrore mai provato, che lo portò al
più disperato tentativo di annientarlo. Come un filone di lava strisciava con la massima
brutalità contro il pendio, generando una valanga di roccia, dando vita ad una piana al
cospetto del vulcano, ove un tempo era solo una fessura fra i monti. Darahta dovette
rotolare il più veloce possibile per evitare le macerie che rovinavano su di lui. Un
masso lo centrò in pieno, altri lo sommersero, fermando la sua corsa. Volvagia
strideva vittorioso, ma si interruppe di colpo quando vide emergere dalla frana il braccio
del suo avversario, che rimase prostrato ai margini della vallata, stringendo ancora il
martello. Lo stridore si fece ancora più forte e riecheggiò spaccando le pietre, mentre
si gettava sul sopravvissuto. Quella la sua ultima picchiata, la fine dello scontro.
Loscurità cremisi macchiava ormai i cieli di tutta Hyrule, molto oltre Castle Town
sebbe cognizione della rovina di Death Mountain. Gherva mirava strabiliato a nord
est dalle bianche mura, cosciente che lascesa e la discesa del Martello e la Fiamma
erano compiute e tutto stava per finire.
Il drago giunse al livello del Goron, ritto in piedi e coperto di piaghe. I due furono
luno dinnanzi allaltro per pochi ultimi istanti. Fu su di lui, e parve una
scheggia arroventata. Darahta Cuordimartello lanciò un grido, Megaton Hammer si levò,
brandito a due mani. Da esso si sprigionò un abbacinante bagliore argenteo e discese come
un astro cadente dalle divini nubi, fendendo il fuoco. Lurto fu grande, Volvagia era
sconfitto. Limpenetrabile maschera si squarciò, il cranio si spaccò. La serpe di
fiamma perpetua spirò ed appassì, le membra arsero violentemente, solo ceneri rimasero,
e furono sparpagliate dal soffiar del vento. Tali furono gli sforzi del capo dei Goron
nellabbattere il suo nemico, che anchegli si dipartì. I Goron lo trovarono in
seguito nella neonata Piana di Gallak, seduto compostamente, le gambe incrociate, la testa
alta e gli occhi aperti, ma ormai privi di vita. Le genti della Montagna, come il resto
degli Hyruleani, furono affrancati dal travaglio ed il minacciar della potenza, le stelle
si fecero strada nelle volte del cielo e le foschie si diradarono. Il corpo di Darahta fu
deposto nellancestrale Tempio del Fuoco, tornò al fuoco liquefatto da cui la Dea
del Potere modellò i Goron, prima dei giorni. Nello stesso luogo venne custodito Megaton
Hammer, ove rimase nellattesa che un discendente del Cuordimartello lo reclamasse
nel caso di estrema necessità. In ora più vicina larma venne reclamata
unultima volta, ma non fui io, ultimo discendente di Darahta, a brandirlo, ma il
Fratello di mio padre. Non un Goron, il maggiore fra gli Hylia che furono e saranno,
lEroe del Tempo, di cui porto il nome.
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